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SETE | Sul Nilo si prepara la prossima guerra per l’acqua mentre il clima cambia i fiumi del mondo

L’Etiopia rilancia tre nuove dighe sul Nilo Azzurro, l’Egitto traccia le sue «linee rosse». Dall’Himalaya devastato dalle alluvioni arriva lo stesso avvertimento: in un pianeta che si scalda, l’acqua è energia, sopravvivenza, potere e giustizia.


L’acqua non conosce frontiere, ma gli Stati sì. E quando un fiume attraversa più paesi, una diga costruita a monte può diventare una centrale elettrica, una promessa di sviluppo oppure una minaccia per chi vive centinaia o migliaia di chilometri più a valle. È quello che sta accadendo lungo il Nilo, mentre dall’altra parte del mondo la tragedia del Nepal ricorda quanto rapidamente il cambiamento climatico stia modificando ghiacciai, montagne e grandi sistemi idrici dai quali dipendono intere società.

L’Etiopia vuole costruire altre dighe sul Nilo Azzurro. Dopo la Grande diga della Rinascita etiope, la Gerd, entrata in piena operatività nel settembre 2025, Addis Abeba ha rilanciato i progetti Karadobi, Mandaya e Beko Abo. Secondo Al-Monitor, i tre impianti, previsti a monte della Gerd, avrebbero insieme una capacità di circa 5.700 megawatt, leggermente superiore ai 5.150 megawatt installati della stessa Gerd. Il ministro etiope dell’Acqua e dell’Energia Habtamu Itefa ha ribadito che il paese continuerà a costruire dighe quando ne avrà bisogno.

Per l’Etiopia è energia, industrializzazione, sviluppo. È anche una rivendicazione politica: Addis Abeba contesta un ordine delle acque del Nilo fondato anche sugli accordi del 1929 e del 1959, conclusi in un contesto coloniale e postcoloniale e ai quali l’Etiopia non partecipò. L’Egitto continua invece a richiamarsi a quei diritti storici e soprattutto alla propria dipendenza vitale dal fiume. Anni di negoziati, con la mediazione dell’Unione africana e degli Stati Uniti, non hanno prodotto un accordo giuridicamente vincolante sulla gestione della Gerd.

Per il Cairo il Nilo non è semplicemente una risorsa. È la condizione materiale dell’esistenza del paese. Per questo il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty, il 20 agosto, ha avvertito che l’Egitto non accetterà altre costruzioni unilaterali capaci di mettere in pericolo i propri interessi idrici. Addis Abeba risponde che non deve chiedere il permesso all’Egitto per utilizzare le acque che attraversano il proprio territorio. Due posizioni che, prese separatamente, hanno entrambe una logica. Insieme producono una delle questioni geopolitiche più delicate dell’Africa.

Non serve scegliere un buono e un cattivo. L’Etiopia ha diritto allo sviluppo e all’energia; l’Egitto ha diritto alla sicurezza idrica. Il problema nasce quando due diritti dipendono dallo stesso fiume e non esiste una regola condivisa abbastanza forte da stabilire che cosa accade soprattutto negli anni di siccità. Il punto non è soltanto quanta acqua esiste. È chi decide quando trattenerla, quanta trattenerne e quando lasciarla scorrere.

DALL’AFRICA ALL’HIMALAYA

A migliaia di chilometri dal Nilo, il Nepal sta pagando in queste ore un prezzo terribile alla fragilità dell’Himalaya. Il collasso glaciale del 26 agosto nell’area di confine tra Nepal e Tibet ha generato una piena catastrofica. Il bilancio è ancora in evoluzione: mentre scriviamo, le fonti internazionali parlano di centinaia di morti, migliaia di dispersi e decine di migliaia di persone coinvolte. Le squadre di soccorso cercano anche lavoratori rimasti intrappolati nei tunnel di impianti idroelettrici travolti da fango e detriti. Proprio perché i numeri continuano a cambiare, fermarsi a una cifra significherebbe trasformare una tragedia ancora in corso in una fotografia già vecchia.

Reuters riferisce che il collasso ha liberato circa 57,4 milioni di metri cubi d’acqua lungo un percorso di 168 chilometri, distruggendo infrastrutture e stazioni di monitoraggio. La catastrofe ha riaperto inoltre una questione politica: Kathmandu chiede da tempo una migliore condivisione con la Cina dei dati sui ghiacciai, sui livelli dell’acqua e sui sistemi di allerta precoce. Anche qui la natura attraversa una frontiera, mentre le informazioni necessarie a proteggere chi vive a valle restano nelle mani degli Stati.

Il ministro degli Esteri nepalese Shishir Khanal ha alzato la voce: il Nepal contribuisce per meno dello 0,01 per cento alle emissioni mondiali di gas serra, eppure è tra i paesi più duramente colpiti dal cambiamento climatico. Ha chiesto alla comunità internazionale di unirsi per preservare l’ecosistema himalayano. È una frase che vale molto oltre il Nepal. Chi ha contribuito pochissimo alla crisi climatica può ritrovarsi a pagarne una parte enorme del conto.

Il segretario esecutivo dell’agenzia Onu per il clima, Simon Stiell, ha collegato l’aumento dei rischi alla combustione di enormi quantità di carbone, petrolio e gas. Il riscaldamento accelera la perdita di ghiaccio e aumenta l’instabilità di ambienti montani già fragili. L’acqua che oggi precipita a valle con una violenza devastante può essere la stessa che domani manca: un ghiacciaio che fonde più rapidamente può aumentare temporaneamente le portate e contemporaneamente consumare la riserva che alimentava il sistema nel lungo periodo.

LA DIGA E IL CONFINE

Per questo la storia del Nilo non riguarda soltanto Etiopia ed Egitto. Le grandi dighe sono state uno degli strumenti con cui il Novecento ha cercato di governare la natura: produrre elettricità, irrigare, limitare le alluvioni, conservare acqua per le stagioni secche. Continueranno ad avere una funzione essenziale e, per molti paesi, l’idroelettrico rappresenta una possibilità concreta di produrre energia senza bruciare carbone o gas. Ma il cambiamento climatico introduce una variabile che nessun confine può fermare.

Una siccità che dura anni modifica i rapporti tra chi sta a monte e chi sta a valle. Una piena eccezionale fa lo stesso. Una diga può proteggere un territorio e contemporaneamente aumentare il potere politico di chi ne controlla le paratoie. Quando gli Stati non condividono dati, regole e decisioni, l’acqua smette di essere soltanto una risorsa naturale e diventa una questione di sicurezza nazionale.

È ciò che sta succedendo sul Nilo. Il Cairo non è riuscito a impedire la costruzione della Gerd. Ora deve decidere come rispondere alla prospettiva di altre tre grandi opere etiopi. Più aumenta la capacità di Addis Abeba di regolare le acque del Nilo Azzurro, più cresce in Egitto la percezione di dipendere da decisioni prese fuori dal proprio territorio. E quando l’acqua viene definita «sicurezza nazionale» entrano nel vocabolario gli eserciti, le alleanze e le linee rosse.

Ma chiamarla semplicemente guerra dell’acqua sarebbe ancora troppo facile. Il conflitto vero è più grande. Da una parte ci sono paesi che chiedono energia e sviluppo; dall’altra popolazioni che temono di perdere l’acqua dalla quale dipendono. Sopra entrambe incombe una crisi climatica prodotta in misura enorme dalle economie industrializzate, mentre alcuni dei paesi che ne sopportano le conseguenze hanno contribuito pochissimo a crearla.

Il Nepal emette meno dello 0,01 per cento dei gas serra mondiali e guarda l’Himalaya diventare più instabile. L’Etiopia vuole utilizzare il Nilo per portare elettricità e sviluppo alla propria popolazione. L’Egitto guarda quelle stesse dighe e vede una possibile minaccia alla propria sopravvivenza. Storie diverse che raccontano la stessa cosa: nel mondo che si scalda l’acqua sarà sempre più una questione di giustizia, tra paesi a monte e paesi a valle, tra paesi ricchi e paesi poveri, tra chi ha prodotto la crisi climatica e chi ne riceve il conto.

Se ciascuno difenderà soltanto la propria diga, il proprio confine e la propria «linea rossa», prima o poi qualcuno resterà dall’altra parte del fiume. E avrà sete.


FONTI ESSENZIALI

  • Al-Monitor, 30 agosto 2026 – How Ethiopia’s new dams test Egypt’s ability to defend its Nile red lines.
  • Reuters, 30-31 agosto 2026 – aggiornamenti sulla catastrofe glaciale Nepal-Tibet, sistemi di allerta e soccorsi.
  • Dichiarazioni del ministro degli Esteri nepalese Shishir Khanal e del segretario esecutivo Unfccc Simon Stiell, riportate dalla stampa internazionale.


 

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