La quantità e qualità degli eventi che sono accaduti da quando ci siamo incrociati nella mia ultima presenza su queste pagine supera la mia, peraltro non proverbiale, capacità di sintesi.
Come cantava Peter Gabriel, l’unica costante di cui essere sicuri è il ritmo accelerato del cambiamento. E questa volta, mettiamo le mani avanti, il racconto sarà un racconto un po’ confuso, perché troppe cose accadono in troppo poco tempo, e una delle cose di cui veniamo privati senza quasi più accorgercene è il tempo, di cui avremmo bisogno per gestire il flusso delle informazioni, per elaborarlo, per produrre non dico una riflessione, ma almeno un primo tentativo di trovare un filo logico che dia un senso al susseguirsi degli accadimenti.
Volendoci provare, il primo spunto che recuperiamo è l’apparizione del vicepresidente USA JD Vance all’AI Action Summit di Parigi, dello scorso mese di febbraio. Già il fatto che il nome dell’evento fosse mutato dall’ “AI Safety Summit”, delle precedenti edizioni, ad “AI Action Summit”, era un chiaro segno di come stesse girando il vento.
Come se non bastasse l’inarrestabile pulsione di deregulation che ha investito quello che resta delle istituzioni europee, su tutti i fronti e a tutti i livelli – basterebbe pensare alle inversioni di marcia in materia di ambiente e transizione ecologica, e all’accelerazione ignobile della negazione dei “valori europei” a tutela dei diritti umani – persino le spinte all’azione di Macron erano destinate ad impallidire di fronte al messaggio brutale, forte e chiaro, che JD Vance è venuto a recapitare a domicilio.
Il testo del discorso, per chi volesse, è reperibile sul sito della Casa Bianca, ma il succo è, per usare le sue stesse parole: “mi piacerebbe sentire il sapore della deregolamentazione farsi strada in questa conferenza” e, per chiarire meglio il senso dell’attuale sentire, non proprio amorevole, nei confronti del vecchio continente e delle sue regolamentazioni, figlie di un’agenda digitale che sembra ormai già appartenere a un’altra epoca, “la nostra amministrazione è preoccupata dalle notizie secondo cui alcuni governi stranieri intendono stringere la morsa sulle aziende tecnologiche americane. Sappiate che non possiamo accettarlo e non lo accetteremo, e pensiamo sia un terribile sbaglio, non solo per gli Stati Uniti d’America, ma per i vostri stessi paesi”. Poteva essere una scena di “Quei bravi ragazzi”. Solo con un Joe Pesci più giovane e belloccio.
Ma le offerte che non si possono rifiutare per favorire gli amici delle big tech non vengono solo da oltre-atlantico. Ci mettevamo già del nostro, senza bisogno di farci terrorizzare dalle minacce delle tariffe del “liberation day”, ancora di là da venire.
Il discorso di JD è stato pronunciato a Parigi l’undici febbraio. Esattamente nella stessa giornata in cui la Commissione Europea annunciava il suo programma legislativo 2025, accompagnato da una dichiarazione dell’ineffabile Ursula Von der Leyen: “ I cittadini e le imprese hanno chiesto un’UE più semplice e prospera. Questo programma di lavoro è la nostra risposta. Vi abbiamo ascoltato, stiamo semplificando e lo faremo. Questa tabella di marcia traccia la nostra rotta verso un’Europa più competitiva, resiliente e orientata alla crescita”. Nel piano legislativo avrebbe dovuto trovare posto la finalizzazione di una importante direttiva sulla responsabilità civile dei produttori di sistemi di intelligenza artificiale. Cancellata. Le faremo sapere, cittadino europeo, ci facciamo sentire noi.
Insomma, si respira anche nella vecchia Europa un’aria molto “business friendly”. C’è una gara alla semplificazione che toccherà più o meno qualsiasi regolamentazione dell’attività di impresa, e sarà una corsa al ribasso sui nostri diritti. È lo spirito di questo tempo, e l’intelligenza artificiale non è che uno dei campi in cui si pratica questo gioco, in cui noi perdiamo, le big tech o le banche o le compagnie fossili-nucleari faranno più soldi, e chi governa avrà qualcuno in più che saprà essere riconoscente al momento di finanziare la prossima campagna elettorale o la prossima iniziativa nazional-identitaria.
È chiaro, stiamo semplificando, forse troppo. Attorno, e in mezzo, c’è lo shock delle tariffe commerciali a giorni alterni, i mostri che si generano tra la morte di un vecchio sistema e l’arrivo di un nuovo modello di relazioni politiche e commerciali che ancora non può nascere, affiorano ricordi di vecchie letture sul colonialismo gestito in appalto dalle varie Compagnie delle Indie di un tempo, e affermazioni ardite sul risiko dei giorni nostri, in cui i carrarmatini li mettiamo sulla Groenlandia invece che sulla mitica Kamchatka.
È tutto molto complicato e molto confuso, ma se vogliamo fare un ritratto dello scenario globale, la partita euro-americana sull’AI, è più o meno quella che si produce tra Parigi e Bruxelles; in Cina, intanto, si lavora, come sempre, con elastica reattività alle perturbazioni globali. E mentre in occidente si va a caccia dei libri “woke” da mandare al macero nelle biblioteche pubbliche, o si tagliano i fondi alle università non allineate, a oriente si introduce lo studio dell’AI fin dalla scuola primaria.
Ma se questo è lo scenario sul fronte degli equilibri euro-americani, esistono almeno altri tre possibili livelli di analisi.
Il primo è quello relativo al rapporto tra le istituzioni e le big tech. Perché un conto sono le agende dei Trump, delle Von der Leyen, dei Macron e dei rispettivi protégées tecnologici; un altro è lo svolgersi delle cose nella tensione tra il “move fast and break things” delle grandi aziende tecnologiche, e le resistenze che regole e regolatori – almeno ancora per un po’ – continuano ad esercitare.
Ora ci vorrebbe un paio di articoli, qui, per fare solo l’elenco delle principali inchieste a carico delle big tech; non ce n’è una che non sia al momento sotto indagine, sia in Europa che in USA, per violazione delle norme antimonopolio, o del Digital Market Act europeo, o dei diritti di copyright, o delle regole in materia di protezione dei dati personali. Provate a fare qualche ricerca e vi si aprirà un mondo. Qui non è il caso, ma sono notizie facili da reperire.
Il secondo livello è quello della lotta tra le stesse big tech per affermare la propria supremazia sugli altri competitor- A volte si combatte a colpi di carte bollate, come nei rapporti tra Elon Musk e Sam Altman, altre volte si combatte sul mercato. Nel primo caso, è roba da avvocati e strateghi finanziari; nel secondo caso, il campo di battaglia siamo noi.
Questo articolo annuncia il progetto di Open AI di dare vita a un nuovo social network. Non si sa ancora molto della nuova piattaforma, e Open AI ha una certa tradizione nel non riuscire sempre a stare al passo con i propri annunci, ma sembra che il progetto, per quanto ancora non definito, sia un’idea molto concreta.
È un tentativo di aggredire le quote di mercato di competitor come Meta o X? Certamente. È una reazione su altri fronti di un conflitto aperto già in corso? Molto probabile. È un tentativo di diversificare un modello di business che appare sempre meno solido sul lungo periodo? Potete scommetterci. Ma tra le varie possibili ragioni – quando mai ve ne è una sola, del resto? – c’è quella che riguarda un obiettivo imprescindibile per chiunque voglia incrociare i guantoni sul ring dei grandi modelli di AI: i dati. I nostri, o almeno quelli di chi si getterà entusiasticamente tra le braccia del nuovo social che, sicuramente, produrrà bellissime immagini nel più puro stile dello studio Ghibli, con buona pace dei creativi umani e del loro lavoro.
E poi c’è l’ultimo livello.
Che dà il senso all’immagine che abbiamo utilizzato per aprire questo articolo. I dati che daremo in pasto al nuovo social di Sam Altman non serviranno soltanto ad addestrare i nuovi modelli di AI senza dover rischiare una causa del New York Times di turno, o costosi accordi di licenza con gli editori e i titolari di proprietà intellettuale.
Serviranno anche ad alimentare il mercato secondario dei dati utilizzati per forme di sorveglianza e controllo sempre più spinte, in un quadro di costante trasformazione in realtà dei peggiori incubi distopici.
Questo articolo di Joseph Cox, su 404 Media, racconta di come l’agenzia di controllo dei confini USA utilizzi una serie di sistemi per passare al setaccio, in tempo reale, i dati in transito sui social media per identificare “persone di interesse”. Riportiamo qui la descrizione del sistema “Fivecast Onyx”, gentilmente fornita da un sito pubblico del Dipartimento di Homeland Security USA
“Fivecast è una piattaforma tecnologica a cui si accede tramite un’interfaccia utente basata su Internet che fornisce informazioni su una varietà di piattaforme di social media tra cui, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, Facebook, Instagram, Telegram e Twitter. Fivecast analizza la forza delle connessioni tra gli utenti dei social media e raccoglie informazioni sui media e sulle attività da profili mirati. Consente inoltre l’identificazione di nomi utente e profili utilizzando nomi individuali, numeri di telefono, età, indirizzo e-mail e posizione.”
La solita vecchia “open source intelligence” in funzione anti-migratoria? In un certo senso sì, solo sempre più potente, veloce, e pervasiva. Ma la pubblicazione dei documenti su questo sistema accade sia avvenuta nella stessa settimana in cui il Dipartimento della Sicurezza Nazionale USA annunciava l’avvio di attività di indagini sui social media su cittadini stranieri (proprio sicuri, amici americani?) che manifestassero “atti di antisemitismo”.
E se ancora questo pensiate che non ci riguardi, che sia una cosa lontana, ci lasciamo con questa ultima storia: questo è il link di Massive Blue, una criptica home page di una delle tante piccole aziende del settore tecnologico fondate da esperti provenienti dal mondo della computer / data science, della difesa e della sicurezza nazionale. La “brand vision”? “sfruttare il potere della tecnologia in modo etico per guidare un cambiamento positivo e trasformativo in tutta la società”.
Prima, però, di tirare fuori i cleenex per asciugare quella lacrima di commozione che questa profusione di etica e buoni sentimenti disneyani potrebbe favorirvi, divertitevi un po’ con questa lettura da 404 media.org, che racconta di “persone AI”, generate grazie agli algoritmi di Massive Blue per essere utilizzate come l’esca con cui agganciarvi, su quegli stessi social su cui domani, se sarete un po’ troppo antisemiti, o un po’ troppo no-border, o un po’ troppo oppositivi in qualsiasi modo non sia ritenuto gradito al potere di turno, qualcuno potrebbe decidere di farvi agganciare da una magari affascinante e seduttiva “persona AI” sotto copertura, che parla con voi al solo fine di incastrarvi.
E poi, decidete pure se farvi ritoccare il vostro selfie dal nuovo social di OpenAI.
Alla prossima.

SEZIONE LINK
Testo del discorso di JD Vance all’AI Action Summit di Parigi
Programma di lavoro 2025 della Commissione UE
Articolo di “Orizzonte Scuola” su insegnamento AI nelle scuole cinesi
Articolo di “The Verge” su conflitto Musk – Altman
Articolo di “The Verge” sul nuovo social network di Open AI
Articolo di 404 media su controllo dell’immigrazione
Elenco sistemi utilizzati dal Dipartimento Sicurezza Nazionale USA per il controllo delle frontiere
Annuncio Dipartimento Sicurezza Nazionale USA – controlli attività antisemitiche
Articolo di 404 media “AI powered undercover bot for cops”


