Droni abbattuti nello spazio Nato, missili sull’Ucraina, esercitazioni attorno a Kaliningrad, attacchi Houthi sull’Arabia Saudita, Hormuz quasi paralizzato e la guerra aerea che dilaga in Sudan. Non è la Terza guerra mondiale. È una fotografia del 15 settembre 2026. E non tranquillizza.
Un caccia Nato abbatte un drone sopra la Lituania. Una nave militare russa lancia razzi di segnalazione verso un elicottero danese nel Baltico. La Russia continua a mandare sciami di droni sull’Ucraina, mentre Kiev colpisce in profondità il territorio russo. Nel Golfo, missili e droni Houthi raggiungono l’Arabia Saudita e lo Stretto di Hormuz è quasi paralizzato. In Sudan gli attacchi con droni raggiungono regioni considerate fino a poco tempo fa relativamente lontane dal fronte.
Non è la cronaca di una settimana. È, con qualche indispensabile passo indietro per capire ciò che vediamo, la fotografia del mondo al 15 settembre 2026.
Non siamo alla Terza guerra mondiale. Non esiste un unico comando, non esistono due blocchi perfettamente contrapposti e molte delle guerre in corso hanno origini, interessi e protagonisti differenti. Ma esiste qualcosa che merita attenzione: fronti un tempo separati cominciano a sfiorarsi, mentre droni, missili, caccia, navi militari e sistemi antiaerei riducono lo spazio fisico e politico tra una guerra e l’altra.
EUROPA | Un drone sopra la Nato
Poco dopo la mezzanotte un caccia della Nato ha abbattuto un drone entrato nello spazio aereo della Lituania, nei pressi del villaggio di Pratkunai, non lontano da Kaunas. Il velivolo sarebbe arrivato dalla Bielorussia. La sua origine, mentre scriviamo, non è stata stabilita.
È una precisazione essenziale. Il drone è stato abbattuto, lo sconfinamento è avvenuto, ma trasformare un’origine probabile in un colpevole accertato significa aggiungere alla cronaca qualcosa che la cronaca ancora non possiede.
Non sarebbe neppure il primo oggetto proveniente dalla guerra ucraina a finire dove non dovrebbe. Reuters ricorda che caccia Nato hanno abbattuto droni ucraini fuori rotta sull’Estonia a maggio e sulla Lettonia a giugno e agosto. Altri droni militari ucraini sono entrati negli spazi aerei di Finlandia, Lettonia, Lituania ed Estonia. Kiev attribuisce questi sconfinamenti agli effetti della guerra elettronica russa.
Nello stesso Baltico la Danimarca ha denunciato che una nave da guerra russa ha lanciato flares verso un elicottero militare danese impegnato a sorvegliarla.
Sono episodi differenti. Proprio per questo non vanno infilati tutti dentro la stessa spiegazione. Alcuni possono essere errori di navigazione, altri conseguenze della guerra elettronica, altri ancora messaggi militari, test delle difese o provocazioni. Stabilire quale sia quale richiede prove che spesso, nelle prime ore, semplicemente non esistono.
Intanto però gli aerei sono veri, le armi sono vere e i militari che devono decidere se intervenire hanno pochi minuti per farlo.
KALININGRAD | Giocare sul confine
L’11 settembre, durante lo Yalta European Strategy di Kiev, il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha proposto di intensificare le esercitazioni Nato intorno all’enclave russa di Kaliningrad. L’obiettivo dichiarato è creare incertezza nel comando russo e costringerlo a sottrarre uomini e mezzi al fronte ucraino per rafforzare quell’area.
Sikorski non ha proposto di attaccare Kaliningrad: le esercitazioni dovrebbero svolgersi sul territorio dell’Alleanza. Ma la finalità dichiarata è precisamente esercitare pressione militare sulla Russia.
Il giorno successivo ha alzato ancora il tono. In caso di guerra, ha sostenuto, la Nato potrebbe contare su una schiacciante superiorità aerea anche senza gli Stati Uniti. Secondo il ministro polacco, se l’Ucraina ha impiegato sei mesi per mettere fuori uso una parte consistente della capacità di raffinazione russa, agli europei basterebbero sei settimane per completare il lavoro.
Si può discutere molto della solidità militare di queste previsioni. Ci interessa maggiormente ciò che rivelano: la possibilità di uno scontro diretto tra Nato e Russia è ormai entrata nel linguaggio ordinario di esponenti di primo piano dei governi europei.
Due giorni dopo, il 13 settembre, un attacco russo con droni ha colpito infrastrutture ferroviarie ucraine vicino alla frontiera polacca. Una locomotiva del collegamento Kiev-Varsavia è stata danneggiata. Poco prima erano passati nella zona convogli sui quali viaggiavano personalità occidentali, tra cui Boris Johnson; David Petraeus si trovava nell’area ferroviaria.
Da Kiev è stata avanzata l’ipotesi che quelle personalità potessero essere l’obiettivo. Al momento non esiste una prova pubblica che consenta di trasformare quell’ipotesi in un fatto. Mosca ha invece dichiarato di avere colpito infrastrutture ferroviarie utilizzate per trasportare materiale militare proveniente dall’Europa.
Anche qui la distinzione conta. Un attacco russo vicino alla Polonia è un fatto. Un tentativo russo di assassinare Johnson e Petraeus è, allo stato delle informazioni disponibili, un’attribuzione. In guerra la differenza tra le due cose può essere enorme.
UCRAINA | Il cielo non ha più una linea del fronte
La guerra dei droni ha progressivamente cancellato uno dei concetti fondamentali delle guerre del Novecento: la distanza dal fronte.
Mosca può colpire città e infrastrutture ucraine centinaia di chilometri dietro le linee di combattimento. Kiev può raggiungere raffinerie, depositi e installazioni militari nel territorio russo. I velivoli vengono disturbati dalla guerra elettronica, cambiano traiettoria, attraversano confini. Intorno decollano gli intercettori Nato.
Non serve immaginare un piano segreto per capire il rischio. È sufficiente osservare la geometria. Più velivoli vengono lanciati, più sistemi di guerra elettronica vengono utilizzati, più caccia decollano e più difese antiaeree vengono attivate, maggiore diventa la probabilità che qualcosa finisca nel posto sbagliato o venga interpretato nel modo sbagliato.
E nella deterrenza nucleare anche l’interpretazione fa parte dell’arma.
MEDIO ORIENTE | Dall’Iran al Mar Rosso
Se l’Europa orientale è pericolosa, il Medio Oriente presenta ormai un sistema di guerra ancora più esteso.
Gli Houthi dello Yemen hanno lanciato missili e droni contro l’Arabia Saudita, prendendo di mira anche la base militare di Khamis Mushait. Secondo la coalizione guidata da Riad, tredici civili sono rimasti feriti.
Sul terreno gli Houthi hanno contemporaneamente consolidato il controllo della costa occidentale yemenita e conquistato l’isola di Perim, proprio all’imbocco del Mar Rosso. Arabia Saudita e forze yemenite hanno risposto intensificando i bombardamenti.
Non è un fronte periferico. Da una parte c’è Bab el-Mandeb, la porta meridionale del Mar Rosso e quindi della rotta verso Suez. Dall’altra c’è Hormuz, attraverso il quale in condizioni normali transita circa un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio.
Lo Stretto di Hormuz è ormai largamente bloccato dalla guerra. A complicare ulteriormente il quadro ci sono attacchi alle petroliere e versioni contrastanti persino sulla loro origine. Per la petroliera El Gaia, per esempio, i Pasdaran hanno parlato di mine marine; il comando americano sostiene invece che la nave fosse stata precedentemente colpita da un missile iraniano. L’Organizzazione marittima internazionale ha confermato il danneggiamento ma non ne ha stabilito pubblicamente la causa.
È quasi una miniatura del problema globale: un’esplosione, più versioni, eserciti contrapposti e pochissimo tempo per capire quale sia quella vera.
Nel frattempo l’oleodotto saudita Est-Ovest, costruito proprio per permettere al petrolio di aggirare Hormuz, è stato messo fuori servizio da un attacco che Riad attribuisce a milizie irachene sostenute dall’Iran. Il bypass del collo di bottiglia è diventato a sua volta un bersaglio.
GAZA E LIBANO | Guerre che non sono finite
Dentro questo sistema rimangono Gaza e il Libano.
A Gaza continuano gli attacchi e una popolazione già devastata dalla guerra affronta anche la crisi delle strutture sanitarie e delle forniture energetiche. In Libano proseguono i raid israeliani e resta aperto un fronte che può aumentare rapidamente d’intensità.
Gaza, Libano, Iran, Israele, Yemen, Arabia Saudita, Iraq, Mar Rosso e Golfo non sono la stessa guerra. Ma non sono più neppure crisi completamente indipendenti.
Una decisione presa in uno di questi teatri può produrre conseguenze negli altri. Ed è questo collegamento, più ancora del numero dei conflitti, a rendere il quadro pericoloso.
SUDAN | Anche qui arrivano gli sciami
Poi c’è una guerra che l’Europa guarda molto meno.
Il 15 settembre droni hanno attaccato obiettivi nel Sudan orientale e nello Stato del Nilo Azzurro. Le forze armate sudanesi hanno dichiarato di averne abbattuti alcuni sopra Gedaref e Kassala, mentre uno sciame ha colpito anche infrastrutture nei pressi del confine con l’Etiopia.
Il drone ha cambiato anche questa guerra. Secondo dati Acled ripresi in un rapporto britannico, tra aprile 2023 e gennaio 2026 in Sudan erano già stati registrati almeno 1.003 attacchi con droni. Nei primi cinque mesi del 2026 l’Onu aveva documentato oltre mille civili uccisi da questo tipo di attacchi.
Un’arma relativamente economica permette ormai di portare la guerra a centinaia di chilometri dalle linee terrestri. È la stessa trasformazione tecnologica che vediamo, con capacità enormemente differenti, dall’Ucraina al Mar Rosso.
85 SECONDI
Sopra tutti questi conflitti rimane un dato che non misura scientificamente la probabilità della fine del mondo, ma racconta bene la percezione del rischio.
Nel 2026 il Bulletin of the Atomic Scientists ha portato il suo Doomsday Clock a 85 secondi dalla mezzanotte, la posizione più vicina alla catastrofe globale dalla nascita dell’orologio nel 1947.
Non significa che manchino letteralmente 85 secondi all’apocalisse. È un indicatore simbolico costruito da scienziati ed esperti per rappresentare l’insieme dei rischi globali, dalla guerra nucleare alla crisi climatica e alle tecnologie destabilizzanti. Ma quest’anno la guerra pesa parecchio.
Russia e Stati Uniti possiedono ancora arsenali capaci di distruggere il pianeta come lo conosciamo. A questi si aggiungono Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord.
Alcune di queste potenze sono direttamente coinvolte nei conflitti attuali. Altre sostengono, armano o proteggono uno dei contendenti. Ed è qui che la fotografia del 15 settembre diventa più inquietante. Non perché domani debba necessariamente cominciare una guerra mondiale. E neppure perché dietro ogni drone fuori rotta debba esserci una provocazione deliberata.
Il pericolo sta nella moltiplicazione delle occasioni. Un drone entra nello spazio Nato. Un caccia lo abbatte. Una nave russa reagisce a un elicottero danese. Un ministro europeo immagina come distruggere le raffinerie russe. Kiev colpisce dentro la Russia. Mosca bombarda a pochi chilometri dalla Polonia. Gli Houthi lanciano missili sull’Arabia Saudita. Riad bombarda lo Yemen. Una petroliera viene colpita a Hormuz e due eserciti raccontano immediatamente due storie diverse. Nel Sudan gli sciami di droni attraversano un altro pezzo di continente.
Preso separatamente, ciascun episodio può essere contenuto. Il problema è quanti episodi del genere possono verificarsi contemporaneamente prima che qualcuno interpreti male un radar, sbagli una traiettoria, creda a un’informazione falsa, decida di rispondere troppo in fretta o scelga deliberatamente di alzare ancora di un gradino lo scontro.
L’apocalisse non è cominciata. Ma abbiamo costruito un mondo nel quale sono diventate terribilmente numerose le occasioni per sbagliare.
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