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FINALI DA RISCRIVERE | I padri che sanno amare i figli soltanto di notte odiano le donne

Nel nuovo romanzo di Andrea Vianello le voci dei ragazzi morti tornano da un cinema abbandonato. Cercano i padri e le parole rimaste sospese: quelle che una cultura maschile educata a nascondere la tenerezza non è riuscita a pronunciare.


Un vecchio cinema chiuso da anni, nella periferia di Roma, torna a parlare. Dal buio arrivano le voci di alcuni ragazzi morti in un incidente. La polizia entra, cerca, controlla: dentro non c’è nessuno. Ma le voci continuano e chiedono una cosa precisa. Vogliono parlare con i loro padri.

È da questa immagine che prende avvio I figli si baciano di notte, il nuovo romanzo di Andrea Vianello, pubblicato da Solferino, in libreria dal 22 settembre e presentato a Pordenonelegge. Una storia sospesa tra mistero, memoria e lutto, nella quale il confine tra vivi e morti si fa incerto. Il cinema abbandonato è uno dei buchi lasciati nella memoria della città, ma diventa anche il luogo nel quale ciò che è stato rimosso continua a chiedere ascolto.

Attorno a quell’edificio si raccolgono curiosi, investigatori, persone sole e soprattutto uomini incapaci di attraversare insieme la perdita. Hanno perso i figli e, con loro, anche le poche parole che riuscivano a scambiarsi. Il romanzo non riporta indietro i ragazzi per offrire una consolazione facile. Li fa tornare perché esiste ancora qualcosa che i padri devono ascoltare e qualcosa che non hanno saputo dire.

La tenerezza al riparo dagli sguardi

Il titolo riprende un antico detto popolare: “i figli si baciano di notte”. Quando dormono, quando non possono accorgersene e quando nessun altro può vedere. Dentro quelle poche parole c’è un’intera educazione maschile. L’affetto è ammesso, ma deve restare nascosto; la tenerezza sembra indebolire l’autorità paterna; un padre può amare, purché non mostri la propria fragilità.

Non significa che quei padri siano privi di sentimenti. Il punto è più profondo: hanno imparato a separare l’amore dalla sua espressione, fino a non riuscire più a riconoscere, vivere e manifestare gli affetti come dimensione fondamentale dell’essere umano e del rapporto con l’altro. Non basta provare qualcosa dentro di sé se l’altro non può vederlo, sentirlo e farne esperienza.

Proprio per questa ragione è assurdo subordinare al consenso dei genitori i percorsi scolastici sull’affettività. La scuola non sottrae i figli alle famiglie: offre a tutti, indistintamente, le parole e gli strumenti necessari per riconoscere se stessi e incontrare il diverso da sé. Se l’autorizzazione viene affidata proprio agli adulti che possono avere difficoltà a parlare di sentimenti, i ragazzi che ne avrebbero più bisogno rischiano di essere i primi a restarne esclusi.

Nel libro il calcio è uno dei pochi territori condivisi tra padri e figli. Ma anche lì l’incontro rischia di diventare un film: sugli adolescenti vengono depositate le ambizioni, le occasioni perdute e l’immagine di ciò che gli adulti avrebbero voluto essere. Il figlio reale scompare dietro il figlio immaginato. Lo si educa, lo si incita, qualche volta lo si giudica; più raramente gli si domanda chi sia e che cosa desideri.

Uguali non significa identici

Il romanzo apre così una questione che va oltre la sua trama. Da questo punto comincia la nostra lettura. La parità riconosciuta dalle leggi non è ancora diventata piena parità umana. Nel lavoro, nei diritti e nella vita pubblica non esiste alcuna ragione per stabilire differenze tra uomo e donna: conta la persona, la sua capacità, ciò che sa fare. Ma l’uguaglianza non richiede di cancellare la diversità. Una donna è uguale all’uomo in quanto essere umano e, nello stesso tempo, diversa nel corpo, nell’identità e forse anche nel modo di pensare e vivere il rapporto con l’altro.

La cultura occidentale fatica a sostenere insieme queste due realtà. Sa proclamare l’uguaglianza oppure costruire gerarchie; più difficilmente riconosce una differenza che non produca superiorità, inferiorità o dominio. Per secoli la religione, il diritto e la famiglia patriarcale hanno assegnato all’uomo il ruolo del padrone. Il pater familias non doveva soltanto provvedere: comandava, giudicava e possedeva. In quella costruzione la sensibilità appariva come una debolezza e l’identità maschile si misurava sulla capacità di controllare se stessi e gli altri.

La stessa cultura che impedisce a un padre di baciare il figlio quando è sveglio può rendere intollerabile la libertà di una donna. Non esiste, naturalmente, un automatismo tra la difficoltà a esprimere gli affetti e la violenza. Qui la sola spiegazione intellettuale però non basta. Proviamo allora ad attingere dalla psichiatria. Secondo Massimo Fagioli, sotto il bisogno di comandare può esserci qualcosa di più profondo: la perdita di un’immagine interna sana formatasi alla nascita, ma guastata nei primi rapporti affettivi, in uno svezzamento non riuscito nel rapporto con la madre e in altre dinamiche successive come l’identificazione con il padre. (Andiamo a memoria: se qualcosa non vi torna  approfondire non fa male). L’uomo può allora, in quei casi, cercare nel comando e nel possesso la conferma di un’identità che non trova più dentro di sé. E quando l’altro — un figlio o una donna — si sottrae all’immagine che gli è stata assegnata, quella separazione può essere vissuta come una lesione. E lì, se capiamo bene, scatta l’annullamento. Che può avere diverse sfumature, più o meno drammatiche, fino ad arrivare all’estremo della dimensione fisica: il femminicidio.

Quando il possesso sostituisce il rapporto

Quando il comando prende il posto dell’identità, la libertà femminile può essere vissuta come una ferita insopportabile. Una donna che interrompe una relazione, sceglie un altro amore o semplicemente rivendica la propria autonomia non viene più riconosciuta come persona: diventa colei che avrebbe distrutto l’uomo. L’impotenza si trasforma allora in pretesa di possesso e, nei casi estremi, in violenza.

Il passaggio propriamente psichiatrico conserva tutta la sua nettezza. Quando l’abbandono non viene vissuto come la fine dolorosa di un rapporto ma come perdita della propria identità; quando compaiono il delirio di possesso e l’omicidio, non siamo soltanto davanti a un residuo culturale o a una generica sopraffazione. Fagioli parlava di malattia mentale: di una distruzione della realtà interna che rende impossibile riconoscere l’altra persona come essere umano autonomo.

La trasformazione necessaria, dunque, non si esaurisce nella buona educazione o nella distribuzione più giusta dei ruoli. Deve raggiungere il modo in cui gli uomini costruiscono la propria identità, imparano a vivere la separazione e scoprono che mostrare un affetto non li rende meno uomini. Essere padre non significa fabbricare una copia di sé. Amare una donna non significa trattenerla. Un rapporto esiste soltanto se l’altro può essere uguale e diverso, vicino e libero.

Le parole prima che sia tardi

Vianello ha raccontato di avere lasciato alla fantasia uno spazio che il linguaggio giornalistico raramente concede. Nel romanzo entrano il realismo magico latinoamericano, la suggestione di Pedro Páramo di Juan Rulfo e l’esperienza personale di un uomo che, dopo un ictus, ha dovuto rimettere in ordine le priorità della propria vita. Ma il mistero del cinema non serve a fuggire dalla realtà. La illumina da un’altra parte.

Quelle voci domandano ai padri di uscire dal silenzio. Il tempo, però, sta finendo: anche il vecchio cinema ha i giorni contati. È l’immagine più semplice e più dura del libro. I luoghi scompaiono, le famiglie cambiano, i figli crescono o possono morire. Le parole rinviate non restano disponibili per sempre. I figli non dovrebbero essere baciati soltanto quando dormono. E l’amore non dovrebbe avere bisogno della morte per trovare finalmente le parole.



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