Cultura

VELO DI STATO | Imposto in Iran, vietato a scuola in Azerbaigian. E l’Italia vuole liberare le donne per decreto

Le restrizioni di Baku riaprono il dibattito iraniano sulla libertà di scelta. Una contraddizione che riguarda anche casa nostra: l’emancipazione non si misura dai centimetri di stoffa, ma dall’autonomia delle persone.


Una ragazza arriva a scuola con il velo e resta fuori. Succede in Azerbaigian, dove le restrizioni sull’abbigliamento scolastico stanno colpendo studentesse e insegnanti che indossano l’hijab. La giustificazione è la laicità dell’istruzione. Il risultato è una porta chiusa davanti a chi dovrebbe poter studiare. Amnesty International ha denunciato le esclusioni e chiesto di revocare le misure discriminatorie.

La vicenda ha attraversato il confine iraniano, producendo un cortocircuito politico raccontato da Amwaj. I conservatori che difendono il velo obbligatorio in Iran condannano le restrizioni azere come un attacco all’Islam, arrivando ad attribuirle all’influenza israeliana. Gli oppositori dell’obbligo dell’hijab colgono invece l’occasione per contestare qualsiasi imposizione statale sull’abbigliamento femminile, tanto quella che copre quanto quella che scopre.

La repressione accompagna il divieto. Nel comunicato del 16 ottobre Amnesty riferisce trentasette fermi dichiarati dal ministero dell’Interno nella sola Baku, mentre gli attivisti ne segnalano oltre duecento. L’organizzazione denuncia anche la scomparsa di Ilkin Huseynov, che aveva avviato una piattaforma gratuita per collegare insegnanti volontari e bambini esclusi dalla scuola. Secondo le informazioni raccolte, il 14 ottobre è uscito di casa accompagnato da persone non identificate.

E l’Italia può accomodarsi dentro questa discussione. Il governo Meloni ha approvato a settembre un decreto che interviene anche sull’abbigliamento nelle scuole, vietando burqa e niqab. Occorre essere precisi: si tratta di indumenti che coprono il volto, mentre l’hijab lo lascia scoperto e non è compreso nel divieto. La distinzione conta, anche per discutere seriamente di identificazione e attività didattica.

Resta però tutta politica la pretesa di presentare un divieto come un certificato di emancipazione. Il governo dovrebbe spiegare quali possibilità concrete offre a una ragazza sottoposta al controllo familiare, quali servizi può raggiungere, chi la ascolta, come le garantisce di continuare a studiare. Perché una prescrizione sull’abbigliamento non scioglie da sola un rapporto di dipendenza. Può persino lasciare intatto il potere di chi decide per lei, spostandone le conseguenze sulla sua istruzione.

La provocazione riguarda soprattutto i nostri liberatori d’ufficio: quanto spazio sono disposti a concedere alla voce di una donna, quando quella voce contraddice la loro idea di come dovrebbe vivere? Difenderne l’autonomia richiede qualcosa di più impegnativo di una campagna contro un indumento. Significa contrastare la coercizione religiosa e familiare, garantire istruzione, reddito, servizi e possibilità di uscire da una condizione di dipendenza. Significa anche accettare una scelta che non si condivide, verificando che possa essere davvero libera.

L’obbligo del velo e le restrizioni azere hanno contesti e strumenti diversi. A collegarli è la subordinazione della volontà femminile a una decisione del potere. È precisamente questo il terreno sul quale dovrebbe misurarsi una politica di emancipazione, anche in Italia. Una scuola pubblica dovrebbe dare a una ragazza gli strumenti per scegliere la propria vita. Se la lascia fuori, la prima libertà che le toglie è quella di costruirsela.




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