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ITALIA IN LOTTA | Dalle fabbriche alle scuole, le battaglie cercano una strada comune

Landini annuncia lo sciopero generale del 20 novembre. Taranto, crisi industriali, studenti, caro gasolio, sanità e casa: un Paese che protesta e cerca una forza comune.


Il 20 novembre sarà sciopero generale. Maurizio Landini lo ha annunciato dal palco della Via Maestra, sabato a Roma, mettendo insieme lavoro, salari, sanità, casa, pace e Costituzione. L’appuntamento arriva mentre le proteste attraversano già il Paese. Il passaggio politico è trasformare le vertenze disperse in una forza capace di cambiare le scelte del governo e delle imprese.

A Taranto questa necessità ha il volto degli operai che temono di perdere il lavoro e dei cittadini che chiedono di smettere di ammalarsi. Spesso sono le stesse persone, le stesse famiglie. La tuta finisce nell’armadietto, ciò che si respira continua oltre il cancello.

Dopo cinque giorni di sciopero e blocchi, venerdì i lavoratori dell’ex Ilva hanno sospeso la mobilitazione in attesa del confronto con il governo, previsto per il 27 ottobre. Chiedono un futuro industriale e garanzie per dipendenti e indotto che vadano oltre la cassa integrazione. Il 20 ottobre è attesa la decisione della Cassazione sul provvedimento di fermata dell’area a caldo. L’incertezza attraversa l’intero gruppo, da Taranto a Genova e Novi Ligure.

Sabato è scesa in strada la Taranto che rivendica salute e bonifiche. Il corteo “Taranto torna a vivere”, promosso dalla rete Onda del Futuro, ha chiesto la chiusura del polo siderurgico e il risanamento integrale del territorio. Fra gli omaggi, una bandiera con il volto di Massimo Battista, ex operaio ed ex consigliere comunale morto di tumore. Dietro la parola salute ci sono nomi, assenze, famiglie.

Le proposte restano diverse: i sindacati chiedono decarbonizzazione e tutela dell’occupazione; i promotori del corteo vogliono superare il siderurgico attraverso bonifiche e riconversione. Ma dalla fabbrica arriva una frase che dovrebbe entrare in ogni tavolo ministeriale. Raffaele Cataldi, operaio in cassa integrazione dal 2018, dice: «Vogliamo un lavoro che non ci faccia ammalare, un lavoro che ci faccia tornare a casa», come riporta il Corriere di Taranto. A questo deve rispondere lo Stato, con reddito garantito, formazione, risanamento e occupazione: investimenti e tempi verificabili, senza scaricare sui lavoratori il costo della trasformazione.

La crisi industriale corre anche lungo la filiera dell’automobile. Nel confronto fra Stellantis e sindacati del 15 ottobre sono tornati la cassa integrazione a Mirafiori e il futuro di Cassino e Termoli. L’attesa delle decisioni aziendali significa famiglie che rinviano spese, fornitori senza certezze, competenze che rischiano di disperdersi. La politica industriale deve intervenire prima che uno stabilimento diventi una pratica da ammortizzatori sociali.

Sulle strade del Mezzogiorno protestano agricoltori e autotrasportatori. In Sicilia e Calabria i fermi annunciati dal 16 al 20 ottobre si aggiungono ai presidi contro il caro gasolio; in Puglia la mobilitazione coinvolge anche agricoltori e olivicoltori. Categorie differenti, accomunate dal peso dei costi mentre lavorare rende sempre meno. La dipendenza dai combustibili fossili diventa una questione sociale quotidiana: chi guida un camion o un trattore ha bisogno di risposte immediate e di una transizione sostenibile anche economicamente.

Nelle scuole la protesta unisce costo dello studio, edifici, trasporti e opposizione alle politiche di Valditara e al riarmo. Venerdì gli studenti hanno manifestato da Nord a Sud, dopo giorni di occupazioni. A Torino alcuni insegnanti si sono frapposti fra ragazzi e polizia. In quel gesto c’è una relazione che la rappresentazione degli studenti come problema di ordine pubblico cancella: gli adulti che lavorano nella scuola riconoscono le ragioni di chi la frequenta. Scontri e arresti fanno parte della cronaca, ma non esauriscono ciò che sta accadendo.

La rivendicazione di futuro attraversa anche la ricerca pubblica. Al Cnr le stabilizzazioni avviate nel 2026 sono un risultato delle mobilitazioni, ma il percorso resta incompleto e i sindacati chiedono risorse e certezze per il personale precario. Tenere appese le persone significa tenere appesi anche i progetti che portano avanti.

Sanità e assistenza riuniscono le condizioni di chi cura e il diritto di essere curati. Nella sanità privata e nelle Rsa la vertenza contrattuale, che ha portato allo sciopero nazionale di aprile, resta al centro delle rivendicazioni sindacali. Nella piattaforma della Via Maestra torna la richiesta di un servizio pubblico capace di garantire la salute a tutti. Salari, organici e accesso alle cure si incontrano ogni giorno nello stesso reparto.

Poi c’è la casa. A Bologna il Sunia denuncia una città che espelle chi non riesce a sostenere gli affitti. A Montecchio Maggiore, Cgil e Sunia hanno organizzato un presidio per due coniugi sessantenni con difficoltà economiche e gravi problemi di salute: in graduatoria per un alloggio pubblico, senza una casa disponibile. L’esecuzione dello sfratto è prevista per il 18 novembre, due giorni prima dello sciopero generale.

Anche la libertà di protestare è terreno di mobilitazione. Il 14 ottobre la Cgil Toscana ha organizzato uno sciopero regionale e un corteo a Massa contro i pacchetti sicurezza e in solidarietà con le persone chiamate a giudizio dopo una manifestazione per la Palestina. La pace attraversa queste piazze perché la spesa militare riguarda il bilancio pubblico e le priorità della società.

È qui che torna il 20 novembre. Uno sciopero generale acquista forza quando chi difende il proprio posto si riconosce nella battaglia di chi cerca casa, chi studia in quella di chi cura, chi lavora nell’acciaieria nella richiesta di bonificare la città. Questa convergenza va costruita affrontando anche le divergenze: Taranto lo dimostra più di ogni slogan.

Landini ha indicato la data. Adesso c’è da costruire il rapporto di forza che le dia seguito, nelle fabbriche, nelle scuole, nei servizi e nei territori. Perché il 20 novembre apra una strada comune e il giorno dopo nessuno debba tornare da solo davanti allo stesso cancello.



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