Dalla Francia alla Serbia, i giovani riaprono possibilità che sembravano murate. Ma fra una rivolta e una trasformazione passano organizzazione, rapporti sociali e idee. La storia delle primavere sconfitte attraversa anche questo autunno.
A Belgrado, dopo la vittoria della lista sostenuta dagli studenti, alcuni cittadini sono entrati nel parco dei Pionieri per smontare l’accampamento dei sostenitori del potere e raccogliere i rifiuti. Dopo le manifestazioni, le intimidazioni e il voto, il cambiamento aveva assunto una forma quasi domestica: restituire un luogo alla città. Il governo deve ancora nascere, le differenze fra i vincitori restano aperte, gli apparati non evaporano insieme alla sconfitta di chi li ha governati. Per il momento, però, qualcuno ha tolto le transenne.
È un’immagine da tenere accanto a quelle francesi. Le barricate riempiono lo schermo; il lavoro che rende possibile una vittoria raramente trova la stessa inquadratura. Eppure proprio nella distanza fra una manifestazione riuscita e una trasformazione durevole si gioca la partita di questa stagione.
Il racconto pubblicato da Inter Press Service parte dalle scuole francesi: edifici degradati, carenza di insegnanti, aule sovraffollate, accesso all’università contestato. Da quelle condizioni affiora una questione più vasta: quale vita diventa possibile quando istruzione, abitazione e lavoro si allontanano dalle possibilità di chi dovrebbe cominciare a costruirsela. Il disagio acquista una voce collettiva quando ciò che veniva vissuto come una difficoltà privata diventa riconoscibile nell’esperienza degli altri.
In Italia le occupazioni attraversano città diverse, da Torino a Firenze, da Roma a Cosenza. Gli studenti collegano le condizioni degli edifici e i finanziamenti all’istruzione alle scelte sulla spesa militare. Dentro questa connessione c’è già un giudizio sulle priorità pubbliche: i soldi destinati a preparare la guerra e quelli necessari a rendere abitabile una scuola appartengono allo stesso bilancio politico.
Ogni volta che una mobilitazione viene compressa nella sequenza incendio-arresto-dichiarazione del ministro, spariscono le decisioni che l’hanno preceduta. La cronaca arriva quando il vetro si rompe; la politica aveva lavorato a lungo, e assai meno rumorosamente, per assottigliarlo.
In Francia la pressione delle piazze ha strappato i primi impegni: il governo ha annunciato prestiti per ristrutturare le scuole, nuovi posti universitari, borse di studio adeguate all’inflazione e la sostituzione entro il 2028 di Parcoursup, la piattaforma nazionale attraverso cui gli studenti si candidano all’università e agli altri percorsi di istruzione superiore. Gli studenti giudicano insufficienti le misure e intendono proseguire la mobilitazione. Fra le promesse e un’aula finalmente utilizzabile possono trascorrere anni; intanto, però, la protesta ha costretto l’esecutivo a occuparsi di ciò che aveva lasciato deteriorare.
Il mestiere della durata
La Serbia aggiunge qualcosa di più impegnativo alla fotografia della rivolta. Aleksandar Vučić, già ministro dell’Informazione nell’epoca di Slobodan Milošević, aveva attraversato stagioni politiche differenti, rivestendo di europeismo una traiettoria nata nell’ultranazionalismo. Il suo sistema sembrava aver imparato a consumare gli avversari. Il voto del venticinque ottobre ha mostrato che poteva essere battuto.
Gli studenti hanno impiegato quasi due anni. Dalla tragedia della stazione di Novi Sad, dove il crollo di una pensilina uccise sedici persone, hanno costruito una mobilitazione capace di attraversare il paese. Hanno raggiunto località dove l’informazione favoriva il potere, cercato un terreno comune fra orientamenti differenti, mantenuto una resistenza pacifica attraverso intimidazioni e aggressioni. Alla comunicazione digitale hanno aggiunto chilometri, incontri, presenza.
Hanno dato tempo e relazioni alla protesta. La candidatura elettorale è maturata dentro quel percorso, raccogliendo un consenso che superava largamente il perimetro degli atenei.
Sarebbe prematuro attribuire alla vittoria una trasformazione culturale già compiuta. Si può condividere il desiderio di liberarsi di un sistema e divergere profondamente su ciò che deve sostituirlo. Ma la Serbia incrina una comoda superstizione: l’idea che i giovani possano animare le piazze, fornire immagini alle campagne degli adulti e restare eternamente fuori dalla stanza delle decisioni.
Il maggio che vinse e perse
La storia offre esiti meno ordinati delle commemorazioni. Nel maggio francese del 1968 la contestazione studentesca incontrò un enorme movimento di scioperi. A giugno le elezioni restituirono una forte maggioranza al potere gollista. Il paese che aveva fermato le fabbriche votò anche per chi prometteva di rimetterlo in marcia.
Le conquiste salariali e sindacali continuarono intanto a produrre effetti. Negli anni successivi cambiarono l’università, i rapporti familiari, la condizione femminile, attraverso lotte dotate di una propria autonomia. Il bilancio muta secondo il punto dal quale lo si osserva: le urne, le leggi, le relazioni fra le persone. La trasformazione procedette su tempi differenti, senza rispettare il sipario calato sulle barricate.
In Italia lo Statuto dei lavoratori del 1970 maturò nell’incontro fra mobilitazione sociale, elaborazione giuridica e iniziativa politica. Una conquista richiede anche persone capaci di darle una forma che continui a operare quando lo sciopero finisce. Il ciclo di conflitti accompagnò una stagione di diritti, ma contenne anche rigidità ideologiche, separazioni e sconfitte che nessuna nostalgia dovrebbe cancellare.
Gli anni Settanta vengono spesso stipati nella parola «piombo». Dentro quella scatola scompaiono esperienze differenti e perfino antagoniste: movimenti di emancipazione, terrorismo di sinistra, stragismo neofascista, repressione, conquiste sociali. Le responsabilità diventano indistinte e il decennio assume il colore uniforme di una minaccia dalla quale il paese sarebbe stato finalmente liberato.
Nel 1980 la vertenza Fiat e la marcia dei quarantamila segnarono una sconfitta sindacale profonda. Pesavano la crisi industriale, il mutamento del lavoro, difficoltà di rappresentanza e forme di lotta divenute difficili da sostenere. Gli anni Ottanta ereditarono quelle fratture, mentre il successo individuale conquistava spazio nell’immaginario pubblico. Sotto l’etichetta del riflusso continuarono però a muoversi pacifismo, ambientalismo e altre forme di partecipazione.
La domanda resta attuale: quanto tempo impiega una forza di trasformazione ad accorgersi che gli strumenti con cui legge il mondo hanno cominciato a descrivere soprattutto se stessa?
La primavera ferita
Le primavere arabe restano la ferita più profonda di una speranza capace di riempire le piazze e incapace, in molti casi, di trovare un approdo durevole. Dal 2011 portarono alla luce domande di libertà, dignità, lavoro e giustizia sociale. Gli esiti seguirono strade differenti: restaurazione militare in Egitto, guerre alimentate anche da potenze esterne in Libia e Yemen, repressione e catastrofe bellica in Siria. La Tunisia, a lungo indicata come l’approdo democratico di quella stagione, conobbe a sua volta una svolta autoritaria.
Leggere questi esiti come una prova dell’ingenuità dei manifestanti significa dimenticare quali forze agirono contro quelle possibilità: apparati militari, interessi economici, organizzazioni religiose, potenze regionali e internazionali. Strutture già insediate, provviste di mezzi, fedeltà e capacità di occupare gli spazi aperti dalla crisi.
La libertà può riempire una piazza prima di trovare istituzioni e rapporti sociali capaci di sostenerla. Nel frattempo, chi possiede armi, denaro e una spiegazione pronta del mondo può impadronirsi del cambiamento. Anche una vittoria elettorale, dentro questo squilibrio, può diventare una porta girevole.
Le mobilitazioni in Nepal e Bangladesh, nate in contesti differenti e capaci di rovesciare governi, ripropongono la questione. La rottura della paura è una conquista reale. Il suo sviluppo dipende anche da ciò che i movimenti riescono a costruire dopo, quando l’entusiasmo incontra amministrazioni, interessi consolidati, divisioni e aspettative.
Il giorno successivo appartiene alla storia quanto quello della liberazione, ma riceve molte meno canzoni.
I poteri che cambiano abito
Le rivolte incontrano forze che lavorano per spegnerle, deviarle, renderle irriconoscibili. Nell’Italia della strategia della tensione, il terrorismo neofascista si intrecciò con protezioni e depistaggi di uomini degli apparati statali. La vicenda di Bologna e le ricostruzioni giudiziarie sul ruolo di Gelli e della P2 danno nomi e consistenza a questi rapporti.
Accanto agli accertamenti restano territori da ricostruire: servizi paralleli, relazioni con la criminalità, circuiti finanziari e politici. L’Anello, indagato nelle inchieste di Stefania Limiti e negli studi sul Noto servizio, appartiene a questo campo di ricerca. La diversa solidità delle prove va mantenuta visibile: un elenco di sigle misteriose, da solo, produce nebbia.
L’ipotesi di lavoro riguarda i modi attraverso i quali grandi interessi economici cercano di proteggersi quando la partecipazione democratica minaccia di limitarne il potere. La formula «braccio armato del capitalismo» acquista forza se viene articolata nei suoi strumenti, nelle alleanze e nelle responsabilità concrete. Perde capacità di spiegazione quando immagina un comando unico dietro ogni evento.
Oggi una parte di quei rapporti si esibisce in pubblico. Musk sostiene l’estrema destra tedesca e offre alla sua leader la piattaforma di cui è proprietario. Il possessore della piazza entra nella competizione politica e mette il megafono a disposizione dei propri alleati.
«Tecnofeudalesimo» è una delle categorie proposte per interpretare un potere fondato sul controllo privato di infrastrutture dalle quali dipendono comunicazione, attività economiche e accesso al pubblico. Il termine resta discusso; la concentrazione del potere apre una questione democratica concreta. Il sovranismo vi trova una contraddizione rivelatrice: promette di restituire il paese al popolo mentre cerca protezione presso patrimoni e infrastrutture che attraversano le frontiere.
Dentro questa trama va osservato anche il rapporto fra imprese tecnologiche, apparati militari israeliani e progetti di occupazione e annessione. Il rapporto del 2025 della relatrice speciale Onu Francesca Albanese esamina il contributo delle aziende a quella che definisce un’economia del genocidio. È una ricostruzione da distinguere dagli accertamenti dei tribunali, che indica però una pista materiale: contratti, servizi, tecnologie e profitti attraverso i quali il dominio viene sostenuto.
La destra nazionalista israeliana e le sue componenti sioniste suprematiste entrano in questo quadro per le politiche e le alleanze che perseguono. Sono questi progetti concreti di dominio a rendere riconoscibili le convergenze, oltre le differenze fra le singole tradizioni politiche.
L’ipotesi è quella di convergenze autoritarie fra interessi economici, poteri politici e strumenti di coercizione. Le componenti possono competere e incontrarsi nella volontà di sottrarre territori, lavoro, conoscenza e informazione al controllo democratico. La continuità da indagare riguarda questa funzione; forme, protagonisti e mezzi richiedono ogni volta prove proprie.
Quanti sono quelli che sperano
I giovani europei si muovono dentro società più anziane. La misura della loro diminuzione cambia secondo la fascia d’età, il territorio e gli anni messi a confronto. Eurostat documenta comunque lo spostamento degli equilibri: fra il 2004 e il 2024 la quota degli ultrasessantacinquenni nell’Unione è salita dal 16 al 22 per cento.
Il problema politico esiste anche senza forzare la cifra. Risorse, rappresentanza e attenzione possono distribuirsi secondo equilibri nei quali chi arriva dopo fatica a trovare posto. Dall’età anagrafica, però, non discende un programma. Esistono giovani autoritari e anziani che tengono aperti spazi di libertà. La trasformazione ha bisogno di attraversare le generazioni.
La Serbia suggerisce proprio questa possibilità: una minoranza anagrafica può diventare il punto di raccolta di un disagio molto più esteso. Nessuna piramide della popolazione misura da sola la capacità di costruire fiducia.
L’internazionale nera lavora sul versante opposto: raccoglie insicurezze diverse e offre loro un bersaglio. Un incidente grave può favorirla, soprattutto quando riesce a imporre una sola immagine a un movimento composito. Considerare inevitabile questo passaggio significherebbe però attribuirle in anticipo il monopolio del significato. Fra un fatto e il racconto pubblico che ne deriva intervengono organizzazione, informazione, credibilità, rapporti costruiti prima dell’emergenza.
Una fragilità ulteriore riguarda le piattaforme. Una protesta può circolare ovunque e possedere pochissimi luoghi nei quali discutere, decidere e conservare memoria. L’assemblea interminabile aveva i suoi limiti; il flusso interminabile li nasconde meglio.
Il pensiero dopo la protesta
Qui entra la questione teorica. Una mobilitazione può ottenere una concessione, fermare un provvedimento, sconfiggere un governo. La trasformazione culturale richiede anche un’idea dell’essere umano capace di orientare ciò che si costruisce.
Mettere al centro la realtà umana comporta scelte riconoscibili: pensare l’istruzione come formazione della capacità di comprendere e creare; il lavoro insieme al tempo necessario per vivere; la casa come condizione dell’autonomia e delle relazioni; la salute mentale dentro la qualità dei rapporti sociali, senza affidare all’individuo il compito di adattarsi a qualsiasi ambiente.
Ricordo il commento di Massimo Fagioli quando l’editore scelse il nome Left per il settimanale Avvenimenti. Apprezzò quella scelta perché a liberté, égalité e fraternité occorreva aggiungere la T di trasformazione. Fu da quell’osservazione che nacque il titolo “Trasformazione”, che diedi alla rubrica curata sulle nostre pagine dallo psichiatra autore della teoria della nascita. In quella lettera aggiunta c’era una questione che attraversa anche le piazze di oggi: quale pensiero della realtà umana può dare profondità e durata alla richiesta di cambiare il mondo.
Quella ricerca aveva alle spalle anche un’esperienza collettiva. Le giornate di studio “Le rivoluzioni del Novecento tra speranze e delusioni”, nel 2019/2020, dedicarono all’Analisi collettiva il lavoro “Una storia diversa… una storia d’amore”, curato da Giovanni Senatore e Fiorella Quaranta. Già l’accostamento apriva una questione: quale rapporto può esserci fra la ricerca sulla realtà umana e le speranze di trasformazione che hanno attraversato il secolo?
Nella presentazione compare una frase di Fagioli, tratta da La marionetta e il burattino: “Solo il gruppo, il collettivo, l’eroe come gruppo di uomini, la massa, ovvero il rapporto, può dare speranza alla speranza”.
Il passaggio dalla massa al rapporto offre una chiave anche per questo autunno. Porta l’attenzione su ciò che accade fra le persone quando si incontrano: la possibilità di riconoscersi, sviluppare un pensiero, affrontare un dissenso senza cancellare l’altro. Un collettivo può aprire questa ricerca oppure soffocarla sotto il peso dell’appartenenza. Anche nella sinistra, la trasformazione si misura nella qualità dei rapporti che prendono forma mentre la si cerca.
La speranza acquista così una consistenza diversa: vive nell’esperienza di poter cambiare insieme, conservando la libertà di ciascuno. È un terreno sul quale una mobilitazione può cominciare a trasformare la cultura politica prima ancora di arrivare al governo.
Su questo terreno la sinistra viene interrogata nelle sue fondamenta. Può redistribuire meglio alcune risorse e continuare a immaginare le persone come unità produttive, consumatori o appartenenti a un blocco. Può parlare di emancipazione e chiedere obbedienza nelle proprie organizzazioni. Il deficit teorico si manifesta nella distanza fra le parole pubbliche e i rapporti che si praticano.
I giovani possono incidere anche qui, purché trovino interlocutori disposti a lasciarsi sedurre e contaminare. Se vengono accolti soltanto come energia da riversare in contenitori già pronti, la loro presenza ringiovanisce la fotografia e lascia però intatto il pensiero.
Una piattaforma culturale dovrebbe rendere discutibili le contraddizioni, consentire ricerca e dissenso, produrre criteri con cui valutare le decisioni. La sua forza si misura anche nella capacità di riconoscere qualcosa che prima non si riusciva a vedere. Senza questo lavoro, ogni successo rischia di essere amministrato con il vocabolario già disponibile, compreso quello dell’avversario.
A Belgrado, per ora, hanno riaperto un parco. È una misura piccola rispetto alle promesse della storia, abbastanza concreta da poterci camminare dentro. Le prossime saranno più difficili: chi potrà parlare, come si deciderà, quali vite troveranno spazio. La piazza ha spostato il confine del possibile. Ora quel confine attraversa anche le idee dei vincitori.
Fonti
Inter Press Service — France’s New Protest Generation Rises, 26 ottobre 2026
Reuters — Le concessioni del governo francese e la prosecuzione delle proteste, 26 ottobre 2026
Sky TG24 — Proteste studenti in Italia, scuole occupate da Firenze a Roma, 20 ottobre 2026
El País — La generazione che ha sconfitto Vučić, 26 ottobre 2026
The Guardian — Belgrado dopo la vittoria della Lista studentesca, 27 ottobre 2026
Cnrs — 1968: a Turning Point in History?
Rai — La storia dello Statuto dei lavoratori
Civicus — Nepal: il cambiamento diventa possibile, 20 aprile 2026
Civicus — Bangladesh: la rottura del silenzio, 11 giugno 2026
Camera dei deputati — Atti parlamentari con estratti della sentenza sulla strage di Bologna
Ansa — Le motivazioni sul contributo di Gelli alla strage, 5 aprile 2023
Stefania Limiti — L’Anello della Repubblica, Chiarelettere, 2009; Aldo Giannuli — Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro, Tropea, 2011
Reuters — Musk ospita Alice Weidel su X e sostiene l’AfD, 9 gennaio 2025
Eurostat — Demography of Europe, edizione 2025
Copertina – Manifestazione studentesca a Niš, Serbia, primo marzo 2025. Foto: Nikola Dyordyevich,
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