Tutto cominciò molto prima di Trump. Ma quando il presidente americano disse «Odio i miei avversari», il programma diventò esplicito. Da Gaza all’Europa impoverita, la politica che costruisce nemici ci allontana da chi decide le condizioni della nostra vita.
C’è una storiella crudele. Un ragazzo, stanco dei ratti che gli mangiano il raccolto, getta una maiala morta in un pozzo abbandonato. I ratti scendono e banchettano. Finita la carne, scoprono che risalire è impossibile. La fame li spinge ad aggredirsi, poi a divorarsi. Ne rimane uno. Il ragazzo lo recupera e lo libera nei campi: nella parabola, ha imparato a nutrirsi dei propri simili. Il raccolto è salvo.
È un racconto, non un esperimento da prendere per buono. Ma contiene un’immagine politica riconoscibile: dal fondo del pozzo si vede benissimo il vicino. Molto meno chi sta sul bordo.
Tutto ebbe inizio molto prima. Ma un passaggio diventò esplicito il 21 settembre 2025, al memoriale di Charlie Kirk. Donald Trump disse: «Odio i miei avversari e non voglio il meglio per loro». Avversari, precisamente. Persone che in una democrazia dovrebbero poter governare al tuo posto. Nella stessa cerimonia, intrisa di predicazione e mobilitazione politica, Vance celebrò Kirk come martire della fede cristiana. L’odio presidenziale trovava posto dentro una rappresentazione religiosa del potere.
Con l’avversario puoi perdere un’elezione. Contro il nemico, soprattutto se presentato come nemico di Dio, ogni limite rischia di apparire un cedimento.
Le notizie israeliane mostrano quanto questa trasformazione possa avanzare. Reuters racconta il consenso di Itamar Ben-Gvir fra i giovani, alla vigilia del voto del 27 ottobre. Le Monde descrive la convergenza fra destra ed estrema destra: annessione, armamento dei cittadini, radicalizzazione delle politiche. Il ricambio dei governanti potrebbe lasciare intatto il principio: sicurezza e diritti per alcuni, subordinazione per gli altri.
Gaza è stata anche il luogo dove misurare quanta distruzione si possa infliggere a una popolazione senza perdere il sostegno decisivo dei propri alleati. Questo il significato politico di un test criminale: verificare fino a dove arriva l’impunità, quante immagini di bambini uccisi possa assorbire il linguaggio delle cancellerie, quante volte si possa promettere un limite e lasciarlo superare.
La conseguenza torna dentro casa. Sul Guardian, Shada Islam collega Gaza all’erosione delle libertà europee e alla repressione della solidarietà palestinese. Il precedente riguarda tutti: se un diritto dipende dall’identità di chi lo esercita, il governo può restringere ogni volta il gruppo degli ammessi. Prima il palestinese, poi chi manifesta per lui. Il pozzo si allarga.
Quanto manca alla guerra totale? Nessuno dispone di un calendario. Abbiamo però fatti che mostrano il moltiplicarsi delle occasioni di scontro diretto. La Nato ha annunciato nuovi aerei da pattugliamento, radar e droni nel Mar Nero dopo gli attacchi alle navi mercantili, senza attribuirne formalmente la responsabilità. Aumentano mezzi militari, allarmi, possibilità di incidenti.
Nella notte fra il 20 e il 21 ottobre gli attacchi russi hanno ucciso quattro persone in Ucraina e colpito infrastrutture energetiche. Nello stesso giorno l’inviato americano Steve Witkoff ha incontrato Putin per discutere della ripresa dei negoziati. Le due notizie vanno tenute insieme: la distruzione continua, lo spazio diplomatico esiste ancora. Considerare inevitabile l’allargamento della guerra significa rinunciare a fermarlo.
Intanto la guerra entra nelle case attraverso carburanti, trasporti, riscaldamento, alimenti. Il 21 ottobre il petrolio è tornato vicino ai massimi di cinque mesi, fra attacchi alle rotte del Golfo e assenza di una soluzione al conflitto con l’Iran. Per chi dispone di poco, un rincaro significa rinunciare ad altro.
Ed eccoci in Italia. L’ascensore sociale è un’espressione quasi gentile per chi deve arrivare alla fine del mese. I dati Istat sul 2025 contano 5,4 milioni di persone in povertà assoluta e oltre due milioni di famiglie. Il lieve miglioramento rispetto all’anno precedente va registrato. Lo zero virgola buono per i comunicati. Resta una dimensione enorme. Nelle famiglie operaie la povertà assoluta ha un’incidenza doppia rispetto alla media delle famiglie di occupati. Si lavora, ma lo stipendio non basta a garantire una vita dignitosa.
Qui entrano in scena dotti, medici e sapienti. Spiegano adattamento, competenze, produttività, compatibilità. Questioni da discutere, purché non servano a evitarne una: chi prende la parte maggiore della ricchezza prodotta e chi deve arrangiarsi con ciò che resta.
Anche Mario Draghi, il primo ottobre a Zurigo, ha avvertito che risanare i bilanci soltanto con tagli e aumenti delle tasse non basta. Chiede crescita e integrazione europea. Bene. Ma la crescita, da sola, non stabilisce quanto guadagna un’infermiera, chi può permettersi una casa, chi aspetta una visita e chi la compra. Servono scelte su salari, fisco, servizi e proprietà. La redistribuzione non arriva automaticamente in fondo a una relazione sulla competitività.
Il pozzo funziona quando queste scelte scompaiono. Rimangono il migrante che avrebbe avuto qualcosa prima di te, il dipendente pubblico che lavorerebbe meno di te, il disoccupato che vivrebbe alle tue spalle. Una competizione per risorse presentate come insufficienti, mentre diventa sempre più difficile discutere chi le distribuisce.
Le destre religiose offrono a questa competizione una consacrazione: una nazione eletta, una civiltà assediata, un’autorità da obbedire. Non occorre immaginare una regia unica mondiale. Governi, movimenti e interessi diversi, anche in conflitto, possono riconoscersi nello stesso metodo: trasformare l’insicurezza sociale in obbedienza e il vicino in bersaglio.
La favola finisce con un ratto che il padrone ritiene utilizzabile contro gli altri. La politica comincia quando le persone rifiutano quella parte. Quando il lavoratore riconosce nel salario del migrante una questione che riguarda anche il proprio. Quando la difesa di Gaza incontra quella del diritto a manifestare. Quando chi aspetta una cura smette di chiedere chi far arretrare nella fila e pretende un servizio capace di curare tutti.
Il ragazzo può permettersi di aspettare finché dal pozzo sale soltanto il rumore della lotta. Comincia a preoccuparsi quando sente che, laggiù, si stanno parlando.
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