L’acqua entra in casa. John Wilson compra una miscela per riparare il cemento, prova a chiudere il passaggio. L’acqua torna. Comincia così, dal seminterrato di un palazzo del Queens, un viaggio dentro la materia alla quale abbiamo affidato la nostra idea di solidità.
Il regista americano, conosciuto per la serie How To with John Wilson, ne ha fatto un documentario: The History of Concrete. Le crepe di New York diventano il filo di un racconto insieme comico e inquietante: infrastrutture rattoppate, infiltrazioni, strutture che chiedono manutenzione. Abbiamo costruito un mondo che sembra definitivo. Dobbiamo continuamente tenerlo insieme.
Il cemento ha permesso di realizzare ospedali, scuole, acquedotti, abitazioni. Proprio perché ne dipendiamo, dovremmo distinguere ciò che serve da ciò che conviene costruire a chi lo costruisce. Una casa accessibile e un’operazione immobiliare di lusso possono impiegare gli stessi materiali. Rispondono a interessi molto diversi.
Il terreno sparisce, il pericolo resta
Il rapporto Ispra-Snpa pubblicato nel 2025, riferito al 2024, registra 83,7 chilometri quadrati di nuove superfici artificiali, con un aumento del 15,6 per cento rispetto all’anno precedente. Tolti i ripristini, il consumo netto è di 78,5 chilometri quadrati: il valore più alto dal 2012.
Consumo di suolo comprende edifici, infrastrutture, piazzali, cantieri e altre trasformazioni artificiali: non coincide interamente con una colata di calcestruzzo. Misura però la continua sottrazione di territorio alle sue funzioni naturali.
La trasformazione procede anche dove sarebbe necessario fermarsi a valutare il rischio. Nel 2024 le nuove coperture artificiali hanno interessato 4,58 chilometri quadrati di aree a pericolosità idraulica elevata e 13,03 a pericolosità media. Il territorio artificiale aumenta anche mentre la popolazione diminuisce.
Sono numeri che rendono difficile attribuire tutto all’imprevedibilità del cielo. Le mappe del pericolo esistono. I terreni vengono trasformati attraverso decisioni, autorizzazioni, progetti. La pioggia arriva dopo.
Un suolo vivo trattiene acqua, contribuisce a regolarne il ciclo, sostiene vegetazione e biodiversità. Coprirlo significa perdere una parte della protezione che offre agli insediamenti umani. L’Ispra descrive da tempo queste funzioni, che diventano visibili soprattutto quando vengono a mancare.
Le superfici impermeabili favoriscono il deflusso della pioggia; il paesaggio minerale contribuisce al surriscaldamento urbano. La stessa città diventa rovente durante le ondate di calore e più vulnerabile durante le precipitazioni intense.
Il verde diventa piazzale. Il consumo di suolo visto dall’alto

Il Paese che costruisce e lascia vuoto
Prima di occupare altro terreno, bisognerebbe guardare quanto abbiamo già costruito. Secondo l’Istat, nel 2023 in Italia c’erano 9,5 milioni di abitazioni non occupate da residenti, su un patrimonio di oltre 35,6 milioni. Dentro quel numero convivono case vuote, seconde case e alloggi utilizzati da persone che risiedono altrove.
Non sono tutte abbandonate, disponibili o recuperabili. Una casa in un paese spopolato non risolve automaticamente l’emergenza abitativa di una città universitaria. Quel patrimonio dovrebbe però essere il punto di partenza di una politica della casa: sapere dove si trova, in quali condizioni è, quanto costa recuperarlo e a quali bisogni può rispondere.
Poi c’è il costruito rimasto a metà. L’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, elaborando i dati del Mit, conta 250 opere pubbliche incompiute a fine 2024: 1,45 miliardi di euro già spesi e altri 970 milioni stimati per completarle. Un inventario parziale, che esclude i cantieri classificati ancora in corso anche quando accumulano forti ritardi.
Sul versante dell’abusivismo, il monitoraggio di Legambiente offre un altro dato: nei 110 Comuni campani che hanno risposto, tra il 2004 e dicembre 2022 sono state emesse 23.635 ordinanze di abbattimento; le demolizioni eseguite sono state 3.107, il 13,1 per cento.
Case inutilizzate, opere incompiute e costruzioni abusive sono problemi differenti. Insieme mostrano quanto lavoro ci sarebbe sul territorio già trasformato: recuperare ciò che serve, completare ciò che conserva un’utilità pubblica, demolire ciò che è pericoloso o incompatibile con i luoghi.
Servono progettisti, muratori, tecnici, amministrazioni capaci. Il lavoro esiste anche senza spostare ogni volta il cantiere su un campo ancora libero.
La patria sotto i piedi
L’Unione europea ha approvato la direttiva sul monitoraggio e la resilienza del suolo, sostenuta anche dall’Italia in Consiglio. Introduce un quadro comune per controllare la salute dei terreni, gestire le contaminazioni e mitigare il consumo di suolo. Il termine per recepirla scade il 17 dicembre 2028: oggi non c’è una scadenza violata da contestare al governo.
C’è invece una responsabilità politica da esercitare adesso. La Svezia ha già consegnato una prima relazione tecnica per organizzare l’attuazione. Anche in Italia risultano preparativi sotto il coordinamento del ministero dell’Ambiente: rendere pubblici calendario, risorse e risultati attesi permetterebbe di misurare gli impegni.
Il governo Meloni si avvia verso l’ultimo tratto della legislatura. Le responsabilità urbanistiche attraversano governi, Regioni e Comuni; quella di dare una direzione nazionale riguarda anche chi oggi guida il Paese.
La destra cerca la propria immagine della sicurezza nelle strade, nei ragazzi da inseguire, nelle pene da aumentare. Dovrebbe guardare anche sotto i piedi. Un quartiere sicuro ha scuole che reggono, case abitabili, ombra durante il caldo e spazio per l’acqua quando piove.
Una nuova costruzione offre un’inaugurazione. La manutenzione riuscita lascia un ponte percorribile, una scuola aperta, un quartiere protetto. Il suo risultato più importante può essere un disastro che non avviene. Servono amministrazioni capaci di programmare oltre la fotografia del giorno.
Il 27 ottobre sarà presentato il nuovo rapporto nazionale sul consumo di suolo. Arriveranno altri dati per misurare la distanza tra le dichiarazioni e le trasformazioni del territorio.
Intanto resta quel seminterrato del Queens. Wilson ripara una fessura, l’acqua torna. Si asciuga, si rattoppa, si ricomincia.
E sopra, qualcuno ha già autorizzato un altro piazzale al posto del verde. C’era una volta il Belpaese.
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