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SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA | Ora resta da stabilire chi è il mostro

L’Istat documenta povertà e divari, gli studenti protestano contro il carovita. Il governo celebra il fermo di Siher, mentre nella Palestina occupata continuano morti ed espulsioni.


L’Istat misura le distanze. Il governo esibisce il nemico. Nel rapporto sul Benessere equo e sostenibile ci sono tre dati che dovrebbero occupare il centro della discussione pubblica: il rischio di povertà supera la media europea di 2,3 punti percentuali; il tasso di occupazione è inferiore di 8,5 punti; gli svantaggi continuano a concentrarsi nel Mezzogiorno. Sono distanze nelle possibilità di lavorare, studiare, costruirsi una vita.

I miglioramenti registrati vanno guardati da vicino. Nel 2025 il reddito disponibile medio per abitante cresce del 2,4 per cento nominale; nel biennio 2024–2025 l’aumento reale complessivo è del 2,2 per cento. Ma reddito disponibile delle famiglie e retribuzioni sono misure diverse. Su queste ultime pesa ancora la perdita accumulata: nel Rapporto annuale 2026 l’Istat rileva che, nonostante il recupero del biennio, il loro potere d’acquisto resta inferiore dell’8,6 per cento rispetto al 2019. Il passo avanti arriva dopo molti passi indietro.

Sul recupero degli stipendi agisce anche il drenaggio fiscale: se gli aumenti inseguono i prezzi, mentre scaglioni e detrazioni non vengono adeguati, il peso effettivo delle imposte può crescere senza che il lavoratore sia diventato realmente più ricco. Una parte dell’aumento serve a rincorrere l’inflazione, un’altra può finire al fisco. L’effetto sul singolo reddito dipende anche dagli sgravi: il dato sul reddito disponibile incorpora già imposte e trasferimenti.

L’occupazione aumenta di mezzo punto, con progressi maggiori anche fra i lavoratori più adulti: avere più persone al lavoro non basta a dimostrare che quel lavoro garantisca una vita dignitosa. La maggiore longevità è una conquista alla quale contribuiscono ricerca medica e cure; trasformarla in un certificato di buona salute sociale del Paese è un’altra operazione.

Intanto cresce la precarietà persistente. Fra i dipendenti a termine, la quota di chi lavora da almeno cinque anni per lo stesso datore passa dal 19,4 al 21,3 per cento. Nello stesso tempo diminuiscono i passaggi verso un impiego stabile. Cinque anni nello stesso posto, ancora con la scadenza addosso: una condizione che rende difficile programmare una casa, una famiglia, perfino una spesa imprevista.

Per le donne il divario occupazionale con l’Europa raggiunge 13,3 punti percentuali. In Campania, Puglia e Calabria almeno dieci dei dodici ambiti esaminati presentano valori medi peggiori del riferimento nazionale. Eppure, nel confronto europeo, l’Italia ottiene risultati relativamente favorevoli proprio nella sicurezza. Le maggiori criticità riguardano istruzione, lavoro e ricerca. Priorità che nella comunicazione del governo finiscono regolarmente dietro l’ennesimo allarme.

Il colpevole prima del processo

Dentro questo scarto entra Youssef Siher, ricercatore e giornalista freelance fermato nell’inchiesta sui canali social del Movimento 17 ottobre. Le cronache riportano contestazioni di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, apologia di delitti e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche; alcune riferiscono anche l’ipotesi associativa con finalità di terrorismo. Negli aggiornamenti consultati il 26 ottobre l’udienza di convalida risultava ancora attesa.

La celebrazione politica, invece, era già cominciata. Matteo Piantedosi ha accompagnato l’annuncio dell’individuazione con la promessa che non sarebbero state tollerate «zone franche». Guido Crosetto si è congratulato pubblicamente, aggiungendo una stoccata alle frequentazioni intellettuali del ricercatore: «E si sono visti i risultati». Quali risultati, precisamente, avrebbe dovuto accertarlo l’indagine. Il ministro sembrava già saperlo.

Sbatti il mostro in prima pagina. Un volto, una presunta regia, un accumulo di appartenenze e sospetti. Quel volto finisce per rappresentare un’intera stagione di protesta. Le ragioni delle piazze arretrano, il profilo dell’indagato si prende tutto lo spazio. L’enfasi è quella di una grande vittoria antiterrorismo. La verifica delle responsabilità arriverà dopo.

Prima ancora delle prove, però, vengono le date. Gli scontri principali risalgono al 17 e 18 ottobre; il decreto che introduce la nuova fattispecie sulla violenza organizzata nelle manifestazioni è stato pubblicato il 22. Il penalista Paolo Di Fresco, intervistato da Fanpage.it, sottolinea che la nuova norma non può applicarsi retroattivamente a condotte già esaurite. Potrebbe riguardare autonome condotte successive alla sua entrata in vigore: occorre dunque chiarire quali vengano attribuite a Siher.

È un problema sostanziale per un racconto che sovrappone amministrazione dei canali e responsabilità delle violenze precedenti. Lo stesso avvocato ricorda che una pagina social non dimostra da sola l’esistenza di un’associazione terroristica: servono elementi sull’organizzazione, sul programma violento e sulle finalità. Anche il Giornale di Brescia, intervistando l’avvocato Andrea Cavaliere, richiama la necessità di distinguere dissenso radicale, violenza politica e terrorismo.

Sommando sulla carta i massimi delle contestazioni riportate dalla stampa si superano i trent’anni. Una somma che non equivale alla pena concretamente applicabile, ma restituisce la dimensione dell’apparato punitivo evocato. Le fattispecie non sono tutte nate con questo governo: il governo ha aggiunto quella sulla violenza organizzata nelle manifestazioni. Intanto il fermo è diventato un trofeo politico.

La Palestina fuori dall’inquadratura

Nella presentazione pubblica di Siher, Piantedosi ha richiamato anche la sua vicinanza agli ambienti pro Palestina. Accostata alle accuse, la solidarietà diventa un’altra ombra nel ritratto del sospetto. Eppure basta guardare che cosa continua ad accadere nei territori palestinesi per comprendere perché tante persone manifestino.

Il 26 ottobre, secondo le fonti sanitarie citate dall’agenzia palestinese Wafa, negli ospedali di Gaza sono stati registrati nelle precedenti 24 ore otto nuovi morti, tre corpi recuperati e 35 feriti. Il bilancio complessivo riportato dall’agenzia dall’inizio della guerra è di 74.555 morti e 175.727 feriti. Altri corpi restano sotto le macerie o lungo strade che i soccorritori non riescono a raggiungere.

In Cisgiordania, il Comune di Hebron denuncia 488 famiglie colpite dall’operazione militare israeliana cominciata venerdì 23 ottobre. Secondo il bilancio municipale ripreso da Wafa, circa 3.171 residenti sono stati costretti a lasciare le abitazioni, soprattutto nelle zone di Deir Bahha e Al-Jalda; centinaia di altri sono rimasti bloccati nelle case dei quartieri vicini.

Morti, feriti, espulsioni. Questa è la realtà contro cui si leva la protesta. Quando la vicinanza alla Palestina viene evocata come indizio politico di pericolosità, lo sguardo si rovescia: chi denuncia finisce sotto i riflettori, ciò che denuncia scivola fuori dall’inquadratura. L’occupazione continua. Il sospetto si concentra sulla solidarietà.

Cassino e le ragioni dei ragazzi

A Cassino, il 26 ottobre, circa mille studenti si sono ritrovati in piazza Labriola contro il carovita. Teleuniverso descrive una manifestazione pacifica, con cartelli e slogan sulle difficoltà economiche e sulle preoccupazioni per il futuro. L’iniziativa era stata promossa da rappresentanti del San Benedetto e del Carducci e aperta agli altri istituti cittadini.

Alla vigilia alcuni commercianti avevano già protetto le vetrine con pannelli. I promotori ribadivano che si sarebbe trattato di un presidio statico e pacifico, ma la paura aveva preceduto gli studenti. Prima ancora che potessero spiegare perché erano in piazza, una parte della città si preparava a difendersi dal loro arrivo.

A margine della manifestazione, la stessa emittente riferisce dell’arresto di un giovane per un’aggressione a due agenti. Un episodio da accertare nelle responsabilità individuali, che non cancella il carattere pacifico attribuito dalla cronaca alla mobilitazione. La protesta studentesca prosegue: Studenti.it segnala nuovi appuntamenti il 30 ottobre, con adesioni di Osa e degli studenti torinesi, e il 20 novembre.

I ragazzi parlano di prezzi, scuola, futuro. L’Istat documenta le disuguaglianze. Dalla Palestina arrivano notizie di persone uccise e costrette a lasciare casa. Il governo concentra l’attenzione sul presunto regista.

Anche se tutte le accuse contro Siher fossero confermate, quei 2,3 punti di rischio di povertà in più e quegli 8,5 punti di occupazione in meno resterebbero lì. Come resterebbero le case svuotate di Hebron e i morti di Gaza.

Sbatti il mostro in prima pagina. Ora resta da stabilire chi è il mostro.



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