Nelle giravolte alle quali le pirotecniche dichiarazioni e iniziative alle quali il nuovo presidente USA Donald Trump ci ha ormai abituati, si inserisce il viaggio in Medio Oriente che si prepara ad effettuare dal prossimo 13 maggio. Sono previsti una serie di incontri diplomatici con diversi leader dell’area, tra cui il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, un evento che potrebbe segnare un momento importante nei rapporti tra Stati Uniti e paesi della regione.
Gli appuntamenti in Arabia Saudita rappresentano una tappa cruciale per i rapporti tra Stati Uniti, Paesi arabi e Autorità palestinese. In maniera particolare l’incontro tra Trump e Abu Mazen potrebbe segnare un tentativo di riallacciare un dialogo diretto, dopo un periodo di distacco e tensioni crescenti tra Washington e Ramallah. Anche il coinvolgimento di altri leader come Joseph Aoun e Ahmed al-Sharaa indica un interessamento più ampio degli Stati Uniti sulla stabilità dell’area.
L’amministrazione Trump sta esercitando forti pressioni su Israele per raggiungere un cessate il fuoco con Hamas prima della visita, anche attraverso l’inviato Steve Witkoff, che ha sottolineato i rischi per gli ostaggi israeliani in caso di escalation militare. Una risposta a questa nuova posizione di Trump è il previsto rilascio dell’ostaggio Israelo-americano Edan Alexander da parte di Hamas senza contropartite. Tra le altre iniziative prese negli ultimi giorni da Trump c’è il superamento del blocco degli aiuti a Gaza imposto da Israele da due mesi che ha aggravato la crisi umanitaria, con l’ONU e l’UE che chiedono accesso illimitato agli aiuti. Trump ha annunciato un piano di distribuzione escludendo Israele dalla logistica, affidandosi a contractor privati.
E Israele? Questa è la vera novità e, al tempo stesso, l’incognita di questo viaggio. Innanzi tutto perché, contrariamente a quanto tutti gli osservatori si aspettavano, Donald Trump non andrà in vista a Benjamin Netanyahu e poi perché questa nuova fase può aprire scenari fino ad ora inaspettati. Ne sia un chiaro esempio la voce, poco convintamente smentita dall’entourage del presidente, su un possibile riconoscimento da parte degli USA dello Stato Palestinese. Sarebbe, questa sì, una clamorosa svolta diplomatica.
Non sembrano, pertanto, andare più troppo bene i rapporti tra Trump e Netanyahu. Il presidente americano ha interrotto tutte le sue relazioni con il primo ministro dello Stato ebraico ormai da giorni. Secondo diversi media israeliani, Trump sarebbe infastidito dall’arroganza di Netanyahu e dalla sua volontà di imporre la sua visione in Medio Oriente. Il leader israeliano farebbe di tutto per bloccare i negoziati tra gli Stati Uniti e l’Iran riguardanti il programma nucleare che sarebbe sul punto di essere concluso. Trump, secondo quanto segnalato da ambienti vicini al presidente fornirà all’Arabia Saudita la tecnologia per il nucleare civile, senza chiedere in cambio di riconoscere Israele.
La fine delle operazioni americane contro gli Houthi dello Yemen, senza avvisare Israele, e le pressioni della Casa Bianca per imporre un cessate il fuoco a Gaza, con condizioni non favorevoli per Tel Aviv, indeboliscono fortemente Netanyahu, che sperava di ottenere tutto l’appoggio da Donald Trump per portare avanti il criminale progetto di espulsione dei palestinesi da Gaza e la definitiva annessione della striscia a Israele. Alcuni osservatori, collegano la crisi dei rapporti USA Israele al licenziamento di Mike Walz, il Consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, un falco pro-Israele responsabile di una fuga di messaggi segreti su Telemessaggi, una messaggistica criptata israeliana. Netanyahu, in questa fase, sembra essere isolato a livello internazionale.
La visita di Trump in Medio Oriente, pertanto, sembra inserirsi in un contesto di riorientamento strategico delle priorità USA nell’area con un apparente distacco dalla linea dura di Netanyahu e un focus su accordi con gli Stati arabi. I media sottolineano il rischio di un isolamento diplomatico per Israele, mentre la comunità internazionale attende sviluppi sulla tregua a Gaza e sul riconoscimento palestinese. Come si dice, se sono rose fioriranno. Se è vero che Donald Trump ci ha abituati a cambiamenti repentini nelle strategie e nelle decisioni c’è anche da dire che la situazione era arrivata ad un punto di stallo tale che non era possibile per l’amministrazione americana rimanere nel limbo di un appoggio generico a una politica israeliana che sembra brancolare sempre più nel buio. Staremo a vedere sperando che appaiano finalmente rose a sostituire le bombe.




