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AFGHANISTAN | Da Samangan al Pakistan per curare un tumore al seno. La sanità negata alle donne

Molouda aveva dolore al seno da due o tre anni. All’inizio non ci aveva dato troppo peso. Poi il dolore era aumentato, soprattutto durante il ciclo mestruale. Anche indossare il reggiseno era diventato doloroso. Era andata più volte dai medici nella sua provincia, Samangan, nel nord dell’Afghanistan, ma nessuno era riuscito a capire quale fosse il problema.

Poi un medico aveva trovato una massa. A Samangan potevano visitarla e sottoporla a un’ecografia, ma mancavano in misura adeguata gli strumenti specialistici per andare oltre: mammografia, biopsia del tessuto mammario, anatomia patologica. Per sapere che cosa stesse crescendo nel suo seno Molouda doveva partire.

È andata a Kabul. Lì è arrivata la diagnosi: tumore. «Quando ho sentito la notizia sono stata malissimo e non sapevo cosa sarebbe successo», racconta all’Afghanistan Women’s News Agency. Alla paura della malattia se ne aggiunge subito un’altra: «Da una parte c’era questa malattia, dall’altra la preoccupazione per i soldi. Da dove avrei potuto prenderli? Curare il cancro non è facile».

La famiglia comincia a cercare una soluzione e scopre che a Peshawar, in Pakistan, esiste un ospedale che assiste anche pazienti con scarse disponibilità economiche. Molouda attraversa il confine. La struttura valuta le condizioni della famiglia e si fa carico della parte principale delle cure. La terapia dura circa un anno e mezzo.

Oggi Molouda dice di stare meglio. Ma anche quando l’ospedale paga le cure restano il viaggio, l’affitto, il cibo, gli spostamenti e la permanenza in un altro Paese. Ogni controllo significa ricominciare. La sua storia non racconta soltanto un tumore: racconta la distanza che in Afghanistan può separare una donna da una diagnosi.

A Samangan, riferisce una specialista dell’ospedale provinciale intervistata da Awna, gli esami clinici iniziali e le ecografie vengono effettuati. Se compare una massa sospetta, però, la paziente deve essere indirizzata verso Mazar-i-Sharif o Kabul. Se il tumore viene confermato, nella provincia non è disponibile il percorso specialistico necessario per curarlo.

Non si conosce neppure con precisione quante donne della provincia abbiano un tumore al seno. Una parte delle pazienti scompare statisticamente quando viene trasferita altrove per proseguire diagnosi e terapia.

Il problema va molto oltre Samangan. Decenni di guerra, povertà, infrastrutture insufficienti, investimenti inadeguati e dipendenza dagli aiuti internazionali hanno lasciato all’Afghanistan una sanità fragile e distribuita in maniera profondamente diseguale. L’Oms stima che nel 2026 14,4 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza sanitaria. Circa un terzo della popolazione vive in aree insufficientemente servite.

Nel solo 2025, dopo la sospensione dei finanziamenti statunitensi e la riduzione di altri aiuti, sono state chiuse almeno 422 strutture di assistenza sanitaria primaria e unità mobili. Secondo l’Oms, circa 3,3 milioni di persone hanno così perso o visto ridursi l’accesso a servizi essenziali.

Il cancro rende queste distanze ancora più evidenti. Non basta avere un ambulatorio: servono radiologi, oncologi, patologi, laboratori, farmaci, chirurgia, chemioterapia, radioterapia e controlli continuativi. Per una famiglia povera, la distanza fra un villaggio e una macchina diagnostica può diventare quella fra una malattia curabile e una diagnosi arrivata troppo tardi.

Poi ci sono i talebani. Attribuire loro l’origine della crisi sanitaria afghana sarebbe falso: il sistema era già povero e fragile molto prima del ritorno al potere nell’agosto 2021. Su quella fragilità, però, il governo talebano ha costruito un’altra barriera.

Nel dicembre 2024 alle donne e alle ragazze è stato impedito l’accesso anche agli istituti di formazione medica. Infermieristica e ostetricia erano rimaste tra gli ultimi percorsi educativi ancora percorribili dopo l’esclusione delle ragazze dalla scuola secondaria e delle donne dall’università. È stata chiusa anche quella porta.

L’Oms descrive una carenza critica di personale sanitario e segnala che le donne rappresentano appena il 27 per cento dei medici non specialisti, il 18 per cento degli specialisti e il 29 per cento degli infermieri. In una società nella quale la separazione tra uomini e donne viene imposta anche nell’accesso alle cure, escludere le donne dalla formazione significa ridurre progressivamente anche il numero delle professioniste disponibili per assistere le pazienti.

Le donne che già lavorano nella sanità devono inoltre affrontare controlli, limitazioni negli spostamenti e verifiche sul loro abbigliamento e sulla presenza di un mahram, un accompagnatore maschio della famiglia. Non mancano intimidazioni e condizioni di lavoro che alimentano abbandoni e trasferimenti del personale femminile.

Il meccanismo è semplice e feroce: meno ragazze possono studiare, meno dottoresse e infermiere ci saranno domani; meno professioniste ci saranno, più difficile sarà per altre donne ricevere assistenza.

Seno e cervice uterina sono tra i tumori che pesano maggiormente sulle donne afghane. Ma le statistiche disponibili non offrono ancora una fotografia univoca della malattia: le stime diffuse da organizzazioni afghane e organismi internazionali divergono, segno anche della debolezza dei registri e della sorveglianza oncologica.

Il vuoto statistico ha conseguenze concrete. Se una donna viene visitata a Samangan, trasferita a Kabul e poi curata in Pakistan, ricostruire quanti casi esistano realmente, dove vivano i malati e quali terapie ricevano diventa difficile. E senza questi dati è ancora più complicato programmare screening, ospedali, personale e farmaci.

Qualche investimento è stato avviato e nuove attrezzature diagnostiche sono arrivate nel Paese. L’Oms ha anche sostenuto programmi di formazione oncologica e cure palliative. La distanza da colmare, però, rimane enorme.

Un tumore al seno individuato presto offre possibilità terapeutiche molto diverse dallo stesso tumore diagnosticato quando la malattia è già avanzata. Una mammografia che non c’è, una biopsia per la quale bisogna percorrere centinaia di chilometri o una visita rimandata perché mancano soldi e accompagnatori non sono semplicemente disagi amministrativi. Possono cambiare una prognosi.

Molouda ce l’ha fatta. È arrivata a Kabul, ha avuto una diagnosi, la sua famiglia ha trovato un ospedale in Pakistan disposto ad aiutarla e per un anno e mezzo ha continuato a curarsi. Non tutte possono permettersi lo stesso viaggio.

L’Oms avverte che le restrizioni imposte alle donne, sommate alla riduzione degli aiuti internazionali, stanno trasformando un quadro già oppressivo in una «catastrofe sanitaria» per donne e ragazze.

La storia comincia a Samangan ma non finisce a Peshawar. Dietro Molouda rimane un Afghanistan nel quale servirebbero più ospedali, strumenti diagnostici, oncologi, infermieri, investimenti e formazione. E più donne.

Mentre Molouda attraversava il confine per farsi curare, altre ragazze afghane che avrebbero potuto diventare le dottoresse, le oncologhe e le infermiere delle prossime Molouda venivano allontanate dalle aule. Il tumore, naturalmente, non aspetterà che possano tornarci.



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