Dagli uomini che trattano per liberare ostaggi ai depistaggi delle stragi, dai nuovi poteri dell’intelligence agli spyware. Un viaggio dentro i servizi italiani senza romanticismo e senza complottismo: gerarchie, missioni, controlli, successi, infedeltà e il rapporto pericoloso con politica, magistratura e informazione.
C’è un modo comodo per parlare dei servizi segreti: immaginare uomini senza nome, automobili con i vetri oscurati, microfoni nascosti, passaporti falsi e operazioni che nessuno potrà mai raccontare. Poi c’è il modo opposto, altrettanto facile: infilare nella stessa stanza Piazza Fontana, P2, Gladio, Moro, Bologna, Cia e qualche agente infedele e concludere che dietro ogni mistero italiano ci siano sempre loro. Le barbe finte funzionano benissimo al cinema e ancora meglio nel complottismo. Funzionano molto meno quando si prova a capire che cosa siano davvero i servizi di informazione di una Repubblica democratica.
Perché l’Italia ha bisogno dei suoi servizi. Ne ha bisogno per sapere se qualcuno sta preparando un attentato, se una potenza straniera tenta di penetrare un’azienda strategica, se una rete terroristica cerca uomini o finanziamenti, se un’infrastruttura energetica può essere sabotata, se tecnologie sensibili stanno finendo nelle mani sbagliate. Ne ha bisogno per raccogliere informazioni dove un diplomatico non può arrivare, parlare con persone con le quali un governo ufficialmente non può parlare, proteggere interessi italiani all’estero e, qualche volta, riportare a casa un ostaggio. È un mestiere necessario e inevitabilmente opaco. Ed è precisamente qui che comincia il problema democratico: una democrazia ha bisogno di uomini e donne capaci di lavorare nell’ombra. Ma come impedisce che l’ombra diventi un luogo nel quale la democrazia non riesce più a vedere?
CHI COMANDA CHI
Cominciamo dalla domanda più semplice, quella che spesso resta sepolta sotto le sigle. Alla sommità della piramide dell’intelligence italiana non c’è una spia: c’è il presidente del Consiglio. La legge 124 del 2007 attribuisce al presidente l’alta direzione e la responsabilità generale della politica dell’informazione per la sicurezza. Oggi quel vertice è Giorgia Meloni. Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza, è l’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica ed esercita le funzioni che gli vengono delegate, mentre alcune attribuzioni fondamentali restano in capo al presidente del Consiglio.
Sotto il livello politico opera il Dis, Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, diretto da Vittorio Rizzi. Il Dis non è un terzo servizio operativo: coordina l’intera attività informativa, riceve e mette in relazione le analisi di Aise e Aisi, elabora valutazioni strategiche per il governo, promuove lo scambio con forze di polizia e amministrazioni ed esercita funzioni di controllo e ispezione sulle Agenzie. Accanto alla catena operativa c’è poi il Cisr, il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, presieduto dal presidente del Consiglio, che concorre a definire indirizzi e obiettivi generali e la ripartizione delle risorse.
Le due Agenzie sono l’Aise, diretta da Giovanni Caravelli, e l’Aisi, diretta da Bruno Valensise. L’Aise cerca ed elabora informazioni sulle minacce provenienti dall’estero e tutela fuori dai confini gli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali italiani; svolge anche attività di controspionaggio estero e controproliferazione. L’Aisi protegge la sicurezza interna, le istituzioni democratiche e gli interessi nazionali dalle minacce che si manifestano sul territorio italiano, dal terrorismo all’eversione e allo spionaggio. La distinzione geografica è netta nella legge, molto meno nella realtà: un attacco informatico può partire da un continente e colpire un ministero a Roma, una rete terroristica può reclutare in Italia e ricevere ordini dall’estero. Per questo le Agenzie cooperano quando interno ed esterno si sovrappongono.
Il Copasir, infine, non appartiene alla catena di comando: è il controllo parlamentare. Deve verificare che l’attività del Sistema si svolga nel rispetto della Costituzione, delle leggi e nell’esclusivo interesse della Repubblica. Anche il Reparto informazioni e sicurezza dello Stato maggiore della Difesa, il Ris, va distinto: svolge compiti tecnico-militari e di polizia militare e non fa parte del Sistema di informazione per la sicurezza, pur operando in stretto collegamento con l’Aise. Dirigere, coordinare, operare e controllare sono quattro funzioni diverse. Confonderle significa non capire come è costruito il sistema.
| LIVELLO | OGGI | FUNZIONE |
| Vertice politico | Giorgia Meloni | Alta direzione e responsabilità generale |
| Autorità delegata | Alfredo Mantovano | Esercita le funzioni delegate |
| Coordinamento | DIS – Vittorio Rizzi | Coordina, analizza, controlla e ispeziona |
| Estero | AISE – Giovanni Caravelli | Informazione e sicurezza esterna |
| Interno | AISI – Bruno Valensise | Informazione e sicurezza interna |
| Controllo parlamentare | COPASIR | Controlla il Sistema; non lo comanda |
IL SEGRETO NON È UN REATO
Il segreto non è una patologia della democrazia. Se un agente italiano opera in un Paese ostile, rivelarne l’identità può significare farlo arrestare o uccidere; se una fonte informa l’Italia della preparazione di un attentato, renderne pubblico il nome può significare perderla e metterla in pericolo. Il problema nasce quando la necessità del segreto incontra l’esercizio del potere: chi decide che cosa debba essere nascosto, per quanto tempo e sotto quale controllo? E che cosa accade quando dietro quella porta chiusa non c’è soltanto un’operazione necessaria alla sicurezza nazionale, ma la possibile responsabilità di un uomo dello Stato?
È la domanda che attraversa tutta la storia repubblicana. Piazza Fontana, Bologna, P2, Gladio, Moro, Abu Omar sono storie diversissime e non possono essere gettate nello stesso calderone. In alcuni casi esistono sentenze definitive, in altri conclusioni parlamentari, testimonianze, documenti incompleti o ipotesi. Qui una sentenza sarà una sentenza, un documento un documento, un’accusa resterà un’accusa e un’ipotesi sarà chiamata ipotesi.
SERVITORI
Dentro gli apparati dello stesso Stato troviamo Nicola Calipari, che nel 2005 muore a Baghdad dopo la liberazione di Giuliana Sgrena, e uomini condannati per avere depistato le indagini sulla strage di Bologna. Troviamo Stefano Giovannone, capocentro del Sid e poi del Sismi a Beirut, protagonista dei rapporti riservati con il mondo palestinese, e ufficiali che ostacolarono magistrati impegnati a ricostruire la stagione delle stragi. Raccontare soltanto i primi sarebbe un’agiografia; raccontare soltanto i secondi ci riporterebbe alla mitologia indistinta dei “servizi deviati”. Non esistono “i servizi” come un unico personaggio: esistono istituzioni e uomini, successi, fallimenti, reati e responsabilità individuali.
Giovannone aiuta a capire che cosa possa essere davvero l’intelligence. Nel Mediterraneo degli anni Settanta costruì rapporti con interlocutori palestinesi e divenne uno degli uomini centrali del sistema di contatti riservati ricordato sotto l’espressione “lodo Moro”. Sui confini e sulle conseguenze di quelle intese la discussione storica è ancora aperta, ma il mestiere emerge chiaramente: intelligence può significare conoscere l’uomo che conosce l’uomo che può impedire che venga messa una bomba. Non sempre serve una pistola. Qualche volta serve il numero di telefono giusto.
Calipari appartiene a un’altra generazione. Poliziotto passato al Sismi e responsabile della ricerca estera, si occupò dei sequestri di cittadini italiani in Iraq. Il 4 marzo 2005 Giuliana Sgrena viene liberata; Calipari è con lei nell’automobile diretta verso l’aeroporto di Baghdad quando militari statunitensi aprono il fuoco. Muore, Sgrena sopravvive. Non occorre farne un santino: basta raccontare ciò che fece per capire perché sarebbe falso raccontare l’intelligence italiana soltanto attraverso P2, stragi e depistaggi.
DOVE L’ITALIA HA COSTRUITO COMPETENZE
Le classifiche tra servizi segreti sono quasi sempre letteratura: le operazioni migliori restano per definizione invisibili e non esiste un campionato pubblico nel quale misurare Aise, Cia, Mossad, Dgse o MI6. Possiamo però riconoscere alcune tradizioni italiane. La prima è la capacità di relazione nel Mediterraneo e nel Medio Oriente: reti umane, interlocuzione con attori difficili, canali informali, mediazione e gestione delle crisi. Giovannone e Calipari appartengono a stagioni lontane, ma raccontano una cultura nella quale la fonte umana e la relazione personale hanno avuto un peso notevole. Anche l’esperienza maturata nel contrasto al terrorismo e alla criminalità organizzata ha prodotto competenze nella lettura delle reti, nella cooperazione investigativa e nella prevenzione.
Sarebbe invece troppo semplice concludere che l’Italia sia “forte nell’uomo e debole nella macchina”. Il Paese possiede anche una lunga e controversa industria della sorveglianza digitale: aziende italiane sono state protagoniste internazionali del mercato degli spyware. Il caso Paragon racconta un problema diverso e più interessante: anche uno Stato con competenze proprie può acquistare all’estero strumenti tecnologici estremamente sensibili, e quando lo fa entrano in gioco sovranità tecnologica, controllo dei log, dipendenza dal fornitore, autorizzazioni e possibilità di attribuire un attacco. La vulnerabilità non è semplicemente non saper costruire la macchina; è sapere chi controlla la macchina che abbiamo deciso di usare.
INFEDELI
Poi arrivano gli altri. Piazza Fontana: Gianadelio Maletti e Antonio Labruna, con responsabilità giudiziarie definite per il favoreggiamento di uomini coinvolti nelle indagini. Bologna: Pietro Musumeci, Giuseppe Belmonte, Francesco Pazienza e Licio Gelli, con condanne definitive per il depistaggio. Vicende differenti, qualifiche differenti, responsabilità differenti. Ma esiste almeno un punto sul quale non occorrono dietrologie: nella storia repubblicana uomini appartenenti agli apparati dello Stato hanno ostacolato la ricerca della verità giudiziaria. Non è una teoria sui servizi deviati, è storia giudiziaria.
È qui che nasce la parte peggiore della reputazione storica dell’intelligence italiana: non una generica fama di inefficienza, ma l’eredità di depistaggi, opacità politica, appartenenze alla P2 e rapporti di singoli uomini degli apparati con ambienti dell’estrema destra eversiva nella stagione della tensione. Sarebbe scorretto trasferire automaticamente quella reputazione sugli uomini e sulle strutture di oggi; sarebbe altrettanto scorretto comportarsi come se quella storia non avesse nulla da insegnare sulle regole del presente.
QUANDO AUMENTANO I POTERI
Roberto Scarpinato conosce questo confine da una posizione particolare. Per decenni magistrato a Palermo, fino all’incarico di procuratore generale, oggi senatore del Movimento 5 Stelle, durante l’esame delle norme sull’intelligence ha parlato di un «enorme aumento di poteri» dei servizi senza un corrispondente rafforzamento del controllo democratico del Copasir. La sua è una valutazione politica, contestata dalla maggioranza, ma pone una domanda che non dovrebbe appartenere né alla destra né alla sinistra: se aumentano i poteri di chi può guardarci senza essere visto, devono aumentare anche quelli di chi guarda loro?
Andrea Giorgis, costituzionalista e senatore del Partito democratico, ha posto un’altra questione durante l’iter delle nuove norme: l’estensione delle garanzie funzionali. In Commissione ha chiesto chiarimenti sulla possibilità che la scriminante venga estesa a condotte legate all’organizzazione di associazioni con finalità di sovversione dell’ordine democratico. Qui è necessario evitare la caricatura della “licenza di delinquere”: le garanzie funzionali esistono perché un agente infiltrato deve poter compiere, entro limiti e autorizzazioni, azioni che fuori da quella missione potrebbero costituire reato. Ma proprio per questo il perimetro di ciò che può essere autorizzato e il controllo su chi autorizza sono materia costituzionalmente delicata.
Nicola Gratteri guarda la nuova stagione della sicurezza da un altro versante. Il procuratore di Napoli ha criticato soprattutto corsie e garanzie differenziate per le forze dell’ordine e il fermo preventivo: non è una critica ad Aise o Aisi, e attribuirgliela sarebbe scorretto. È però un’altra faccia della stessa domanda: quanto può diventare speciale il diritto applicato a chi esercita poteri speciali per conto dello Stato? Anche il Consiglio superiore della magistratura ha espresso rilievi critici sul nuovo impianto della sicurezza. Scarpinato, Giorgis, Gratteri e il Csm non costituiscono un fronte unico e non dicono la stessa cosa; indicano, da punti diversi, il problema dei contrappesi.
La questione diventa ancora più delicata quando entra in gioco una parola apparentemente innocua: affidabilità. Il dibattito sulle nuove norme ha riaperto il tema delle verifiche su chi entra negli apparati e nelle forze dell’ordine. Il principio è comprensibile: chi accede a funzioni sensibili deve offrire garanzie istituzionali. Ma affidabile significa che cosa? Chi decide il confine tra fedeltà costituzionale e conformità politica? In una Repubblica democratica la fedeltà richiesta a chi indossa una divisa non può essere fedeltà a Meloni, Schlein, Conte o al governo che verrà dopo di loro. Deve essere fedeltà alla Costituzione, alle leggi e ai diritti fondamentali.
ABU OMAR, QUANDO IL SEGRETO INCONTRA IL GIUDICE
Il sequestro a Milano dell’imam egiziano Abu Omar nel 2003, nell’ambito delle extraordinary renditions americane, è il caso quasi didattico del conflitto fra intelligence, giustizia e ragion di Stato. L’inchiesta coinvolse uomini della Cia e del Sismi e arrivò più volte davanti alla Corte costituzionale. Il punto che interessa qui non è riaprire il processo, ma mostrare il cortocircuito: un magistrato cerca di accertare un possibile reato; uomini dei servizi sostengono che determinate informazioni non possono essere utilizzate perché coperte dal segreto; il governo tutela quel segreto; la Corte deve stabilire il confine tra poteri. Il segreto può essere indispensabile, ma in una democrazia perfino il segreto ha bisogno di una legge che dica chi può opporlo e di istituzioni capaci di giudicarne i confini.
UNA VOLTA SERVIVANO LE BARBE FINTE
Un tempo, per conoscere la vita di qualcuno, occorrevano uomini: pedinamenti, informatori, fotografie, microfoni, intercettazioni, appuntamenti osservati da lontano. Oggi gran parte di quella vita è concentrata dentro un oggetto che portiamo volontariamente in tasca. Il telefono di un giornalista contiene le sue fonti; quello di un magistrato può contenere contatti, appuntamenti e tracce delle sue relazioni professionali; il nostro contiene fotografie, spostamenti, messaggi, documenti, amicizie, amori, paure. Entrare in un telefono non significa più semplicemente ascoltare una conversazione: può significare ricostruire una persona.
Il caso Paragon ha mostrato che questa non è fantascienza. Aise e Aisi hanno avuto contratti con la società produttrice di Graphite; il Copasir ha documentato l’impiego autorizzato dello spyware da parte dell’Aisi nei confronti degli attivisti Luca Casarini e Giuseppe Caccia. Nel 2026 una consulenza disposta dalle procure di Roma e Napoli ha rilevato sui telefoni di Casarini, Caccia e del giornalista Francesco Cancellato anomalie compatibili con Graphite. L’accesso degli inquirenti ai sistemi dell’Aisi ha confermato le operazioni sui due attivisti ma non ha trovato tracce di operazioni Aisi contro Cancellato: l’indagine su chi abbia colpito il giornalista resta quindi aperta. È una distinzione decisiva. Telefono compromesso da Graphite non significa automaticamente Aisi.
Il caso mostra anche perché la tecnologia straniera non sia soltanto un acquisto commerciale. Uno spyware è uno strumento capace di entrare nel luogo dove oggi custodiamo quasi tutta la nostra vita. Contratti, audit, registri delle operazioni, possibilità di verifica indipendente e rapporti con il produttore diventano quindi parte della sovranità democratica, non semplici dettagli tecnici.
TOGHE, TACCUINI E DOSSIER
Il rapporto tra servizi e giornalismo non nasce con gli spyware. Un giornalista d’inchiesta deve avere fonti anche negli apparati dello Stato; sarebbe assurdo pretendere il contrario. Un agente può conoscere un fatto vero e decidere di raccontarlo. Il problema interessante comincia un secondo dopo: perché vuole raccontarlo proprio a quel giornalista e proprio in quel momento? Una fonte dei servizi può mentire, ma può fare qualcosa di più sofisticato: raccontare la verità perché ha interesse che quella particolare verità venga pubblicata, consegnare un documento autentico affinché produca un determinato effetto politico, indicare una pista vera nascondendone un’altra. La verità può essere uno strumento di influenza quanto la menzogna.
La vicenda di Pio Pompa e del Sismi ci porta dentro questo territorio. Negli atti parlamentari compaiono dossier, magistrati, giornalisti e perfino la questione di giornalisti indicati come «sul libro paga». È il punto nel quale la domanda diventa inevitabile: è il giornalista che utilizza la fonte dei servizi oppure è la fonte dei servizi che sta utilizzando il giornalista?
TUTTI INVIDIOSI DI RANUCCI
Con Sigfrido Ranucci e Report la questione diventa contemporanea. Avevamo già osservato, parlando della fabbrica delle fonti, che intorno a un’inchiesta la battaglia può smettere di riguardare ciò che è stato scoperto: il bersaglio diventa l’affidabilità di chi ha indagato. La domanda scivola da «è vero quello che ha scoperto?» a «possiamo fidarci di lui?». Non serve dimostrare che il giornalista abbia raccontato il falso se si riesce a costruire abbastanza rumore intorno alle sue fonti e alle sue relazioni da spostare l’attenzione dall’inchiesta all’inquirente.
Questo non rende Ranucci infallibile. Difendere il giornalismo d’inchiesta non significa costruire santi. Le accuse vanno esaminate, le relazioni dichiarate quando sono rilevanti, gli errori corretti e le ricostruzioni verificate. Ma c’è un limite opposto altrettanto importante: controllare un giornalista non può diventare il modo attraverso il quale il potere scopre chi gli ha permesso di controllarlo. La protezione delle fonti non è un privilegio personale del cronista: protegge la possibilità stessa che qualcuno possa raccontare dall’interno ciò che il potere preferirebbe tenere nascosto.
| BOX | LE STANZE DELLA REPUBBLICA
Moro, Andreotti, Kissinger, Gladio, Mitrokhin: cinque nomi che mostrano quanto sia pericoloso trasformare l’intelligence in una scorciatoia per spiegare tutti i misteri italiani. Qui la regola deve essere ancora più severa: documentato, accertato, testimonianza, controverso. Moro e Kissinger. Il contrasto politico tra Aldo Moro e Henry Kissinger e i loro incontri sono documentati; sulle minacce che Moro avrebbe ricevuto esistono testimonianze raccolte anche in sede parlamentare, ma non tutto ciò che è stato raccontato può essere presentato come fatto definitivamente accertato. La differenza non è cavillo: è il confine tra storia e suggestione. Andreotti e Gladio. Nel 1990 Giulio Andreotti portò ufficialmente davanti alla Commissione stragi l’esistenza della struttura Stay Behind italiana, poi sciolta. Gladio è dunque un fatto, non una fantasia. Non ne discende però che ogni strage, depistaggio o mistero della Repubblica possa essere attribuito automaticamente a Gladio. L’esistenza di una struttura clandestina documentata non trasforma in documentata ogni teoria costruita intorno ad essa. Mitrokhin. Il materiale proveniente dall’archivio dell’ex funzionario del Kgb Vasili Mitrokhin divenne in Italia non soltanto materia di intelligence ma materia di conflitto politico e parlamentare. È un caso perfetto per capire che un documento dei servizi non è una verità rivelata: deve essere contestualizzato, verificato, confrontato con altre fonti e separato dall’uso politico che ne viene fatto. La lezione. Quando politica interna, geopolitica e intelligence entrano nella stessa stanza, il compito del giornalismo non è aggiungere un’altra ombra. È accendere una luce abbastanza forte da distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo. |
CHI CONTROLLA CHI CI CONTROLLA
Torniamo al presente. La Repubblica ha bisogno dell’Aise e dell’Aisi, di agenti, analisti, informatici, linguisti, persone capaci di infiltrarsi in organizzazioni pericolose e altre capaci di costruire una relazione per anni. Ha bisogno di informazioni che probabilmente non conosceremo mai. Ha bisogno perfino di segreti. Ma proprio perché quel potere è necessario deve essere controllato.
Non tutto ciò che è segreto è illegale. Non tutto ciò che è legale deve necessariamente restare segreto. E non ogni uomo dei servizi è Calipari né Musumeci. Il problema di una democrazia non è avere dei segreti. È sapere chi ha il diritto di custodirli, per quale ragione e chi controlla chi li custodisce.
Le barbe possono anche essere finte. La Costituzione No.
FONTI ESSENZIALI PER LA VERIFICA REDAZIONALE
- Legge 3 agosto 2007, n. 124 – Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e disciplina del segreto (Normattiva).
- Presidenza del Consiglio – Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica: organigramma e vertici pubblici (sicurezzanazionale.gov.it).
- Senato della Repubblica, Commissioni Affari costituzionali e Giustizia, resoconti del 27 novembre 2024 e 18 marzo 2025: interventi di Roberto Scarpinato e Andrea Giorgis sulle garanzie funzionali e sui poteri di controllo del Copasir.
- Copasir, relazione sul caso Paragon/Graphite; successive indagini delle Procure di Roma e Napoli, aggiornamento marzo 2026.
- Corte costituzionale, conflitti e pronunce sul caso Abu Omar e sul segreto di Stato.
- Atti delle Commissioni parlamentari sulle stragi, sul terrorismo e sui casi Sismi/Pio Pompa; sentenze definitive relative ai depistaggi della strage di Bologna.
- Archivio di Fotosintesi.info, «La fabbrica delle fonti»: passaggi sul rapporto tra inchiesta, affidabilità del giornalista e costruzione dell’ambiente informativo.
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