Politica

LA FABBRICA DELLE FONTI | Gaza, clima, salute, migranti, sicurezza: è la stessa cosa. Chi controlla le fonti dell’intelligenza artificiale controlla il racconto

Da Ranucci ai migranti, dal clima a Gaza fino alla salute mentale. Governi, lobby e grandi interessi economici possono provare a costruire l’ambiente informativo nel quale le intelligenze artificiali cercano le loro risposte. L’inchiesta del Quincy Institute sulla campagna finanziata da Israele apre una domanda decisiva: chi decide che cosa è una fonte?


C’era una volta una cosa piuttosto noiosa chiamata fonte. Aveva un nome, possibilmente un cognome, qualche volta una redazione, quasi sempre qualcuno al quale chiedere conto di ciò che aveva scritto. Non garantiva affatto che una notizia fosse vera. Garantiva almeno che sapessimo da dove cominciare a verificarla.

Vale ancora la pena ricordarlo guardando quello che accade ogni giorno sotto i nostri occhi. Prendiamo Sigfrido Ranucci e Report. Intorno a un’inchiesta può svilupparsi una battaglia che a un certo punto non riguarda più soltanto ciò che è stato scoperto, i documenti raccolti, le testimonianze ascoltate. Il bersaglio diventa l’affidabilità stessa di chi ha indagato. La domanda scivola lentamente da «è vero quello che ha scoperto?» a «possiamo fidarci di lui?». Non serve necessariamente dimostrare che Ranucci abbia raccontato il falso. Può bastare costruire intorno al suo lavoro abbastanza rumore, abbastanza dubbi, abbastanza narrazioni contrapposte perché una parte dell’opinione pubblica smetta di interrogarsi sull’inchiesta e cominci a interrogarsi sull’inquirente.

Con i migranti succede qualcosa di diverso e insieme molto simile. Esistono numeri, statistiche, serie storiche, dati sugli sbarchi e sull’accoglienza. Poi esiste il racconto: invasione, emergenza, assedio, clandestini. Parole ripetute migliaia di volte possono diventare più potenti dei numeri e costruire una percezione capace di sopravvivere persino quando quei numeri cambiano. Con il clima il meccanismo è ancora più evidente. Bruciano centinaia di migliaia di ettari, arrivano ondate di calore sempre più intense, si susseguono record delle temperature. Non occorre falsificare il termometro. Basta costruirgli intorno abbastanza rumore: gli incendi ci sono sempre stati, li appiccano i piromani, d’estate ha sempre fatto caldo, gli ambientalisti esagerano. La realtà rimane lì. È la nostra capacità di riconoscerla che viene messa sotto pressione.

Finora questa battaglia aveva un destinatario principale: noi. Adesso potrebbe averne un altro: le macchine alle quali noi stessi cominciamo a chiedere che cosa è successo, chi ha ragione e, sempre più spesso, che cosa è vero.

CENTO SITI, UNA SOLA VOCE

È qui che l’inchiesta del Quincy Institute for Responsible Statecraft diventa inquietante. Il rapporto The Eighth Front: Inside Israel’s $1 Billion Influence Campaign, firmato dal ricercatore Nick Cleveland-Stout, ricostruisce la gigantesca espansione della diplomazia pubblica israeliana dopo il 7 ottobre 2023: influencer, società di comunicazione, campagne digitali, messaggi indirizzati direttamente ai cittadini americani e produzione di contenuti destinati a sostenere le posizioni del governo israeliano, comprese quelle sulla guerra a Gaza.

Tra le società coinvolte compare Clock Tower X, fondata da Brad Parscale, già stratega digitale di Donald Trump. Secondo la documentazione esaminata dal Quincy Institute, il contratto può arrivare a 46,5 milioni di dollari in un anno. Ma non è soltanto la quantità di denaro a interessarci. È ciò che quel denaro deve comprare. Nei documenti esaminati dal Quincy compare l’obiettivo di costruire siti e produrre contenuti capaci di ottenere determinati framing nelle conversazioni con sistemi GPT.

Sono comparsi siti dedicati all’immagine di Israele come Paese impegnato per la pace, ai vantaggi dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele, ai rapporti economici tra i due Paesi, alla contestazione delle immagini e delle notizie provenienti da Gaza, alla guerra contro l’Iran. Nomi diversi, indirizzi diversi, apparentemente fonti diverse. Dietro, la stessa operazione. Ed ecco il problema: cento siti possono sembrare cento fonti mentre sono cento porte che conducono nella stessa stanza.

NON È SOLTANTO PROPAGANDA

Israele non ha inventato la propaganda. E sarebbe persino consolatorio poter ridurre tutto alla politica di Benjamin Netanyahu. Perché quello che può fare Israele può farlo un altro governo. Quello che può finanziare uno Stato può finanziarlo una multinazionale. Quello che può servire per raccontare Gaza può servire domani per raccontare un naufragio nel Mediterraneo, un incendio in Sicilia, una centrale nucleare, un’inchiesta giornalistica, una guerra. O un farmaco.

Qui occorre essere precisi. Non stiamo dicendo che qualcuno possa semplicemente versare milioni di dollari e «addestrare ChatGPT» secondo i propri desideri. Addestramento dei modelli, indicizzazione dei motori di ricerca, sistemi di recupero delle informazioni e intelligenze artificiali che interrogano il web sono fenomeni differenti. Il punto è un altro: se una macchina cerca informazioni in un ambiente digitale che qualcuno ha deliberatamente riempito di contenuti costruiti per apparire autonomi, la provenienza delle fonti diventa decisiva. Perché la quantità può travestirsi da pluralismo. Mille pagine che ripetono la stessa affermazione non sono mille conferme se qualcuno ha pagato perché quell’affermazione venisse moltiplicata mille volte.

IL LABORATORIO ISRAELE

Ma sarebbe altrettanto sbagliato arrivare a questo punto e concludere che, siccome potrebbero farlo tutti, Israele non conta più. Conta eccome. Perché il Quincy descrive un caso concreto e documentato nel quale uno Stato investe enormi risorse pubbliche in una strategia di influenza che arriva esplicitamente fino al nuovo ecosistema dell’intelligenza artificiale. E lo fa mentre conduce un genocidio sul quale si combatte contemporaneamente un’altra guerra: quella delle parole. Guerra, terrorismo, difesa, occupazione, carestia, crimine di guerra, genocidio. Decidere quali fonti avranno maggiore possibilità di essere trovate significa anche partecipare alla battaglia per stabilire quali di queste parole sembreranno legittime.

Per l’Italia la questione merita un’attenzione particolare. I rapporti tecnologici e di sicurezza tra Roma e Tel Aviv hanno radici profonde. Nel 2004 Italia e Israele firmarono un accordo bilaterale di cooperazione «nel campo della sicurezza delle reti», successivamente ratificato dal Parlamento italiano. Non stiamo dicendo che Israele controlla tutta la cybersicurezza italiana. Affermarlo senza prove (difficilmente reperibili essendo secretate) sarebbe fare esattamente ciò che stiamo contestando agli altri. È inconfutabile però che esiste una storia di cooperazione istituzionale sulla sicurezza delle reti e che le tecnologie israeliane hanno acquisito negli anni un peso importante nel mercato internazionale della cybersicurezza, dell’intelligence e della sorveglianza.

E allora le domande diventano legittime. Chi costruisce gli strumenti con i quali proteggiamo le nostre reti? Chi produce quelli con i quali possiamo sorvegliare? Chi possiede le tecnologie? Chi produce contemporaneamente le narrazioni che circolano dentro quelle reti? Non abbiamo tutte le risposte. Ma sarebbe piuttosto imprudente smettere di fare le domande.

ANCHE LA MENTE È UN CAMPO DI BATTAGLIA

C’è infine un territorio nel quale la questione delle fonti diventa ancora più delicata, perché riguarda il modo stesso in cui definiamo l’essere umano: la salute mentale. Negli Stati Uniti ha avuto per decenni un peso enorme una concezione biomedica della sofferenza psichica, che ha cercato nel cervello, nella genetica, nei neurotrasmettitori e nei meccanismi biologici la spiegazione dei disturbi mentali. È ricerca scientifica legittima e spesso indispensabile. Il problema nasce quando una prospettiva pretende di diventare l’intera prospettiva e ciò che accade nella vita di una persona — relazioni, affetti, violenza, povertà, solitudine, lavoro, ambiente sociale, storia individuale — rischia di diventare semplice contorno.

Qui compare una domanda che sarebbe ingenuo non fare: chi finanzia la ricerca e chi trae profitto dal modello di malattia che quella ricerca contribuisce a costruire? Non è una domanda contro la medicina. È una questione che la stessa letteratura scientifica discute da decenni. Sono stati studiati i conflitti d’interesse tra industria farmaceutica, psichiatria accademica e professionisti coinvolti nella ricerca, nella definizione delle diagnosi, nella produzione delle linee guida e nella scelta dei trattamenti. Alcuni studiosi hanno sostenuto che la convergenza tra interessi commerciali e una lettura prevalentemente biomedica della sofferenza abbia contribuito a privilegiare le risposte farmacologiche e a lasciare più in ombra le dimensioni psicologiche e sociali.

Questo non significa che gli psicofarmaci siano inutili. Sarebbe semplicemente sostituire un’ideologia con un’altra. Un farmaco può essere necessario in determinate situazioni. Ma un farmaco non può spiegare da solo che cosa succede in una persona che si ammala. E curare, soprattutto, non significa promettere sempre la guarigione completa. Significa non abbandonare qualcuno alla propria sofferenza, costruire un percorso terapeutico, mettere a disposizione competenze, tempo, relazioni, ricerca e strumenti teorici validi. Poi la possibilità della guarigione dipende da moltissimi fattori che prescindono da quei cinque o sei, son sempre gli stessi da decenni, principi attivi con cui si preparano gocce e pasticche.

Ed eccoci nuovamente all’intelligenza artificiale. Immaginiamo di chiedere domani a una macchina perché un ragazzo si è tolto la vita, perché una donna è precipitata nella depressione, che cosa sia la schizofrenia, come debba essere curato un adolescente che non riesce più a uscire dalla propria stanza. Da quali fonti costruirà la risposta? Se l’universo che interroga è popolato soprattutto da una determinata concezione della malattia, quella concezione rischierà di apparire non come una teoria, una scuola o un paradigma scientifico tra altri, ma semplicemente come la realtà.

E allora la fabbrica delle fonti assume un significato ancora più grande. Perché non riguarda soltanto chi vincerà la battaglia del racconto su Gaza, sui migranti o sul cambiamento climatico. Riguarda chi avrà abbastanza forza economica, politica, scientifica e tecnologica per contribuire a stabilire quali domande siano legittime e quali risposte appariranno naturali.

Israele, Stati Uniti, industria farmaceutica, università, governi, piattaforme tecnologiche: non serve immaginare una stanza nella quale qualcuno impartisca ordini a tutti gli altri. Sarebbe una caricatura e probabilmente ci impedirebbe di vedere il problema vero. Il potere contemporaneo può funzionare molto meglio senza una stanza. Basta che alcuni interessi dispongano di più denaro per finanziare ricerca, produrre contenuti, comprare tecnologia, occupare lo spazio digitale e moltiplicare le proprie fonti. Poi arriva una macchina, le legge. E noi chiediamo alla macchina che cosa è vero.

Forse allora può tornarci utile una pratica terribilmente antiquata: chiedere chi lo dice, da dove arriva la notizia, chi è la fonte originaria, chi la conferma indipendentemente, chi finanzia lo studio, chi possiede il sito, chi paga perché una determinata versione dei fatti venga ripetuta. E soprattutto imparare nuovamente a distinguere cento testimonianze da cento copie della stessa testimonianza.

La tecnologia cambia. Il potere cambia strumenti. La propaganda impara rapidamente a utilizzare quelli nuovi. Per secoli ha cercato di convincere gli uomini. Adesso può tentare di riempire di sé il mondo nel quale le macchine andranno a cercare le risposte che gli uomini chiederanno loro.

C’era una volta una cosa piuttosto noiosa chiamata fonte. Forse non è ancora arrivato il momento di buttarla via.



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