Il Bulletin of the atomic scientists fondato nel 1945 da Albert Einstein e che dal 1947 scandisce il tempo che manca alla fine del mondo ha spostato in avanti le lancette da 89 a 85 secondi alla mezzanotte dell’umanità, alla sua definitiva estinzione. Il pericolo per l’umanità deriva, oltre alla catastrofe nucleare e alle guerre anche dalle minacce che derivano dal cambiamento climatico, quelle biologiche e quelle legate alle nuove tecnologie come l’Ia.
In Italia oggi ci sono circa novanta bombe nucleari tattiche americane già operative distribuite nelle basi di Ghedi, Aviano e Sigonella. E’ un paradosso, viviamo in un Paese che sulla carta è denuclearizzato, ma nei fatti ospita testate atomiche. Inoltre non è nella nostra facoltà decidere se e quando usarle. Negli Stati Uniti, l’autorità finale per l’utilizzo di armi nucleari appartiene esclusivamente al Presidente, che è il Comandante in Capo delle forze armate.
Questa autorità deriva dalla Costituzione e dal sistema di comando e controllo militare. Anche se questa prerogativa è inserita in un quadro complesso di procedure militari, considerazioni strategiche, vincoli giuridici e norme morali. Ma c’è da fidarsi? Il Presidente Harry S. Truman nel 1945 prese la decisione finale di bombardare Hiroshima e Nagasaki, su raccomandazione di un comitato speciale (Interim Committee) e dei suoi consiglieri militari. Anche in questo campo, quindi, l’Italia nel dopoguerra ha accettato la (presunta) protezione in cambio della sovranità, la (presunta) sicurezza in cambio del controllo. Ma oggi quella protezione è solo un’illusione, perché se la tensione globale dovesse esplodere ad essere colpita per prima non sarebbe Washington, i primi obiettivi sarebbero le basi sul nostro territorio. E’ scritto nelle dottrine militari dei nostri eventuali nemici. E tutto questo è semplicemente, tacitamente accettato. Non si discute, si accetta e basta, e così siamo finiti per vivere sopra un arsenale nucleare senza rifugi, senza piani di evacuazione, senza una vera protezione civile.
Per un Paese che ha la presunzione di essere tra le sette maggiori economie del mondo questa è la cosa più assurda. Mettere in discussione questo assetto geopolitico metterebbe in crisi l’idea di sicurezza, di democrazia? E’ una domanda che forse sarebbe arrivato il momento di porci. Noi non siamo protetti da questo arsenale, siamo utili, siamo una base, un deposito, e in caso di escalation saremmo tra i primi a pagare il prezzo.
L’Italia potrebbe teoricamente scegliere di uscire dall’ombrello nucleare degli Stati Uniti, ma questa sarebbe una decisione geopolitica e strategica radicale con conseguenze di vasta portata. In pratica, è considerata un’opzione estremamente improbabile nel panorama di sicurezza attuale. Quindi non c’è da illudersi, mentre la sovranità nazionale garantisce all’Italia il diritto di fare questa scelta, i costi strategici, finanziari e di sicurezza sarebbero proibitivi. L’opzione praticabile sarebbe quella di lavorare all’interno della Nato per una condivisione degli oneri più equa, pur essendo consapevoli delle dipendenze che ciò comporta. Ma anche in questo caso, vista lo sclerotico indirizzo che sta intraprendendo l’Alleanza con le divisioni e le contrapposizioni che vediamo in questo ultimo periodo è un’opzione difficilmente praticabile. Non ci resta che sperare che questa operazione di ribilanciamento delle zone di influenza, attualmente in atto, porti ad un equilibrio come quello raggiunto dopo la fine della Seconda guerra mondiale basata questa volta sul piano economico e non sulla deterrenza nucleare.


