Diritti

CARCERI | 65.650 detenuti, sovraffollamento al 142 per cento. E a Casal del Marmo il Gip parla di tortura

Nel solo mese di agosto oltre ottocento presenze in più. I posti effettivamente disponibili sono 46.193. Nell’istituto minorile romano dodici ragazzi sarebbero stati vittime di violenze: dieci agenti indagati, tre interdetti dal servizio per un anno.


Le carceri italiane continuano a riempirsi. Nel solo mese di agosto la popolazione detenuta è aumentata di oltre ottocento persone. Al 30 agosto erano 65.650 i detenuti presenti negli istituti penitenziari italiani, a fronte di 51.220 posti regolamentari che, tolti quelli non effettivamente disponibili, scendono a 46.193. Il tasso reale di sovraffollamento ha così raggiunto il 142,1 per cento.

Sono numeri che riportano l’Italia verso una stagione che dovrebbe essere impossibile dimenticare. Tra il 2010 e il 2013 il sistema penitenziario raggiunse livelli di affollamento analoghi, fino al picco di 68.258 detenuti. Furono gli anni che portarono alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per le condizioni di detenzione.

Adesso a quel record mancano poco più di duemilaseicento persone.

Il dato diventa ancora più significativo se osservato nella sua progressione. Al 30 aprile 2026 i detenuti erano 64.436 e i posti effettivamente disponibili 46.318: il sovraffollamento reale era già arrivato al 139,1 per cento. A fine luglio le presenze erano salite a 64.741, con 46.343 posti effettivi e un tasso del 139,7 per cento. A fine agosto il sistema ha compiuto un altro salto in avanti.

Antigone parla da tempo di una «emergenza umanitaria strutturale». Ma mentre le celle si riempiono, la politica penale continua a muoversi prevalentemente nella direzione dell’introduzione di nuovi reati, dell’inasprimento delle pene e di un’idea della sicurezza nella quale il carcere torna a essere una delle risposte principali.

Il problema non riguarda soltanto gli adulti. A Casal del Marmo, l’Istituto penale per minorenni di Roma, dodici ragazzi sarebbero stati vittime di violenze da parte di appartenenti alla polizia penitenziaria. Dieci agenti risultano indagati nell’inchiesta della Procura di Roma: due per tortura, cinque per lesioni e tre per falso. Per tre di loro il Gip ha disposto l’interdizione dal servizio per un anno. Le responsabilità individuali dovranno naturalmente essere accertate nel procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza.

Ma c’è soprattutto una parola nell’ordinanza del giudice che rende impossibile considerare quanto accaduto una normale vicenda disciplinare: tortura.

Antigone conosceva da tempo quelle denunce. L’associazione aveva raccolto segnalazioni su possibili violenze, alcune provenienti dagli stessi operatori, e nel luglio 2025 aveva presentato un esposto alla Procura, informando anche le autorità istituzionali e il Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità.

Il caso romano arriva inoltre dopo l’inchiesta sulle violenze nell’Istituto Beccaria di Milano. E proprio questa successione impone di guardare oltre le responsabilità penali individuali, che dovranno essere accertate nei processi.

Le responsabilità personali appartengono alla magistratura. Le condizioni nelle quali lavorano gli agenti, la formazione, i sistemi di controllo, la possibilità per un ragazzo detenuto di denunciare un abuso e soprattutto il modello di giustizia minorile appartengono invece alla politica.

Antigone chiede una discussione parlamentare sulle violenze e sulle condizioni di vita negli istituti penali per minorenni, il rafforzamento dei meccanismi di prevenzione e controllo e un intervento complessivo che restituisca centralità alla funzione educativa della pena e al superiore interesse del minore. L’associazione ha inoltre annunciato che intende costituirsi parte civile nel procedimento di Casal del Marmo.

È un punto decisivo. Perché un istituto penale minorile non dovrebbe essere semplicemente un carcere per persone più giovani. La Costituzione assegna alla pena una funzione rieducativa e quando si tratta di adolescenti quella funzione diventa ancora più importante.

Sovraffollamento degli adulti e crisi della giustizia minorile sembrano questioni diverse. In realtà raccontano la stessa scelta politica quando la sicurezza viene progressivamente identificata con l’aumento della risposta penale.

Più persone entrano in carcere, più aumenta la pressione sugli istituti. Aumentano le difficoltà degli agenti, degli educatori, degli psicologi e del personale sanitario; diminuiscono gli spazi, il tempo, le attività e le possibilità concrete di costruire percorsi individuali. E un sistema penitenziario sovraccarico finisce per essere peggiore per tutti: per chi è detenuto, per chi ci lavora e, alla fine, anche per la società alla quale quelle persone dovranno tornare.

Al 30 agosto siamo arrivati a 65.650 detenuti. Il record del 2010 non è più un ricordo lontano. È poco più avanti.



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