Una delle conseguenze dell’elezione di Donald Trump alla presidenza americana è aver evidenziato la mancanza di visione strategica che caratterizza, ormai da molti anni, le politiche dei Paesi occidentali. La frammentarietà delle posizioni dei vari Paesi, l’incertezza sulle prospettive, una mancanza di visione sono ormai caratteristiche comuni di USA, Europa e quella parte del medio oriente sotto l’influenza americana Israele in primis. Questa situazione fa emergere, ancora di più, la differenza che c’è con la Cina, Paese che, al contrario, sembra avere molto chiaro qual è il proprio orizzonte politico e, ancor più, storico.
La Cina sembra essere l’unica, tra le grandi potenze mondiali, ad avere un progetto geopolitico messo per iscritto. Nei documenti ufficiali del Partito Comunista e dello stesso Xi Jinping si fa spesso riferimento al “sogno cinese”, una sorta di risorgimento della nazione. In sostanza questo “sogno” consiste nel riportare la Cina ai fasti dell’era imperiale cioè restituire alla Cina la caratura geopolitica che ritiene avesse in passato.
I cinesi si riferiscono comunemente al proprio Paese usando il termine Zhōngguò. Questa parola indica un nome collettivo riferito all’insieme di regni presenti nelle pianure della Cina del Nord. Con l’avvento dell’impero esso divenne poi sinonimo di terra di insediamento dei cinesi Han, l’etnia più popolosa e importante della Cina. Zhongguò è, pertanto, quell’impero che si concepiva al centro del mondo dal punto di vista innanzitutto morale e culturale. Questo ruolo la Cina, anche se in maniera diversa dal passato, ritiene ancora di meritarlo. C’è, nella psicologia collettiva cinese, l’esigenza di vendicare l’onta del cosiddetto “secolo delle umiliazioni”, quel periodo che intercorre tra le guerre dell’oppio e la fondazione della Repubblica Popolare Cinese durante il quale il Paese fu soggiogato nel cosiddetto “grande gioco” tra le allora potenze coloniali.
La scommessa della Cina negli ultimi decenni è stata quella di rendere stabile il Paese controllando non solo il nucleo centrale della società rappresentato dalla maggioranza di etnia Han ma garantire la stabilità anche attraverso il controllo delle periferie, quindi Sijan, Tibet, Mongolia interna, che sono abitate dalle minoranze uigura, tibetana, mongola, che però faticano ad accettare la Cina come Stato.
Ovviamente per garantirsi una riconquista dell’influenza nell’area, e non solo, non basta semplicemente assicurarsi la stabilità interna, ma è centrale nel progetto espandere la propria influenza nella periferia della Cina, quindi innanzitutto nei mari, che sono stati il veicolo delle invasioni che rappresentarono l’inizio del “secolo delle umiliazioni”. Le potenze che hanno invaso la Cina dalle guerre dell’Oppio in poi non sono arrivate via terra, sono arrivate via mare. Quindi oggi c’è un bisogno di preservare un’influenza, un controllo sulle acque del Mar della Cina.
L’ultimo tassello del progetto di rilancio della Cina è l’allargamento della propria influenza via terra tramite le nuove vie della seta, la cosiddetta “Belt and Road Initiative”. Questa iniziativa non ha solo una valenza economica ma ha una dimensione tutta geopolitica ed è stata favorita, tra l’altro, anche da una dimensione militare a lungo trascurata in Occidente, ma che invece era estremamente chiara nella Repubblica Popolare.
Ci sono due elementi, molto diversi tra loro ma che insieme contribuiscono al raggiungimento dell’obiettivo. Da una parte il metodo scelto per rendere possibile tenere insieme in un progetto così importante una popolazione numericamente enorme e qualitativamente eterogenea. Dall’altra, in questa logica di controllo delle vie di comunicazione marittime la riunificazione alla Cina continentale di Taiwan elemento fondamentale sia da un punto di vista strategico che da quello simbolico.
Nell’ottica, tutta centralista, di controllare l’intera popolazione la dirigenza cinese da alcuni anni a questa parte ha avviato il progetto cosiddetto di “credito sociale”, una creazione istituzionale, sviluppata dallo Stato cinese come progetto politico ed economico. È un sistema complesso e multilivello, che combina dati governativi, algoritmi, e valutazioni comportamentali per regolare la vita sociale e commerciale dei cittadini.
Gli obiettivi di questo sistema di rating individuale sono quello di promuovere la fiducia nei rapporti commerciali e sociali, punire comportamenti scorretti (es. frodi, mancati pagamenti, diffusione di fake news) premiare i “buoni cittadini” (accesso più facile a prestiti, posti di lavoro, viaggi, scuole) e, principalmente, sostenere il controllo politico e la cosiddetta “civiltà morale”. Questo sistema porta a comportamenti aberranti come l’esposizione al pubblico ludibrio di quei soggetti che si siano resi responsabili di qualche inadempienza o, al contrario l’esaltazione di quei cittadini la cui condotta risponda a pieno ai desiderata della classe dirigente.
L’altro punto è la questione Taiwan. Xi Jinping continua a ripetere che entro il 2049 in un modo o nell’altro Taiwan sarà riunita alla madre patria. Ovviamente la dirigenza USA vede questa possibilità come fumo negli occhi. Se però dal punto di vista cinese si vedono chiaramente quali sono le ragioni di questa determinazione a riprendersi Taiwan, dal punto di vista americano e, più in generale occidentale, non si vede perché la difesa di questa isola lontana che moltissimi americani non saprebbero nemmeno collocare sulla carta geografica sia diventata essenziale.
La storia di Taiwan è abbastanza singolare. Nel 1949, dopo la vittoria dei comunisti di Mao Zedong nella guerra civile, il governo del Kuomintang si ritira a Taiwan, portando con sé circa due milioni di rifugiati. Sostenuta dagli Stati Uniti, si consolida come baluardo anticomunista nel Pacifico e il Kuomintang governa in modo autoritario sotto legge marziale. Alle Nazioni Unite Taiwan mantiene il seggio della “Cina” fino al 1971, quando questo viene trasferito alla Repubblica Popolare Cinese con l’avallo degli Stati Uniti. E’ del tutto evidente come gli interessi geopolitici hanno influenzato le decisioni prese sulla testa di questo stato che oggi è riconosciuto soltanto da Belize, Guatemala, Haiti, Paraguay, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Palau, Isole Marshall, Tuvalu, Swatini (ex Swaziland) e Santa Sede (Vaticano), non una rappresentanza significativa del panorama politico e diplomatico mondiale.
Ma nella logica della contrapposizione tra le varie aree geopolitiche mantenere il punto può essere determinante e allora, una volta che gli USA si sono impegnati in maniera così vistosa contro la Cina per la difesa di Taiwan, minacciando che se i cinesi avessero sparato sui taiwanesi loro sarebbero in qualche modo intervenuti, è difficile tirarsi indietro anche se sarebbe forse nell’interesse degli USA concentrarsi su cose più importanti della difesa di uno Stato che loro stessi hanno sacrificato all’ONU per motivi di opportunità. E’ probabile, comunque, che in caso di una rapida invasione cinese difficilmente gli americani rischierebbero la loro grande flotta.
E’ quindi del tutto evidente che ci troviamo di fronte a due prospettive completamente diverse tra la Cina e il mondo occidentale. Da una parte c’è un Paese in rapido sviluppo con idee, strategie e progetti chiari, una compattezza interna assoluta dovuta da una parte a un controllo, come abbiamo visto, capillare della popolazione e dall’altra al miglioramento notevole delle condizioni di vita dei cinesi. Dall’altra una leadership americana ormai difficilmente definibile, uno stato confusionale delle dirigenze europee e una assenza di prospettiva e di visione preoccupanti. I prossimi anni saranno decisivi per capire dove porterà tutto questo, con l’incognita ancora tutta da interpretare delle due aree di crisi ucraina e palestinese. Ce n’è abbastanza per non farci dormire sonni tranquilli.


