Continua l’opera di decolonizzazione dei paesi sahariani. Sembra proprio conclusa un’era nel Sahel. Il secolo appena trascorso segnato dalla presenza francese in questa regione è ufficialmente terminato. A scandire l’ultima ritirata delle truppe transalpine è stato il Ciad. Nei giorni scorsi infatti gli ultimi militari francesi, ancora rimasti, circa 180, hanno lasciato la base Agico 6, situata nella capitale del paese, Jamena, ora tornata sotto il pieno controllo delle forze armate ciadiane. L’evento interrompe così una storia che andava avanti ininterrottamente da 120 anni, passata anche attraverso la seconda guerra mondiale, quando il Ciad aveva rifornito di uomini la controffensiva francese in Africa. E poi ancora, durante il conflitto con la Libia di Muammar Gheddafi; in quel caso Parigi aveva fomentato a proprio vantaggio la rivalità tra i due paesi.
La presenza militare francese si era poi fatta via via sempre più ingombrante, attraverso la sottoscrizione di alcuni accordi di cooperazione. Parigi era quindi arrivata a schierare in Ciad fino a cinquemila soldati nell’ambito dell’operazione antijihadista, conclusasi alla fine di novembre 2022.
Oltre ai ricchi contratti militari, la Francia ha anche sfruttato le porte aperte del Ciad per garantire affari alle sue aziende, la Total per il settore petrolifero, la Bolloré per il settore logistico e dei trasporti e l’Orange per il settore delle telecomunicazioni. Il ritiro delle truppe militari non potrà che comportare anche un declino dell’attività economica delle aziende francesi. D’altra parte, il Ciad sembra ormai orientato a puntare i suoi accordi con altri paesi, come la Cina.
Nelle scorse settimane c’è stato infatti un incontro tra i ministri degli esteri dei due stati. “La Cina è il più grande paese in via di sviluppo, un buon amico e un vero partner del Ciad. Il governo e il popolo chadiano sono profondamente grati per l’assistenza sostanziale e tangibile della Cina allo sviluppo economico e sociale del Ciad” ha affermato il ministro degli esteri del Ciad, Abderrahman Kulamallah, recentemente.
Questa batosta, subita dalla Francia, sta ora costringendo Parigi a ridefinire la sua presenza anche in quei paesi africani che sono ancora fedeli alleati. Come la costa d’Avorio. In questo caso la Francia vuole giocare d’anticipo riducendo spontaneamente la propria presenza militare e ridefinendo alcuni accordi di cooperazione che erano troppo sbilanciati verso l’Europa. In questo modo Emmanuel Macron spera con qualche tardiva concessione di bloccare il processo di emancipazione che ormai sta coinvolgendo sempre più paesi africani.
Ma il processo di allontanamento dalla Francia in particolare e dall’influenza occidentale in genere sembra ormai irreversibile. Troppo aggressivo e troppo invadente è stato il dominio su questi stati per essere ancora sopportabile. I problemi arrivano, come sempre, da due fronti. Quello interno riguarda i dubbi sulla qualità della classe dirigente locale. Troppo spesso, purtroppo, i politici africani si sono rivelati inadeguati al compito per incapacità e per corruzione.
Sul fronte internazionale i dubbi arrivano dalla capacità dei dirigenti sahariani di tenere a bada le fameliche intenzioni dei nuovi partner. Cina, Russia e Turchia in particolare sono tutt’altro che organizzazioni filantropiche, sarà compito dei dirigenti locali far sì che non si apra una stagione di rinnovato colonialismo, magari dietro la facciata di progetti di cooperazione come La via della seta o altre iniziative di questo genere.







