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Cipro, centinaia di rifugiati hanno ritirato la domanda di asilo per tornare in Siria che ora ha davanti a sé due strade: creare un sistema finalmente democratico o sprofondare di nuovo nell’autoritarismo, stavolta in salsa islamista


Funzionari ciprioti hanno riferito che centinaia di siriani che avevano chiesto asilo a Cipro più di un decennio fa hanno ritirato le loro domande nelle settimane successive alla caduta di Bashar al-Assad.

Il ministro delle migrazioni di Cipro, Nikolas Ioannides, ha dichiarato alla Reuters mercoledì 5 febbraio: “In media, dal 9 dicembre 2024 vengono ritirate 40 domande di asilo presentate da siriani al giorno”.

Ha aggiunto che tra il 9 dicembre 2024 e il 31 gennaio dell’anno successivo, 1.367 siriani hanno espresso la loro intenzione di tornare in Siria e 944 di loro hanno annullato la domanda di asilo.

Ioannides ha sottolineato che altre 423 persone hanno rinunciato allo status di rifugiato o alla protezione sussidiaria, mentre 755 di loro hanno lasciato Cipro.

A metà dicembre, il ministro cipriota ha annunciato che più di mille cittadini siriani avevano ritirato le loro domande di asilo o di protezione internazionale a Cipro, poiché intendono tornare in patria, mentre altri cinquecento erano già tornati.

Ioannides, che all’epoca ricopriva la carica di Vice Ministro per le Migrazioni e la Protezione Internazionale, dichiarò, dopo i colloqui con il Commissario per le Migrazioni e gli Affari Interni dell’Unione Europea, Magnus Brunner, che i siriani avevano ritirato le loro domande di asilo dopo la caduta di al-Assad.

Ha aggiunto, come riportato dall’Associated Press , che le politiche severe hanno dato i loro frutti, poiché circa diecimila migranti hanno lasciato Cipro nel 2024, tramite “rimpatrio volontario”, deportazione o reinsediamento in altri paesi europei.

Ha osservato che il numero di nuove domande di asilo nel 2024 è sceso a 6.769 domande, con una riduzione del 41 per cento rispetto al 2023 e circa un terzo delle domande presentate nel 2022.

Secondo quanto riportato dalle organizzazioni per i diritti umani, Cipro è stata ripetutamente criticata per le violazioni dei diritti dei migranti.

Nell’ottobre 2024, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che Cipro ha violato il diritto dei cittadini siriani di chiedere asilo dopo averli trattenuti, insieme ad altre venti persone, su una barca in mare per due giorni prima di riportarli in Libano.

Amnesty International  aveva già sollecitato le autorità cipriote a proteggere i rifugiati e i migranti dagli attacchi razzisti e ad adottare misure immediate per contrastarli.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha dichiarato che le condizioni in Siria impediscono di promuovere o facilitare il ritorno dei rifugiati.

La Siria che esisteva due mesi fa, semplicemente, non esiste più. Ma anche il sistema regionale, in cui il paese era inserito, non è più quello di prima. L’8 dicembre 2024 cadeva il governo di Bashar Al-Assad, salito al potere nel 2000 dopo suo padre Hafez, segnando la fine del regime baathista dopo mezzo secolo di dominio incontrastato sul paese arabo. La Siria è oggi nelle mani dei gruppi armati antiregime e delle milizie jihadiste che, in poco più di 10 giorni, sono riuscite a rovesciare un sistema di potere sopravvissuto a quasi 14 anni di guerra civile. Ma cosa succede oggi in Siria? E com’è cambiato lo scenario geopolitico a due mesi dalla caduta di Assad?

Al centro della scena c’è oggi Abu Muhammad Al-Jolani, che sin dalla caduta di Damasco ha dismesso questo pseudonimo di battaglia a favore del suo nome “civile”, Ahmed Al-Sharaa, operando un cambiamento d’immagine volto a dare di sé, e della sua amministrazione, un’immagine da politico rispettabile e affidabile. Leader di Hayat Tahrir Al-Sham, il cartello di milizie jihadiste nato da una costola di Al-Qaeda e che ha guidato il rovesciamento di Assad, il 30 gennaio è stato ‘nominato’ presidente di transizione della Siria e ha promesso di creare un governo di transizione inclusivo, che guiderà il paese fino alla celebrazione di elezioni libere ed eque. Lo stesso Al-Sharaa, tuttavia, ha dichiarato che potrebbero volerci anche fino a 4-5 anni prima che il paese torni alle urne. Oggi, intanto, l’immagine che può rappresentare meglio il paese, visitato per la prima volta dopo anni da decine di giornalisti provenienti da tutto il mondo, è quella di un vecchio edificio, la cui facciata è stata restaurata e imbiancata di fresco, ma che all’interno è ancora pieno di crepe e problemi strutturali.


Nel difficile bilancio del “chi ha vinto e chi ha perso” dalla caduta del regime si può dire con certezza che a perdere terreno è stato soprattutto l’Iran, che con Assad ha visto venir meno nel giro di pochi giorni un tassello centrale del suo “Asse della resistenza”, già duramente messo alla prova dallo scontro tra Israele e il partito-milizia libanese Hezbollah. Entrambe le circostanze, peraltro, sono effetti a lungo termine dell’escalation iniziata il 7 ottobre 2023 con l’attacco di Hamas. A trarre il massimo giovamento dalla caduta di Assad, invece, è stata certamente la Turchia, che insieme al Qatar non ha mai smesso di sostenere i gruppi di opposizione al regime negli anni della guerra civile e ora intende incassare il capitale politico investito.

Ankara ha supportato attivamente una parte del fronte armato anti-Assad, in particolare il cosiddetto Esercito nazionale siriano (SNA), giocandola soprattutto in funzione anti-curda. Risulta più complessa, invece, la posizione della Russia, principale sponsor e alleato del vecchio regime, che tuttavia sta cercando canali di dialogo con la nuova amministrazione e negoziando per salvare il salvabile dei suoi asset nel paese (le basi costiere di Latakia e Tartus).

Al-Jolani, in tal senso, avrebbe chiesto a Mosca l’estradizione di Assad, condizione difficilmente per il Cremlino (che ha rifiutato di commentare la faccenda). In generale però, i nuovi dominatori della Siria hanno cercato sin dalla caduta di Assad, fuggito proprio a Mosca, di allacciare relazioni positive e contatti politico-diplomatici, a livello regionale e internazionale, con l’idea di perseguire soprattutto tre obiettivi: scongiurare l’isolamento politico, dovuto in gran parte alla diffidenza verso la matrice salafita dei nuovi arrivati; rimuovere le sanzioni imposte al vecchio regime; rilanciare l’economia, fortemente provata da 14 anni di guerra, favorendo la ricostruzione.


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