La fotoreporter americana ferita mentre documentava la raccolta delle olive ad Abu Falah. Il Cpj denuncia una sequenza di aggressioni favorita dall’impunità.
La raccolta delle olive, nella Cisgiordania occupata, si fa sotto assedio. Venerdì 16 ottobre, ad Abu Falah, vicino a Ramallah, coloni israeliani mascherati hanno attaccato i palestinesi impegnati negli uliveti. Testimoni di Reuters hanno descritto uomini scesi dalla collina, lanci di pietre e alberi incendiati. Tra le persone ferite c’è Heidi Levine, fotoreporter americana che lavora per il Washington Post.
Dal letto d’ospedale, Levine ha raccontato al Comitato per la protezione dei giornalisti, Cpj, di essere stata gettata a terra e presa a calci per almeno dieci minuti. Si era identificata come giornalista americana. Durante l’aggressione, ha riferito, le sono stati sottratti la borsa, la macchina fotografica e il telefono. Le bende alla mano e alla gamba accompagnano il racconto di una donna colpita mentre documentava ciò che stava accadendo ai contadini palestinesi.
La sua testimonianza distingue anche ciò che ha visto da ciò che ha dedotto: Levine ha dichiarato al Cpj di non avere osservato personalmente militari sul posto, ma di avere visto l’impiego di gas lacrimogeni e granate stordenti. Separatamente, i testimoni di Reuters hanno riferito il passaggio di mezzi militari israeliani durante l’attacco.
Nel comunicato riportato dal Cpj, l’esercito israeliano sostiene di avere inviato le proprie forze dopo la segnalazione di uno scontro violento. Afferma di avere utilizzato mezzi antisommossa, esploso colpi di avvertimento e poi sparato contro una persona che, secondo la sua versione, impugnava un oggetto appuntito. Annuncia la raccolta di prove e testimonianze e condanna la violenza contro i civili. Sono dichiarazioni che dovranno essere confrontate con le immagini, i racconti dei presenti e gli esiti delle indagini.
L’aggressione a Levine arriva dopo altri episodi denunciati dal Cpj durante la raccolta. Il 6 ottobre è stato colpito il fotografo di Afp Jaafar Ashtiyeh: secondo le testimonianze richiamate dall’organizzazione, alcuni coloni lo hanno picchiato con il calcio dei fucili mentre soldati israeliani assistevano senza intervenire. L’8 ottobre il giornalista portoghese Ricardo Esteves Ribeiro, della testata indipendente Fumaça, è stato arrestato a Rantis e deportato il giorno successivo. Il 10 ottobre il fotoreporter palestinese Issam al-Rimawi è stato raggiunto da un proiettile di gomma sparato dalle forze israeliane; ha dichiarato di indossare un giubbotto con la scritta «Press».
Il quadro era già documentato prima di queste aggressioni. In un rapporto pubblicato a settembre, il Cpj aveva esaminato almeno 16 episodi di violenza, minacce o ostacoli al lavoro della stampa nei primi otto mesi del 2026, con almeno 35 giornalisti palestinesi, israeliani e internazionali coinvolti. Nell’intero 2025, l’organizzazione aveva documentato 13 episodi riguardanti 25 giornalisti. Un bilancio parziale, dunque, già superiore a quello dell’anno precedente.
Sara Qudah, direttrice regionale del Cpj, riconduce il pestaggio di Levine a una sequenza di violenze alimentata dalla mancanza di conseguenze per i responsabili. La denuncia investe le autorità israeliane e una comunità internazionale il cui silenzio, avverte l’organizzazione, contribuisce a perpetuare l’impunità.
Negli uliveti si colpiscono insieme il sostentamento delle famiglie palestinesi e la possibilità di documentarne la distruzione. Bruciare gli alberi significa compromettere i raccolti futuri, rendere più difficile restare sulla propria terra. Pestare una fotografa e portarle via gli strumenti di lavoro significa ostacolare il racconto di quella violenza.
La responsabilità politica arriva fino ai governi che mantengono rapporti con Israele senza pretendere conseguenze concrete per gli abusi. Italia ed Europa hanno strumenti diplomatici ed economici: continuare a lasciarli inutilizzati significa lasciare ai palestinesi il costo dell’occupazione e ai giornalisti il rischio di mostrarlo. La prossima raccolta non può avere ancora bisogno di un’ambulanza a documentare il genocidio tuttora in corso.
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