Attualità

CLASSE SISMICA | La Terra scuote ricchi e poveri. Sotto le macerie non finiscono allo stesso modo

Da qualche settimana sembra che la Terra abbia ricominciato a muoversi tutta insieme. Colombia, Perù, Indonesia, Giappone, altre zone dell’Asia. In Italia i Campi Flegrei ricordano a centinaia di migliaia di persone che il terreno sotto una città non è necessariamente immobile; a dieci anni dal terremoto del Centro Italia siamo tornati ad Amatrice e L’Aquila. Viene spontanea una domanda: i terremoti stanno aumentando? La risposta, almeno per quanto sappiamo oggi, è no. Non esistono elementi scientifici per affermare che sia in corso un aumento anomalo della sismicità globale. L’Usgs calcola sul lungo periodo circa quindici terremoti l’anno tra magnitudo 7 e 7,9 e uno di magnitudo 8 o superiore. Ci sono anni più agitati e altri meno: una concentrazione di grandi scosse nell’arco di alcune settimane impressiona, ma non dimostra che il pianeta sia entrato in una nuova fase.

È cambiato anche il nostro modo di accorgercene. Le reti sismiche sono più capillari, gli strumenti registrano eventi piccolissimi e l’informazione attraversa il pianeta in pochi secondi. Ma dietro questa sovraesposizione esiste una questione reale che riguarda molto da vicino l’Italia: non possiamo sapere quando arriverà il prossimo grande terremoto, ma sappiamo abbastanza bene dove potrebbe fare più male e soprattutto sappiamo perché potrebbe trasformarsi in una catastrofe.

UN PAESE CHE TREMA OGNI GIORNO

Nel luglio 2026 la Rete sismica nazionale dell’Ingv ha registrato 1.482 terremoti in Italia e nelle aree circostanti: circa 47 al giorno, quasi lo stesso numero di giugno. Soltanto 138 hanno raggiunto magnitudo 2 e appena quindici magnitudo 3. La normalità italiana è dunque una terra che si muove continuamente senza che quasi nessuno se ne accorga. Il problema sono gli eventi molto più rari capaci di mettere alla prova intere città. L’ultimo terremoto di magnitudo almeno 6 con epicentro sul territorio italiano appartiene alla sequenza del Centro Italia del 2016: Amatrice il 24 agosto, magnitudo 6,0; poi Visso e infine Norcia, il 30 ottobre, magnitudo 6,5. Sono passati quasi dieci anni.

Non significa che siamo «in ritardo» per il prossimo: i terremoti non rispettano appuntamenti e una media statistica non è un conto alla rovescia. Significa però qualcosa di politicamente più concreto: sono quasi dieci anni che il Paese ha avuto a disposizione per prepararsi. La previsione deterministica non è possibile, ma possiamo conoscere la pericolosità del territorio, la storia delle faglie, la vulnerabilità degli edifici e la quantità di persone e infrastrutture esposte. La domanda corretta non è quando arriverà il prossimo terremoto. È: che cosa troverà quando arriverà?

LA GEOGRAFIA CHE CONOSCIAMO GIÀ

La pericolosità non è distribuita uniformemente. La dorsale appenninica, soprattutto nel Centro e nel Mezzogiorno, la Calabria, la Sicilia orientale e alcune aree del Nord-Est appartengono alla geografia sismica che conosciamo da secoli. La Sicilia offre forse l’esempio più impressionante. L’11 gennaio 1693 il terremoto del Val di Noto devastò il settore sud-orientale dell’isola. Il 28 dicembre 1908 toccò allo Stretto di Messina: Messina e Reggio Calabria furono distrutte e al terremoto seguì un maremoto. Qui la parola rischio significa molto più della magnitudo. Contano profondità, distanza e terreno, ma poi cominciano le responsabilità umane: come sono costruite le case, quanti anni hanno, se sono state adeguate, se ospedali, scuole, strade e reti di soccorso continueranno a funzionare.

QUANDO DOPO LA TERRA ARRIVA IL MARE

Sicilia orientale e Calabria aggiungono un rischio che tendiamo a considerare esotico: lo tsunami. Non lo è. Il Mediterraneo è sismicamente attivo e lo Stretto conserva una delle memorie più terribili. Il terremoto del 1908 fu seguito da onde che investirono le coste siciliane e calabresi. Eventi di quelle dimensioni sono rari, ma raro non significa impossibile. Oggi sulle coste sorgono città dense, porti, ferrovie, strade, attività industriali e turistiche. La memoria del 1693 e del 1908 pone quindi una domanda contemporanea: quanto è preparato ciò che abbiamo costruito dopo?

IL PONTE E TUTTO QUELLO CHE C’È INTORNO

Poi, proprio lì, vorremmo costruire il Ponte sullo Stretto. I progettisti sostengono che l’opera sia dimensionata per affrontare un terremoto paragonabile a quello del 1908. È una dichiarazione progettuale, non una certezza da trasformare in propaganda favorevole o contraria. La domanda interessante è un’altra: supponiamo che il Ponte, se mai sarà costruito, resista perfettamente. Che cosa succede intorno?

Un ponte non galleggia nel vuoto. Ha bisogno di strade e ferrovie per raggiungerlo, energia, telecomunicazioni, reti idriche, ospedali funzionanti e strutture di emergenza. Perciò la questione non è soltanto quanto sia antisismico il Ponte, ma quanto lo siano Messina e Reggio Calabria, le scuole, gli ospedali, gli edifici pubblici, le abitazioni e le vie di fuga. Nel Mezzogiorno è appena partito Cap Rischio, programma della Protezione civile da poco più di 24 milioni di euro destinato a sette regioni e a diversi rischi naturali. Sarebbe scorretto contrapporre meccanicamente quei 24 milioni ai miliardi previsti per il Ponte: strumenti e finalità sono diversi. Ma la domanda resta legittima: quanto vale per lo Stato mettere in sicurezza ciò che esiste già? Prima di costruire un’opera capace, secondo i progettisti, di attraversare indenne il terremoto dello Stretto, sarebbe utile sapere quanta parte dello Stretto attraverserebbe indenne lo stesso terremoto.

CAMPI FLEGREI, UN RISCHIO DIVERSO

Nel luglio 2026 l’Osservatorio Vesuviano ha registrato 426 terremoti ai Campi Flegrei. La magnitudo massima è stata 4,7, l’evento di maggiore energia registrato nell’area da quando disponiamo di dati strumentali. Ma non dobbiamo mettere tutto nello stesso sacco: la crisi flegrea è legata al bradisismo e alla dinamica di una caldera vulcanica. Non dimostra che «l’Italia sta per avere un grande terremoto» e tantomeno che le scosse colombiane o asiatiche abbiano qualcosa a che fare con Pozzuoli. Dimostra invece che una grande area urbana convive con un fenomeno naturale che non può essere spento per decreto. Possiamo monitorarlo, studiarlo, predisporre piani, verificare gli edifici e informare senza terrorizzare. La scienza non può impedire alla terra di muoversi; può impedirci di arrivare completamente impreparati.

LA MAGNITUDO SOCIALE

Ed eccoci alla Colombia. Il terremoto del 10 agosto ha colpito un Paese nel quale le conseguenze non sono state distribuite uniformemente. Secondo i dati diffusi da Medici Senza Frontiere, al 20 agosto erano morte 319 persone, più di 4.500 erano rimaste ferite e oltre 282 mila erano state coinvolte in quindici dipartimenti. Le comunità afrocolombiane e indigene risultano tra quelle maggiormente colpite. A Buenaventura e Quibdó Msf ha trovato strutture sanitarie danneggiate o sovraccariche e territori nei quali l’accesso alle cure era difficile già prima della scossa.

È qui che la magnitudo smette di bastare. Un terremoto non legge la dichiarazione dei redditi. Una faglia non distingue un bambino da un pensionato, un proprietario da una famiglia che vive in un alloggio povero. Le case però li distinguono. Li distinguono i materiali, la manutenzione, il quartiere, la possibilità economica di ristrutturare o trasferirsi, la presenza di un ospedale, una strada percorribile, un’amministrazione capace di controllare che le norme vengano rispettate. Per questo esiste una classe sismica che non compare sulle mappe geologiche. È la classe sociale.

DIECI ANNI GUADAGNATI O DIECI ANNI PERSI

L’Italia non affronta un terremoto di magnitudo almeno 6 sul proprio territorio dall’autunno 2016. Non significa che il prossimo sia vicino. Significa che abbiamo avuto quasi dieci anni per controllare, consolidare e decidere quali scuole, ospedali e abitazioni non possono aspettare; dieci anni per imparare da L’Aquila, Amatrice, Accumoli, Arquata, Norcia e dai terremoti precedenti.

La Colombia oggi conta i morti e cura i feriti. Msf entra nei quartieri nei quali il sistema sanitario era fragile già il 9 agosto, quando nessuno sapeva che il giorno successivo sarebbe arrivato il terremoto. È questa forse la lezione più semplice. La Terra non conosce ricchi e poveri, maggioranze e opposizioni, Nord e Sud. Non sa quanto costa un ponte e quanto costa consolidare una scuola. La Terra scuote tutti. La società decide troppo spesso chi resta in piedi. E quando arriverà il prossimo grande terremoto italiano potremo dire che non sapevamo il giorno e l’ora. Non potremo dire che non sapevamo il resto.



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