Il sospetto che un leader politico possa deliberatamente spingere un paese verso il baratro del conflitto civile per poi presentarsi come l’unico baluardo contro il caos, chiedendo in cambio di rinunciare ad alcune nostre libertà e diritti, non è una fantasia da romanzo distopico, è un copione già visto. È il copione che ha portato l’Italia dalla vittoria nella Prima Guerra Mondiale alla dittatura fascista. La storia ci insegna che i regimi autoritari non nascono sempre da un colpo di stato militare lampo, spesso avanzano strisciando, sfruttando paure genuine, divisioni abilmente coltivate e l’inerzia di élite miopi.
L’Italia del primo dopoguerra era una nazione vittoriosa ma profondamente lacerata. La crisi economica, le lotte sociali del biennio rosso e l’incapacità della classe dirigente liberale di integrare le nuove forze popolari crearono un vuoto di potere. In quel vuoto, un nazionalismo radicale, forgiato nell’esperienza della guerra e alimentato dal mito della “vittoria mutilata”, poté crescere. Figure come Gabriele D’Annunzio, con l’impresa di Fiume, sperimentarono la mobilitazione extraparlamentare e l’uso dell’intimidazione, anticipando i metodi che Benito Mussolini avrebbe sistematizzato. La borghesia spaventata dalle occupazioni delle fabbriche e dalle lotte contadine vide nei Fasci non più degli squadristi criminali, ma gli scudi della proprietà e dell’ordine. Il fascismo non conquistò il Parlamento solo con la violenza, ma vi fu portato anche dalla paura di qualcos’altro. È questo il meccanismo più insidioso, la libertà viene sacrificata volontariamente sull’altare della sicurezza.
Oggi, osservatori e analisti politici utilizzano una definizione agghiacciante per descrivere la situazione negli Stati Uniti: “slow motion coup”, un colpo di stato al rallentatore. L’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 non è stato un episodio isolato, ma il sintomo più acuto di una crisi di legittimità alimentata per anni dalla grande menzogna di elezioni rubate. Una narrativa che, nonostante le smentite dei tribunali, è ancora creduta vera da una larga fetta dell’elettorato e viene costantemente riproposta.
Le mosse sono, secondo questa analisi, metodiche e multiple. Da un lato, c’è il tentativo di controllare il processo elettorale dall’interno. Candidati che negano il risultato del 2020 si candidano per ruoli chiave che supervisioneranno le prossime elezioni. Parallelamente, in numerosi Stati a guida repubblicana sono state approvate leggi che rendono più difficile votare, colpendo di fatto minoranze, poveri e anziani. È un attacco su due fronti: si mina la fiducia nel sistema e si alterano le regole per ostacolare chi, si presume, non voterà per il proprio campo.
La provocazione di mettere in dubbio la regolarità delle elezioni di medio termine o di ipotizzare sospensioni, come talvolta fatto da Donald Trump, non è un semplice fuoco di paglia retorico. È il tentativo di normalizzare l’idea che le elezioni siano legittime solo quando vincono “i nostri”. Come ha avvertito lo storico Timothy Garton Ash, gli Stati Uniti hanno una finestra di tempo critica per salvaguardare le proprie istituzioni, ma gli ostacoli, dal gerrymandering spudorato (un metodo ingannevole per ridisegnare i confini dei collegi nel sistema elettorale maggioritario) allo sproporzionato potere del presidente, sono enormi.
Il passo successivo del copione prevede la normalizzazione della violenza politica. L’incubo di una guerra civile non è più un tabù nel dibattito pubblico americano. Analisti come Barbara F. Walter, studiosa dei conflitti civili, avvertono che gli USA sono più vicini a uno scenario del genere di quanto si voglia credere, classificando la nazione in uno stato di “conflitto aperto”. In questo clima, la paura diventa il carburante principale del consenso.
Gruppi paramilitari di estrema destra, come i Proud Boys o gli Oath Keepers, trovano spazio per agire, presentandosi come difensori di un ordine tradito. Ogni episodio di violenza, ogni sparatoria, ogni scontro di piazza rischia di essere strumentalizzato per dipingere un quadro di caos ingovernabile, che solo una mano ferrea potrebbe controllare.
È la profezia che si autoavvera, si alimenta la tensione fino a creare l’emergenza, per poi offrire come soluzione proprio quelle misure eccezionali come maggiori poteri alla polizia, restrizioni delle proteste e interventi federali che erodono ulteriormente i diritti civili. Questo schema non è un’ossessione americana. Amnesty International nel suo ultimo rapporto denuncia una crisi globale del diritto di protesta, con governi in tutto il mondo che introducono leggi per limitare le manifestazioni, reprimere il dissenso e utilizzare la tecnologia per sorvegliare e silenziare.
Quando gli standard sui diritti umani sono applicati in modo selettivo e ipocrita, si manda il messaggio che il principio può essere sacrificato all’opportunità. È il terreno perfetto per chi vuole giustificare la repressione interna puntando il dito contro i “doppi standard” dei critici. In Italia, dove non ci siamo fatti mancare nulla, abbiamo già visto queste cose anche con la cosiddetta “strategia della tensione” un tentativo, fortunatamente fallito di ribaltare le sorte della democrazia facendo leva sugli stessi fattori fin qui analizzati.
La domanda che il presente ci pone non è se Donald Trump o qualsiasi altro leader possa tecnicamente sospendere le elezioni da un giorno all’altro. Le costituzioni, a volte, resistono. La domanda vera è se un popolo, stremato dalla paura e diviso da un’incessante guerra culturale, possa arrivare ad accettare passivamente, o addirittura a chiedere, una limitazione delle proprie libertà in cambio di una promessa di ordine.
Vigilare non significa cadere in teorie complottiste, ma riconoscere schemi storici pericolosi. Significa difendere con forza l’indipendenza della magistratura, l’integrità del processo elettorale, la libertà di stampa e il diritto di protesta. Significa ricordare, come ci insegna la storia italiana, che la democrazia muore più spesso per consenso e acquiescenza che per una rivolta violenta. Il primo, decisivo, atto di resistenza è rifiutarsi di avere paura, e rifiutarsi di consegnare a chi quella paura la vende come merce di scambio, le chiavi della nostra libertà.


