Dichiarati incostituzionali alcuni articoli della normativa sulla cooperazione con la Corte penale internazionale. Il ministro della Giustizia dovrà trasmettere immediatamente le richieste oppure motivare senza ritardi un eventuale diniego.
Le opposizioni: «La Consulta smentisce il governo»
La sentenza della Corte costituzionale ha riacceso lo scontro politico sul caso Almasri. Per le opposizioni, il pronunciamento della Consulta rappresenta una netta smentita della linea finora sostenuta dal governo e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio.
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha parlato di una decisione che conferma le critiche rivolte all’esecutivo sulla gestione del caso, chiedendo che il ministro riferisca nuovamente in Parlamento. Sulla stessa linea il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, secondo cui la sentenza dimostra che il rispetto degli obblighi internazionali non può essere subordinato a valutazioni di opportunità politica.
Anche Alleanza Verdi e Sinistra ha sostenuto che la Consulta abbia smontato il meccanismo che aveva consentito al ministro della Giustizia di trattenere senza limiti temporali le richieste provenienti dalla Corte penale internazionale, chiedendo un rapido adeguamento della normativa.
Un verdetto annunciato
La decisione della Consulta non arriva nel vuoto. Da mesi costituzionalisti e giuristi avevano evidenziato come la legge italiana sulla cooperazione con la Corte penale internazionale attribuisse al ministro della Giustizia un potere privo di limiti temporali certi, lasciando spazio a ritardi incompatibili con lo Statuto di Roma.
Tra le analisi più autorevoli figura quella del costituzionalista Luca Masera, che aveva individuato proprio negli articoli oggi dichiarati incostituzionali il punto più debole dell’impianto normativo.
Il precedente dell’Aja
La sentenza assume un peso ancora maggiore se letta insieme alla decisione con cui la Corte penale internazionale aveva deferito l’Italia all’Assemblea degli Stati parte dello Statuto di Roma per la mancata cooperazione nel caso Almasri.
Secondo i giudici dell’Aja, le autorità italiane non avevano dato piena esecuzione alla richiesta di arresto né avevano attivato il confronto previsto dalle procedure internazionali. Oggi la Corte costituzionale interviene proprio sul meccanismo interno che aveva consentito quella situazione, imponendo che le richieste della Corte penale internazionale vengano trasmesse immediatamente alla Corte d’appello di Roma oppure, in casi eccezionali, che il diniego sia motivato senza alcun ritardo.
Una sentenza destinata a fare giurisprudenza
La Consulta non entra nel merito delle responsabilità politiche del caso Almasri. Fa qualcosa di ancora più rilevante: riscrive le regole della cooperazione tra lo Stato italiano e la Corte penale internazionale.
Da oggi il ministro della Giustizia conserva il potere di opporsi a una richiesta della Corte penale internazionale quando ritenga che siano in gioco principi costituzionali fondamentali. Ma non potrà più scegliere il silenzio o il rinvio. Dovrà decidere immediatamente, motivare pubblicamente la propria scelta e assumersene fino in fondo la responsabilità istituzionale.
Perché la credibilità di uno Stato democratico non dipende soltanto dalle leggi che approva, ma anche dalla tempestività con cui decide di applicarle quando sono in gioco i crimini più gravi contro l’umanità.








