Politica

CORTILE | Bilancio di tre anni del governo Meloni. Tutto va bene, Madama la marchesa. Fine della storia

Controvoglia, ma ogni tanto bisogna parlare anche di questioni italiane. Tre anni di governo Meloni, tante promesse e tanti fatti non c’è che dire. Che poi i fatti siano andati in una direzione diversa dalle promesse sembra essere un dettaglio di poco conto per la comunicazione mainstream e, di conseguenza, per l’opinione pubblica italiana che continua, almeno nei sondaggi, a premiare la coalizione e FdI in particolare.

Uno dei fallimenti più clamorosi di questo governo sarebbe, se ce ne fosse traccia negli “urlatoi” televisivi, la questione immigrazione. Quando la destra era all’opposizione i talk show sparavano a palle incatenate contro gli immigrati, urlavano all’invasione promettevano impraticabili blocchi navali e via blaterando. Adesso che nel biennio 2023-2024 gli arrivi sono aumentati del 31 per cento gli stessi programmi televisivi si occupano a tempo pieno e reti unificate del giallo di Garlasco. Ma li dirottiamo (no in effetti ha detto che li dirotteremo, vedrete, funzionerà) in Albania. Oltre mezzo miliardo di euro in cinque anni. È quanto costerà all’Italia la gestione dei centri per migranti di Shengjin e Gjader, nati dall’accordo siglato il 6 novembre 2023 tra il governo Meloni e quello di Tirana. Una spesa di circa 120 milioni di euro l’anno, per un totale di seicento milioni fino al 2028, per realizzare e mandare avanti questa specie di canile per esseri umani. E nel 2024, nei cinque giorni in cui i centri per migranti sono stati davvero operativi, sono costati 570mila euro. Del Piano Mattei, nel frattempo, si sono perse le tracce.

Della riforma della legge Fornero sulle pensioni di cui tanto si parlava prima dell’avvento dell’italica, cattolica donna Meloni nemmeno l’ombra. L’innalzamento delle pensioni minime a mille euro promettevano. Hanno scoperto l’acqua calda e cioè che se si cambiano i termini del pensionamento a parità di organizzazione dell’INPS i conti non tornano e riformare in profondità l’intero sistema è impresa che la mediocre classe politica di questa destra non si può permettere. E quindi ci teniamo la legge tutta lacrime (vere) della Fornero.

Le accise, il padano le cancellava su una lavagna dal fido Vespa, la ducetta della Garbatella le spernacchiava seduta in auto davanti alla pompa di benzina. Risultato? Aumento della tassazione del gasolio, il carburante più utilizzato dagli automobilisti nostrani.

Però c’è la riforma Nordio, che rischia di far traballare l’indipendenza del pubblico ministero, di impedire ai magistrati di nominare i propri membri al CSM e di spaccare il paese costringendo gli italiani a sorbire dibattiti incomprensibili anche per i più preparati. In compenso però hanno portato a casa l’abolizione dell’abuso di ufficio di cui chi ha a che fare con la burocrazia non sentiva affatto l’esigenza mentre è stato un ottimo investimento in campagna elettorale per farsi amici i burocrati presenti in tutte le amministrazioni da quelle nazionali a quelle locali con i relativi bacini elettorali. Per non parlare del contrasto all’evasione fiscale depotenziato dai 20 condoni concessi ai furbetti del quartierino dall’insediamento del governo Meloni. Stendiamo un velo pietoso sul ponte sullo stretto di Messina dove tra esperti e magistratura stanno portando alla luce un progetto che fa acqua da tutte le parti.

E poi c’è il cosiddetto decreto sicurezza. I dati sono veramente terrificanti, non soltanto a livello di denunce aumentate notevolmente negli ultimi tre anni, ma anche per quanto riguarda la sicurezza effettiva e tutta l’organizzazione del sistema dal Ministero alle Questure alle Forze dell’Ordine tutte. E le conseguenze si sono viste specialmente nelle piazze durante le manifestazioni politiche, un livello di aggressività e di repressione come non se ne vedeva da decenni.

In politica estera il nostro governo si è alleato con Donald Trump finendo per assumere una posizione che Giorgia Meloni si auspicava potesse essere di mediazione con l’Unione europea da una parte e garantire all’Italia migliori condizioni durante le trattative sui dazi dall’altra. Il risultato è stato che l’Italia è ai margini dei centri decisionali sia in politica economica che in questioni di politica internazionali senza aver ottenuto per contro alcun vantaggio dall’amicizia del biondo americano. La figura fatta recentemente con Trump che le fa complimenti che nemmeno ad una commessa del supermercato (non me ne vogliano è un esempio come un altro) e un consiglio non richiesto da parte di Erdogan “La smetta però di fumare” (detto da un turco…) è stata emblematica. Per contro però siamo uno dei principali governi a collaborare con Israele, un bell’investimento in immagine in un periodo dove la simpatia per Benjamin Netanyahu a livello internazionale ha raggiunto il livello “non pervenuto”.

Però i sondaggi sono confortanti e poi basta evitare i giornalisti in genere e quelli, pochi, liberi per rimanere al calduccio di palazzo Chigi. D’altronde dall’altra parte preoccupazioni non ne arrivano e anche a livello sindacale la pressione sul governo è ai minimi livelli di sempre. Insomma tutto secondo i piani e chissà che nella prossima legislatura la signora Meloni non debba traslocare ma non verso i banchi dell’opposizione bensì verso il Colle. Come dire, al peggio non c’è mai fine.


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