La parola d’ordine è “remigrazione”. Dai cortei di Piacenza alle proposte di legge, fino alle battaglie di personaggi come Salvini e all’importazione di retoriche estreme come quelle dell’amico di Musk, Tommy Robinson (pseudonimo di Stephen Christopher, agitatore neofascista condannato in Gran Bretagna per detenzione di droga e aggressioni islamofobe), sembra che l’unica soluzione al presunto “problema immigrazione” sia una sola: rimandare tutti a casa. Si invocano blocchi navali e si indicano con fierezza centri extraterritoriali come quelli in Albania come modello. E allora, facciamolo. Per coerenza, seguiamo fino in fondo questo ragionamento. Preparatevi però a un amaro risveglio, perché quello che scopriremo è che questa fantasia xenofoba si scontra brutalmente con la realtà di un’Italia che, senza lavoro straniero, si fermerebbe.

L’idea di un “blocco navale” come soluzione magica è un refrain che ritorna ciclicamente. Peccato che, nel diritto internazionale, un blocco navale sia un atto di guerra. Dopo il 1945, la Carta delle Nazioni Unite lo ammette solo in casi di legittima difesa, classificandosi altrimenti come un atto di aggressione. Non è una teoria. L’Italia lo ha già provato nel 1997, durante il governo Prodi, per fermare i migranti dall’Albania. Il risultato? Il 28 marzo di quell’anno, la corvetta italiana Sibilla speronò la motovedetta albanese Kater i Radës, che affondò con 120 persone a bordo. Morirono in 81, tra cui molti bambini, fu una strage, non una soluzione. I comandanti di entrambe le imbarcazioni furono condannati, ma il flusso non si fermò, solo pochi giorni dopo 1.500 persone sbarcarono a Bari. Un fallimento totale, umano e strategico, che oggi si vorrebbe ripetere dimenticando la storia.
Se il blocco navale è un’illusione pericolosa, i centri in Albania vengono spacciati come la risposta moderna e “intelligente”, la realtà è ben diversa. Il protocollo Italia-Albania del 2023 prevede due strutture, un hotspot a Shëngjin e un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr) a Gjadër. Quest’ultimo è descritto come un “buco nero” dei diritti, una distesa di prefabbricati grigi circondata da alte recinzioni metalliche, in un luogo isolato tra le montagne. Un luogo ritraumatizzante per persone che spesso hanno già subito torture e violenze inaudite. Nei primi cinque giorni di funzionamento del 2024, con un massimo di 12 persone presenti, la spesa è stata di circa 114mila euro al giorno. Su 132 persone trasferite a Gjadër fino a luglio 2025, solo 32 sono state effettivamente rimpatriate. Trasferimenti notturni con le mani legate da fascette, assenza di informazioni chiare, opacità sanitaria (il personale medico è albanese, mentre l’Asl di competenza è quella di Roma). I tribunali italiani hanno da subito iniziato a ordinare liberazioni per tutelare il diritto alla salute, smontando pezzo per pezzo questa operazione.
Qui si arriva al paradosso più grottesco. Mentre una parte della politica urla “remigrazione”, peraltro impossibile rispetto a molti paesi di origine perché mancano i trattati di reciprocità senza i quali non si può effettuare i rimpatri, l’economia italiana, dalle campagne agli allevamenti, fa fatica a trovare manodopera e implora per avere più lavoratori stranieri. In Emilia-Romagna, il 60 per cento dei lavoratori negli allevamenti di vacche da latte è rappresentato da immigrati indiani di religione Sikh, molti dei quali ora cittadini italiani. Senza di loro, la produzione del “Re dei Formaggi” sarebbe a rischio. Settori come la pastorizia, abbandonati dalle nuove generazioni italiane, sono stati salvati dall’immigrazione. In Piemonte, Valle d’Aosta e Veneto, gli stranieri rappresentano il 70 per cento dei pastori, in Abruzzo si arriva al 90 per cento. Confagricoltura, una delle principali associazioni di categoria, accoglie positivamente il decreto del governo che prevede l’ingresso di cinquecentomila lavoratori stranieri in tre anni. Anzi, chiede procedure più snelle perché le quote attuali sono “lievemente inferiori al fabbisogno” dell’agricoltura.
Questo è il “paradosso populista”, si alimenta l’ostilità verso i migranti mentre si aprono legalmente le porte a centinaia di migliaia di loro perché l’economia nazionale ne ha un bisogno vitale. Il governo stesso, con i suoi decreti flussi, smentisce ogni giorno la narrazione dell’“invasione da respingere”. Dietro alla retorica della “remigrazione” si nasconde un’ipocrisia abissale. Si finge di voler cacciare gli stranieri, ma in realtà si tollera (e forse si preferisce) un sistema che ne sfrutta la vulnerabilità. Molti dei pastori stranieri, infatti, lavorano in nero, con salari da fame (meno di mille euro al mese) e condizioni disumane. Sono storie di isolamento, di minacce, di lavoro 24 ore su 24 in container senza riscaldamento. Si grida contro la loro presenza, ma non si fa abbastanza per combattere il caporalato e lo sfruttamento che li rende una comoda risorsa per settori in crisi.
La vera domanda non è come “rimandare indietro” la forza lavoro che tiene in piedi interi comparti. La domanda è: perché si preferisce sussidiare un sistema di detenzione costosissimo e illegale in Albania, invece di investire in politiche per il ricambio generazionale, in contratti dignitosi e nella lotta allo sfruttamento? La “remigrazione” non è una politica. È uno slogan vuoto, una pericolosa fantasia che, se anche solo parzialmente realizzata, manderebbe in tilt intere filiere agroalimentari d’eccellenza, dall’Emilia alla Sardegna. È l’ultima, triste illusione di una politica che, invece di affrontare le complessità del presente, la demografia, il mercato del lavoro, l’integrazione, preferisce vendere alla paura uno spot da campagna elettorale, anche a costo di affondare il futuro del paese.


