Ha avuto coraggio, per la stampa nostrana, Pierfrancesco Favino a proporre questo ‘People, Places & Things (Cose, posti e persone)’ di Duncan Macmillan esaltandone da regista il lato ossessivo e disturbante, pur giocando anche su qualche paradosso comico, e con lui Anna Ferzetti, senza risparmiarsi con un personaggio così impegnativo, fragile e esasperato, in un’ottima prova d’attrice.
Comunque , stando all’agenzia Ansa, proposta giusta, e applauditissima la sera della prima all’Ambra Jovinelli (dove si replica sino al 15 marzo), in anni in cui le dipendenze stanno diventando un problema sociale, da quelle da droga, sempre più diffusa, a quelle da alcol sino a quelle da social, e non riguardano solo i più giovani.
La protagonista, che si nasconde dietro diversi nomi, dalla Nina di Cechov a altri inventati sino al suo vero, nel finale, Lucia, è un’attrice e una donna adulta e autodistruttiva, gravemente alcolizzata e tossicodipendente, che un ultimo barlume spinge a cercare di disintossicarsi ricoverandosi in un centro specializzato. E’ “un urlo in cerca di una bocca” e ci prova due volte, una prima con la sfrontatezza, l’aggressività e le false sicurezze di chi continua a vivere una sua finzione, la seconda con maggiore disponibilità, grazie anche a una serie di incontri fortunati, a cominciare da Floris, un ex drogato diventato poi infermiere che cerca il confronto con lei e la protegge.
La dipendenza dalle sostanze è solo un pretesto per provare a dire altro. People, Places & Things è uno spettacolo davvero ben fatto con non poche intuizioni. “Il linguaggio, spiega Davide Oliviero, è spezzato, frammentario, quasi musicale. I dialoghi si moltiplicano, le voci diventano coro e i tempi si sovrappongono” . Ma il titolo che a suo dire “è già una mappa esistenziale: persone, posti, cose” la dice lunga sulla coazione a ripetere secondo cui – stando all’autore – l’umano è costretto se vuole sopravvivere, rinunciando agli affetti e identificandosi con il padre o la madre.
“La scena iniziale è già un vertigine. Emma, attrice di talento e inquietudine, sta interpretando Nina nel Gabbiano di Čechov. Kostja le parla, lei risponde, ma qualcosa si incrina. La voce non obbedisce più, il gesto perde precisione e la coscienza si sfalda. Non è chiaro se sia Nina a cadere o Emma a smarrirsi. Teatro e realtà cominciano a sovrapporsi come due lastre di vetro che non coincidono più. Macmillan costruisce da questa frattura uno dei testi più intensi della drammaturgia britannica contemporanea”. Così la vede Giuseppe Fantasia sul Sole24ore.
Ottima la regia di Pierfrancesco Favino, fantastica l’interpretazione di sua moglie Anna Ferzetti che affronta davvero, come sostiene la critica che ci capisce di teatro, il personaggio con una precisione quasi chirurgica: “Il suo lavoro non indulge mai nell’enfasi melodrammatica: Emma prende forma attraverso minimi scarti di voce, esitazioni del corpo, improvvisi lampi di ironia. Il risultato è un ritratto mobile, continuamente in bilico tra lucidità e disgregazione”.
La regia di Pierfrancesco Favino asseconda la natura spigolosa del testo. Non addolcisce, non alleggerisce, non cerca scorciatoie emotive. Organizza lo spazio in modo rigoroso, quasi neutro. La scena di Luigi Ferrigno evita soluzioni decorative; è un ambiente che si trasforma senza spettacolarità, come se la realtà stessa si spostasse di pochi centimetri alla volta. Le luci di Bianca Peruzzi tagliano i piani con decisione, isolano, espongono.
I costumi di Roberto Chiocchi registrano uno stato, non lo commentano. Al centro, Anna Ferzetti compie un lavoro di notevole precisione. La sua Emma non è mai caricaturale, mai sopra le righe. Anche nei momenti di maggiore scompenso, mantiene una linea di controllo che rende credibile il personaggio. Non punta sull’isteria, ma sulla contraddizione. Quando mente, lo fa con intelligenza; quando crolla, non cerca l’effetto. Il risultato è una figura inquieta, mai del tutto simpatica, ma profondamente umana.
“Ferzetti attraversa da tempo con naturalezza cinema e palcoscenico. Dopo il successo cinematografico nel film La grazia di Paolo Sorrentino e altri recenti lavori sul grande schermo (Domani interrogo) l’attrice torna al teatro con una prova che ne conferma la maturità interpretativa.
Accanto a lei si muove un ensemble di grande solidità scenica. Betti Pedrazzi costruisce una presenza di notevole autorevolezza, capace di coniugare rigore e umanità; Thomas Trabacchi modula il proprio personaggio con un equilibrio sottile tra ironia e inquietudine; mentre Totò Onnis aggiunge alla tessitura drammaturgica una sensibilità interpretativa che contribuisce a dare respiro corale allo spettacolo.
Il risultato è un organismo teatrale compatto, in cui ogni voce partecipa alla costruzione di quella coscienza collettiva che il testo evoca. Anna/Emma ne è al centro non interpretando semplicemente una donna che lotta contro la dipendenza, ma incarnando la vertigine di un’identità che cerca di ricomporsi. Macmillan, del resto, non è interessato alla cronaca della disintossicazione. Il suo sguardo è più radicale: interroga la nostra epoca, ossessionata dall’immagine e dalla performance permanente di sé.
Emma è attrice anche fuori dal palcoscenico, come se la vita contemporanea chiedesse a tutti di recitare continuamente un ruolo convincente. A un certo punto del testo emerge una frase che suona quasi come una confessione universale: «La verità è che non so più chi sono senza tutto questo». In quella breve ammissione si concentra il cuore della pièce.
La dipendenza diventa metafora di ogni identità costruita su un fragile equilibrio di abitudini, relazioni ed illusioni. Il teatro, allora, torna a essere ciò che è sempre stato nei suoi momenti più alti: uno specchio capace di incrinarsi davanti allo spettatore. Attraverso Emma, attraverso le persone, i posti e le cose che abitano la sua memoria, il pubblico è invitato a riconoscere la propria topografia interiore.
Quando le luci si abbassano, resta la sensazione di aver attraversato non solo una storia ma una coscienza. Forse, il segreto del testo di Macmillan sta proprio qui: ricordare che la distanza tra ciò che siamo e ciò che fingiamo di essere è molto più sottile di quanto si voglia ammettere e che basta un attimo, sul bordo di un palcoscenico, perché quella distanza si dissolva”.
Fin qui l’autorevole critica di Davide Oliviero su Gbopera, ma ora proviamo a esplorare lo spettacolo permettendoci qualche libertà interpretativa.
Partiamo dalla citazione del Gabbiano di Anton Čechov dove Konstantin è un aspirante drammaturgo preda di un conflitto tra le ambizioni artistiche e il rapporto difficile con la madre.
Lo spettacolo si apre con la protagonista che interpreta Nina e Konstantìn mentre hanno un ultimo incontro. I due si raccontano le loro vicende, conme nel dramma originale. Nina, nonostante il comportamento meschino di Trigorin, è ancora innamorata di quest’ultimo. Inoltre sembra non capire che con il suo atteggiamento ferisce Konstantìn, che ancora la ama come un tempo.
Konstantìn, dal canto suo, cerca di convincere la giovane di non partire subito per Mosca, le chiede di rimanere ancora lì con lui. Ma Nina è come un gabbiano. È un’anima libera che deve seguire la sua strada, deve calcare le assi del palcoscenico, sebbene siano solo palchi di teatrini di provincia.
E così se ne va. Konstantìn si ritrova solo, ancora una volta. Solo e incompreso. Non solo da Nina, ma anche da sua madre, dai suoi colleghi artisti, attori e scrittori. E, nell’opera borghese di Čechov, decide di farla finita, per sempre. Si uccide, con uno sparo in testa.
Identico fallimento viene proposto dal britannico autore colluso con Pierfrancesco Favino che mette in scena la morte dell’unica persona, Floris, che nell’improbabile struttura terapeutica, dove non si recita per essere applauditi, ma per sopravvivere, si prende cura della protagonista. I personaggi che circondano Emma non sono semplici comprimari; rappresentano possibilità di rapporto o modelli da rifiutare. Ma Floris perde la vita inseguendo l'”acciacato” cane, l’affettività, che finisce sotto un’auto. Al suo posto c’è Elia, un ex drogato diventato poi infermiere che cerca il confronto con lei senza amarla. Emma non “guarisce” , non trasforma il pensiero devastato dalla cultura dominante, non ritrova la sua prima immagine interna sana; resta una figura instabile, sospesa. E cede, a quel punto, senza droghe, alla dipendenza da persone, posti e cose. Alla recitazione.
Roma, Teatro Ambra Jovinelli
PEOPLE, PLACES & THINGS
COSE, POSTI E PERSONE
di Duncan Macmillan
traduzione Monica Capuani
con Anna Ferzetti, Betti Pedrazzi, Thomas Trabacchi, Totò Onnis e Luca Massaro, Maria Giulia Toscano, Giorgio Stefani, Sofia Capo, Gabriele Badaglalacqua, Marta Virginia Morgavi
scena Luigi Ferrigno
costumi Roberto Chiocchi
luci Bianca Peruzzi
maestro di voce Susan Main
aiuto regia Luca Bargagna
movimenti scenici Marco Angelilli
regia Pierfrancesco Favino
Photocredit Enrico De Luigi






