La cronaca degli ultimi mesi ci restituisce una fotografia allarmante della gioventù italiana. Gli episodi di violenza, dai gesti estremi nelle scuole all’aggressività nelle piazze, assieme al dramma silenzioso dei suicidi, disvelano una sofferenza profonda e diffusa che interroga la società nel suo complesso.
Questi comportamenti sono espressione di emozioni represse che si trasformano in azione violenta, sia contro gli altri che contro sé stessi. Si tratta di una sorta di nuova qualità della violenza, non più legata principalmente alla contestazione verso gli adulti, ma alla disperazione esistenziale e alla ricerca di visibilità in un mondo che promette ma non mantiene.
La scuola, da luogo di formazione si è trasformata in palcoscenico del disagio. L’accoltellamento a La Spezia non è un episodio isolato, ma il simbolo tragico di un cambiamento degli spazi educativi. La scuola sembra essere diventata un grande palcoscenico dove i giovani portano tutto sé stessi, comprese le tensioni e le frustrazioni che altrove non trovano espressione. Il luogo che dovrebbe preparare alla vita è sempre più teatro di tragedie che anticipano la vita stessa in modo crudele.
Il caso di Paolo, il 14enne di Latina che si è tolto la vita dopo anni di vessazioni, rivela il lento e inesorabile logoramento dell’anima adolescenziale. Il bullismo persistente, sia fisico che digitale, può rappresentare una condanna a morte silenziosa quando le istituzioni, scuola in primis, non intercettano i segnali di sofferenza o minimizzano le denunce. Gli scontri durante le manifestazioni a Torino, dove i giovanissimi delle cosiddette “maranze” hanno mostrato “allarmante spregiudicatezza criminale”, secondo quanto scritto nel report della Questura, rivelano un’altra faccia del disagio. Qui la violenza diviene strumento di affermazione in un contesto sociale percepito come ingiusto, dove il gruppo offre identità e senso di appartenenza a chi cerca disperatamente visibilità. Assistiamo sempre più spesso al collasso degli spazi emotivi.
Gli adulti, spesso incapaci di gestire le proprie emozioni, chiedono implicitamente ai giovani di rimuovere le emozioni disturbanti, rabbia, paura, tristezza. Il risultato è un cortocircuito espressivo dove le emozioni inespresse diventano un tratto violento.
La pandemia ha funzionato da detonatore di fragilità latenti che lasciano un’eredità tossica. Parallelamente, la rivoluzione digitale ha creato un ambiente di vita parallelo dove gli adolescenti trascorrono sempre più tempo. Oltre un terzo dei ragazzi utilizza lo smartphone per più di cinque ore al giorno, principalmente per social media e intrattenimento. L’algoritmo dei social può amplificare il disagio, come nel caso della quindicenne esposta continuamente a contenuti su depressione e suicidio dopo aver postato un video sul proprio malessere. Su tutto questo agisce il fallimento delle istituzioni educative. La scuola appare sempre più competitiva e focalizzata sui risultati piuttosto che sulla crescita personale.
Il caso di Paolo dimostra tragicamente come i protocolli anti-bullismo possano rimanere lettera morta se non sostenuti da una cultura dell’ascolto e dell’intervento tempestivo. La struttura familiare si è fatta più complessa, la percentuale di ragazzi con genitori divorziati è quasi raddoppiata in vent’anni passando dal 11,4 percento al 19,1 percento.
In molti casi, i genitori si sono trasformati da educatori a organizzatori del tempo dei figli, privati della possibilità di dedicare loro attenzione autentica a causa di ritmi lavorativi insostenibili. Si stanno determinando differenze significative nel benessere degli adolescenti in base al capitale culturale familiare e alla cittadinanza.
Per i giovani migranti non accompagnati il percorso di inclusione è disseminato di ostacoli aggiuntivi. Le periferie esistenziali si sovrappongono a quelle geografiche, creando sacche di emarginazione dove fiorisce la violenza come forma di autoaffermazione.
Il “pacchetto sicurezza” del Viminale rappresenta la tipica risposta istituzionale, divieto assoluto di porto di coltelli, pene più severe per le baby gang, estensione delle zone rosse, arresto anche per i minorenni. Una logica che rispecchia la logica del controllo e della repressione. Tuttavia, questa risposta appare squilibrata verso la repressione rispetto alla prevenzione.
Il ministro Valditara ha sottolineato la necessità di verificare l’applicazione della legge sul bullismo dopo il suicidio di Paolo, e la proposta di un piano nazionale di prevenzione è stata avanzata dalla senatrice Gelmini, ma gli investimenti strutturali in salute mentale e sostegno psicologico restano limitati. Il “bonus psicologo” menzionato dal sottosegretario Ferrante e i servizi come la linea “Lucy” del Bambino Gesù rappresentano iniziative importanti, ma insufficienti di fronte a un’emergenza di tale portata.
La prima necessità è un patto tra generazioni che riporti i giovani al centro degli interessi sociali. Questo implica trasformare le istituzioni educative in comunità che valorizzano la crescita personale oltre i risultati accademici. La scuola dovrebbe chiedere scusa ai giovani per le promesse non mantenute, e costruire con loro un futuro credibile. Adulti capaci di fare le domande giuste e ascoltare le risposte senza pregiudizi sono il primo anticorpo contro la violenza. Servono interventi sistematici di formazione per genitori e insegnanti sulle dinamiche emotive adolescenziali.
E’ fondamentale ripensare il digitale come risorsa educativa. Invece di demonizzare i social network o semplicemente limitarne l’accesso, occorre educare a un uso critico e consapevole delle tecnologie. Programmi di alfabetizzazione digitale emotiva potrebbero aiutare i giovani a navigare gli ambienti online senza esserne travolti.
L’esperienza di accoglienza familiare per minorenni migranti soli dimostra che percorsi personalizzati di integrazione sono possibili. Servono politiche di prossimità che riconquistino le periferie, geografiche ed esistenziali, attraverso spazi aggregativi, servizi di supporto psicologico e opportunità creative. La salute mentale degli adolescenti deve diventare priorità di sanità pubblica, con investimenti strutturali in neuropsichiatria infantile, servizi di psicologia scolastica e iniziative di prevenzione del suicidio. Mentre la politica discute pacchetti sicurezza e misure repressive, gli esperti sottolineano che il proibizionismo e la repressione non hanno mai pagato. Il vero cambiamento richiede il coraggio di guardare in faccia il disagio (e il disturbo del pensiero) senza ridurlo a emergenza di ordine pubblico, riconoscendo che ogni episodio di violenza giovanile interroga non solo i suoi autori, ma l’intera comunità adulta che ha smarrito la capacità di trasmettere il senso e il valore della convivenza civile.


