La chiamano «Rafah verde». Il nome promette una rinascita, ma il progetto prende forma sulle rovine di una città palestinese, in una Striscia dove si cercano ancora i morti sotto le macerie. Prima delle fondamenta ci sono corpi da recuperare, persone da identificare, famiglie che aspettano una sepoltura. Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha documentato anche quest’anno il proprio sostegno alle operazioni di recupero, attraverso mezzi meccanici e assistenza alle squadre locali. La ricostruzione comincia dentro questa realtà.
Secondo un’inchiesta di Middle East Eye, imprese egiziane legate al potente imprenditore Ibrahim al-Organi hanno effettuato sopralluoghi nella parte orientale di Rafah. Una fonte militare egiziana nel Sinai settentrionale riferisce che i tecnici hanno lavorato sotto la sorveglianza delle forze israeliane. Una seconda fonte, collegata al gruppo, sostiene che i rilievi siano stati consegnati per preparare disegni e studi ingegneristici. Le società del magnate, secondo le fonti, sarebbero in posizione favorevole per ottenere lavori di ricostruzione assegnati all’Egitto, con possibili subappalti ad altre imprese. Sono testimonianze anonime raccolte dalla testata: descrivono preparativi e aspettative, non contratti già pubblicati.
Al-Organi conosce bene il valore economico di quella frontiera. Il Financial Times aveva ricostruito la crescita del suo impero imprenditoriale, favorito dai rapporti con gli apparati militari e di sicurezza egiziani. Le sue società hanno acquisito un ruolo determinante nella logistica tra Egitto e Gaza; Hala è finita al centro delle denunce per gli elevati costi delle evacuazioni dei palestinesi. La prospettiva della ricostruzione aggiunge un nuovo mercato a un sistema di interessi cresciuto intorno al controllo dei passaggi.
Il sospetto della speculazione nasce qui: nella possibilità che la distruzione apra opportunità economiche per chi dispone delle relazioni necessarie a entrare, trasportare materiali e ottenere commesse. Per verificarlo serviranno appalti, importi, finanziatori e condizioni di assegnazione. Intanto è già politicamente rilevante chi può accedere alle aree distrutte e partecipare alla progettazione del loro futuro.
«Green Rafah» era emersa pubblicamente nei mesi scorsi come un’area abitativa destinata a decine di migliaia di palestinesi fuori dal controllo di Hamas, nella zona orientale della città controllata dall’esercito israeliano. I resoconti della radio militare israeliana, ripresi dalla stampa palestinese, indicano finanziamento e gestione emiratini e prevedono una forza internazionale di stabilizzazione. Quest’ultima resta un elemento del piano, da distinguere da una presenza effettivamente operativa.
La posta in gioco supera gli appalti. Concentrare abitazioni e servizi in un’area sottoposta al controllo militare israeliano può trasformare la ricostruzione in uno strumento per ridisegnare Gaza. La disponibilità di una casa, dell’acqua e dell’assistenza può diventare una pressione potentissima su persone che hanno perso tutto. Occorre sapere chi selezionerà gli abitanti, quali libertà avranno, se potranno uscire e tornare, quale sorte attenderà le proprietà e i quartieri dai quali sono stati espulsi.
Presentare un insediamento come territorio «fuori dal controllo di Hamas» non risolve questi problemi. I diritti dei palestinesi non possono dipendere da una classificazione politica decisa da chi controlla gli accessi. E l’emergenza abitativa non può diventare il mezzo per rendere permanente lo sradicamento.
C’è poi il terreno sul quale tutto questo dovrebbe sorgere. A settembre, Reuters ha riferito del recupero di centinaia di corpi dalle macerie e delle preoccupazioni espresse dall’Alto commissario Onu per i diritti umani per possibili crimini di guerra. Rimuovere le rovine richiede anche di preservare le prove, identificare le vittime e restituirle alle famiglie. Il calendario dei cantieri deve fare i conti con questi obblighi.
Ricostruire Gaza è necessario. Proprio per questo, il potere di decidere dove e come vivere deve tornare ai palestinesi. Gli appalti devono essere trasparenti, le proprietà tutelate, il recupero delle vittime del genocidio garantito. Altrimenti il rischio è che chi è sopravvissuto trovi una casa e perda definitivamente la propria terra, mentre altri trasformano la sua distruzione in fatturato. Nessun nome verde potrà cancellarlo.
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