Mentre l’apparato di sicurezza del regime iraniano reprimeva con la forza letale l’ondata di proteste del mese scorso, un blackout di Internet a livello nazionale ha permesso che la repressione procedesse in gran parte lontano dagli occhi del pubblico.
Questa transizione dalle proteste di piazza al silenzio forzato non è stata casuale. Negli ultimi anni, Teheran ha perfezionato una sofisticata infrastruttura tecnologica e legale progettata non solo per reprimere i disordini fisici, ma anche per soffocare definitivamente il dissenso digitale. Questo cambiamento ha trasformato il modo in cui lo Stato gestisce l’opposizione, orientandosi verso un modello di repressione più mirato, meno visibile e sempre più efficace.
Le autorità riconoscono che le chiusure totali generano titoli sui giornali di tutto il mondo e intensificano la rabbia pubblica, mentre le interruzioni parziali creano confusione e un coordinamento lento.
La struttura tecnologica di questa strategia si è notevolmente ampliata. Sistemi di filtraggio avanzati, un’ispezione più approfondita dei pacchetti e un’analisi dei dati più approfondita vengono ora utilizzati sia per bloccare le comunicazioni che per mappare le reti di protesta prima che raggiungano una massa critica.
Entra in Cina
Una dimensione chiave dell’evoluzione del controllo digitale dell’Iran risiede nelle sue partnership tecnologiche, in particolare con Pechino, che ha sviluppato un modello di governance di internet basato sul controllo centralizzato, sul filtraggio a strati e sulla sorveglianza integrata.
Un rapporto del 9 febbraio di Article 19, un’organizzazione per i diritti digitali con sede nel Regno Unito, ha rilevato che il supporto materiale e tecnico cinese dal 2010 è stato “determinante” nel contribuire allo sviluppo dell’infrastruttura di repressione digitale dell’Iran. Il rapporto cita le aziende tecnologiche cinesi ZTE, Huawei, Tiandy e Hikvision come tutte quelle che hanno fornito tecnologie di sorveglianza e di filtraggio di internet all’Iran. Tiandy, secondo Article 19, ha fornito direttamente strumenti di sorveglianza al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran.
Per Teheran, l’attrattiva è chiara: la Cina offre tecnologia e un piano d’azione per la sopravvivenza del regime nell’era digitale, un’era in cui Internet funziona come una rete nazionale strettamente gestita, non come uno spazio pubblico incontrollabile.
La sfida Starlink
Se il controllo digitale rappresenta la strategia difensiva dello Stato, Internet via satellite simboleggia il potenziale contrappeso dei manifestanti.
Secondo un articolo del Wall Street Journal pubblicato giovedì, gli Stati Uniti hanno introdotto clandestinamente più di seimila terminali Starlink in Iran dopo la repressione, con l’obiettivo di fornire supporto segreto alle forze anti-regime. Tecnologie di questo tipo, in particolare i sistemi satellitari a bassa orbita, sono in grado di bypassare le infrastrutture statali e offrire agli attivisti un’ancora di salvezza per le comunicazioni.
Ma la realtà si è rivelata complessa.
In seguito ai disordini del mese scorso, la sorveglianza e l’applicazione della legge sono aumentate. Le autorità iraniane sono ora sempre più concentrate sull’individuazione e la limitazione della connettività satellitare non autorizzata, talvolta attraverso raid porta a porta. I media statali hanno pubblicamente riportato arresti di utenti Starlink e il sequestro delle loro apparecchiature, sottolineando quanto il controllo narrativo sia centrale nella strategia della Repubblica Islamica di isolare gli oppositori.
A fine gennaio, i media statali hanno citato il funzionario iraniano Hossein Rahimi, il quale ha affermato che negli ultimi mesi sono stati sequestrati 108 dispositivi Starlink. Nel rapporto di giovedì del Wall Street Journal, si affermava che le autorità iraniane avevano perquisito le case e i tetti delle persone sospettate alla ricerca di prove dell’utilizzo di Starlink. Un attivista ha dichiarato a Iran International che 14 persone sono state arrestate a gennaio per l’utilizzo di Starlink.
Insieme al controllo della connettività, la sorveglianza è diventata un pilastro centrale della repressione digitale dell’Iran.
Questa evoluzione cambia la psicologia della protesta. Quando i manifestanti ritengono che l’anonimato sia sempre più irraggiungibile, la partecipazione viene scoraggiata e inizia a diminuire. Quando le reti temono l’infiltrazione, il coordinamento si indebolisce. La sorveglianza digitale non deve necessariamente eliminare completamente il dissenso; deve semplicemente aumentare il costo percepito dell’impegno a un livello tale da scoraggiare un’azione collettiva che potrebbe riaccendere il malcontento.
Gli organi giudiziari e di sicurezza dell’Iran hanno recentemente reso pubblici diversi casi in cui rivendicano il “dominio” sulle tracce digitali, attribuendo alla sorveglianza online il merito di aver reso possibili precise operazioni di arresto.


