Attualità

È boom di plastici in tv. Mentre la nera scalza guerre, carestie e genocidi in prima serata, i media brancolano nel buio sulla realtà umana

Osservando la rassegna stampa di questi giorni non si può non notare uno sbilanciamento in termini di quantità di articoli e commenti tra le due principali notizie di politica internazionale (Ucraina e Gaza) e le nuove indagini sul caso dell’omicidio di Chiara Poggi. Non è certamente la prima volta che un caso di cronaca nera si prende la ribalta per lungo tempo con una attenzione morbosa da parte dell’opinione pubblica. L’attrazione per la cronaca nera, in particolare gli omicidi, è un fenomeno complesso che affonda le radici in dinamiche psicologiche, sociali e culturali.

Gli esseri umani sono naturalmente attratti dall’esplorazione delle ombre della psiche. Il genere “true crime”, molto in voga negli USA e presente nei palinsesti italiani permette di indagare la dualità tra bene e male, sfidando l’idea che i criminali siano “mostri” lontani dalla normalità. Come sottolineato da Carlo Lucarelli, uno dei giornalisti e scrittori che si sono maggiormente dedicati al genere, il “true crime” svela la metà oscura presente in ognuno di noi, sollecitando domande su quanto sia sottile il confine tra normalità e follia.

Suscitò scalpore, al tempo, il controverso esperimento della prigione di Stanford condotto dallo psicologo statunitense Philip Zimbardo dell’Università di Stanford, realizzato nel 1971, che ebbe un dirompente impatto nell’ambito della psicologia sociale descrivendo un complesso fenomeno sociale, chiamato talvolta “effetto Lucifero”, secondo cui persone normali  possano arrivare a mettere in atto comportamenti sadici e violenti a partire dall’ ambiente in cui sono immersi quando la loro identità è definita sostanzialmente dal gruppo sociale di appartenenza. Questo esperimento intendeva dimostrare come il contesto possa trasformare persone comuni in aguzzini, alimentando la riflessione sul potenziale male insito in tutte le persone. Rimane controversa e non provata la teoria secondo la quale ci sia una negatività di fondo in ognuno di noi. Questa esplorazione offre anche un’illusione di controllo, come se interessarsi dei crimini dà l’impressione di poterli prevenire, mitigando l’ansia legata all’imprevedibilità della vita.

Il “true crime” combina suspense e mistero. La narrazione segue spesso lo schema, noto in ambito giornalistico, dei “five W and one H” (chi, cosa, quando, dove, perché, come), trasformando il pubblico in detective virtuali. Queste trasmissioni o podcast utilizzano tecniche di storytelling avvincenti, creando un coinvolgimento simile a quello di un romanzo giallo. Questo approccio soddisfa il bisogno umano di risolvere problemi e trovare ordine nel caos, come evidenziato dalla psicologia cognitiva.

Quando poi è la contemporaneità dell’evento ad essere protagonista, come nel caso di Garlasco, si attivano comportamenti morbosi che possono addirittura condizionare le indagini. Emblematici furono il delitto di Cogne avvenuto il 30 gennaio 2002 dove il piccolo Samuele Lorenzi, di tre anni, fu ucciso dalla madre Annamaria Franzoni e il delitto di Perugia che riguardò l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, avvenuto a Perugia nel novembre 2007. Entrambi i casi furono seguiti con attenzione morbosa da parte della stampa e della TV esercitando sugli inquirenti una enorme dose di pressione psicologica che rischiò di condizionarne gli esiti.

L’attrattiva per la cronaca nera è un mix di fascinazione morbosa, bisogno di comprensione e ricerca di sicurezza. Se consumato con consapevolezza, il genere può stimolare riflessioni sulla natura umana e sulla giustizia. Tuttavia, un’esposizione eccessiva rischia di desensibilizzare o, al contrario, alimentare paure irrazionali. Come suggerisce la criminologa Elizabeth Yardley, il vero equilibrio sta nel rispettare le vittime mentre si esplora l’abisso della malattia. Oltretutto questa eccessiva esposizione può anche generare ansia e una percezione distorta della realtà (la “sindrome del mondo cattivo”), dove il crimine sembra più frequente di quanto non sia realmente.

Il caso di Garlasco sembra ripercorrere pienamente lo schema di altre vicende simili. Al di là delle considerazioni sull’uso dei media in questo caso una cosa sembra emergere con sempre maggiore chiarezza. Alberto Stasi fu condannato per via definitiva dalla Cassazione dopo due processi nei quali fu assolto per insufficienza di prove. Gli eventi di questi giorni fanno emergere con chiarezza che il quadro probatorio a carico di Stasi non poteva essere tale da definirlo colpevole oltre ogni ragionevole dubbio come recita il codice pensale. In un Paese civile in questi casi non si emette una sentenza di condanna, si chiede un supplemento di indagine o la revisione del processo. Per civiltà deve valere sempre la regola che è meglio un colpevole libero che un innocente in galera. Staremo a vedere come finirà questa storia, sperando che si arrivi finalmente a determinare quali furono le circostanze che portarono all’omicidio di chiara Poggi e chi fu realmente l’autore del delitto.




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