Il 31 marzo, all’età di 53 anni, è morto il fumettista francese Jean-Paul Krassinsky, autore capace di muoversi tra satira, racconto intimo e sperimentazione formale, che in Italia è stato pubblicato finora in maniera solo marginale.

Ci sono autori che amiamo per i loro libri e altri che amiamo per il loro modo di essere. Jean-Paul Krassinsky era entrambe le cose. Ci ha lasciati il 31 marzo 2026, portando con sé qualcosa di insostituibile: il suo modo unico di osservare le persone mentre amano, falliscono, soffrono e ricominciano.
Sesso e amore, nella loro cruda verità o nel loro romanticismo a tratti stucchevole, permeavano tutta la sua opera. Dal rapporto con l’immagine di sé in Les Cœurs boudinés ai ricordi dei primi fremiti di persone anonime in Toutoute première fois, Krassinsky non ha mai smesso di dedicarsi a questo tema: dipingere le relazioni amorose con la loro carica di desiderio goffo, la loro comicità involontaria, la loro violenza latente, la loro bellezza accidentale.
Krassinsky possedeva anche una spiccata, quasi gioiosa, vena anticlericale. Prima c’era *Il crepuscolo degli idioti*, una favola con animali nella migliore tradizione del racconto filosofico sulla nascita delle religioni e sul potere silenzioso della stupidità umana. Poi venne *La fine del mondo con un drink*, dove uno studioso illuminista si ritrova affogato nell’oscurantismo siberiano, che gli permette di regolare i conti, con umorismo e senza gentilezza, elevando la credulità a sistema. Krassinsky non predicava: osservava, derideva e lasciava che i suoi animali facessero il lavoro. Chi lo conosceva lodava prontamente queste due qualità, umorismo e moderazione, e questo modo di mantenere a volte il mondo a debita distanza ne era la più bella dimostrazione.
Se questa rappresentazione dell’umanità sembrava sempre accurata, era perché non la presentava mai due volte nello stesso modo. Con AK, si era cimentato in un sontuoso fotoromanzo quando altri avrebbero cercato la rispettabilità del romanzo grafico tradizionale. Allo stesso tempo, scriveva sceneggiature per altri, prestando la sua penna senza mai perdere di vista ciò che lo interessava veramente. Con ogni albo, quindi, si reinventava in base alle esigenze della storia, con la libertà degli autori di fumetti che non confondono mai lo stile con l’identità. Sapeva che la forma doveva adattarsi al soggetto, mai il contrario. Questa era la sua unica regola, e vi si atteneva.
Eppure, forse è stato nel freddo che si è rivelato più pienamente, dai paesaggi islandesi lacerati tra pietra e ghiaccio ne La saga delle nebbie, fino, naturalmente, alla sua opera più recente, Di pietra e ossa, adattamento del romanzo di Bérengère Cournut, in cui segue una giovane donna Inuit separata dalla sua famiglia sui banchi di ghiaccio, che cresce, diventa donna, cacciatrice, madre e sciamana. Con acquerelli più vibranti che mai, Krassinsky ha espresso l’iridescenza della luce artica e il suo sguardo amorevole sulle distese ghiacciate, questi paesaggi aspri e sublimi dove amava raccontare storie di come gli esseri umani rinascono a se stessi.
Stava lavorando a un libro che gli stava molto a cuore: l’adattamento di Rose Royale, l’oscura novella di Nicolas Mathieu, la storia di una donna cinquantenne, indurita da amori delusi, che incontra per l’ultima volta qualcuno capace di farla vacillare. Mathieu e Krassinsky: il romanziere della classe operaia e dei margini sociali, l’illustratore di cuori infranti e di cruda tenerezza. Si poteva già immaginare come sarebbe stato.
Per trovare gli acquerelli giusti, gli bastava aprire la finestra del suo appartamento nel XII arrondissement, affacciato sulla Gare de Lyon, e dipingere. Krassinsky era convinto che le emozioni siano sempre lì, davanti ai nostri occhi, e che basti guardare.
Ci lascia magnifici album. E le numerose immagini di un lastrone di ghiaccio, di esseri che lottano nelle loro tempeste, e da qualche parte in quel candore assoluto, qualcosa che assomiglia all’amore, alla sopravvivenza, al coraggio. Questo era Krassinsky, nella sua interezza. (Dupus)






