Sembra stanco dottore, ha dormito stanotte?
Ho lavorato, sono psichiatra al Policlinico Umberto Primo, un’azienda ospedaliera universitaria. Lavoro nell’emergenza con le situazioni più acute. Stanotte ho passato una notte piuttosto intensa in pronto soccorso.
Scarsità di personale, remunerazioni sempre più mortificanti e un contratto scaduto non rappresentano di certo motivazioni che possano fidelizzare medici, dirigenti sanitari e infermieri. Gli stipendi attuali del personale della sanità sono ormai i più bassi di Europa con una proposta economica governativa ferma al 5,78 per cento di incremento con un’inflazione di circa il 17 per cento. Qual è lo stato di salute dei medici? Un tempo vi chiamavano eroi, ora vi prendono a botte. Ma vi pagano bene, almeno?
No, ci pagano malissimo. Le retribuzioni non sono assolutamente adeguate alla nostra professionalità. Forse lo erano un tempo, ma, nel 2010, bloccarono i contratti indecentemente e da lì in poi c’è stata una perdita di potere d’acquisto per tutti i lavoratori dei servizi pubblici e anche per noi. Ci hanno chiamato eroi soltanto per un breve periodo. Non ci dobbiamo scordare che prima della pandemia, il governo di Berlusconi e Tremonti usavano la sanità come bancomat del governo. Lo stesso fece Matteo Renzi che prima finanziò due miliardi il fondo sanitario nazionale e poi li tolse, d’improvviso, nell’ultima settimana della legge di bilancio. In pratica il servizio sanitario nazionale è stato definanziato degli ultimi trent’anni creando una competizione in cui il mercato pubblico viene inevitabilmente sfavorito. I professionisti si allontanano al servizio sanitario nazionale solo per le retribuzioni, ma perché non riescono a garantire un’adeguata qualità del servizio.
Stiamo parlando del fatto che dopo venticinque anni di lotte e rivendicazioni per l’ottenimento del finanziamento del percorso di specializzazione delle aree sanitarie, la finanziaria 2025 ha previsto per veterinari, psicologi, biologi, chimici, farmacisti, fisici, un compenso lordo annuo di soli 4.776 euro (rispetto ai medici che percepiscono circa 27mila euro/anno). Inoltre lo stanziamento quasi imbarazzante nell’entità non potrà essere erogato agli specializzandi dell’anno accademico 2025/2026 perché i decreti attuativi, senza i quali il finanziamento resta solo virtuale, non sono ancora all’orizzonte e la vicenda sta assumendo i contorni di una beffa e sta generando un forte malcontento nelle nuove leve su cui dovrebbe contare la sanità pubblica nei prossimi anni. La gente però se la prende con voi. Aumentano le aggressioni a medici e infermieri. Colpa degli ospedali che non funzionano o stanno aumentando i casi di malattia mentale?
Le aggressioni non riguardano solo la malattia mentale. La prima causa va ricercata in quell’operazione profondamente denigratoria culturale (al di là di quel breve periodo sugli eroi, che però in un’idealizzazione che è l’altra faccia della medaglia della denigrazione) che ha inasprito il conflitto fra cittadini e operatori. È saltata quella barriera organizzativa, assolutamente necessaria, cosicché gli operatori si ritrovano sguarniti di fronte ai cittadini.
Andrebbe ricordato che gli ospedali offrono una qualità di di cura, in Italia forse è ancora la migliore al mondo, gratuitamente. Noi abbiamo anche sollecitato una campagna per far comprendere il valore delle cure scrivendo fuori degli ospedali, fuori dai reparti, come fanno a Cuba, dove la salute è stata veramente garantita nonostante l’embargo.
Ma quando arrivano pazienti particolarmente agitati, come deve agire un bravo medico? Usa l’idrante del pompiere che spegne il furore, brandisce il manganello da poliziotto che blocca la persona o a lui spetta un compito diverso? C’è una specifica arte medica per stabilire un rapporto sano con il malato?
C’è sicuramente un’arte medica, però prima c’è anche tutto il resto. C’è anche una dimensione di sicurezza da dover garantire al paziente. A quel punto tutte le parti entrano in gioco e, talvolta, ci aiutano anche le forze dell’ordine. Spesso i vigili del fuoco ci hanno aiutato ad aiutare le persone in pericolo perché, ad esempio, minacciavano il suicidio o perché si erano barricati in casa. In quei casi bisogna provare a lavorare in squadra tutti insieme.
In ogni caso, qual è il primo elemento da prendere in considerazione?
Certamente, non vivere il paziente come un nemico. I pazienti, per quanto si possano presentare in uno stato diventato alterato, come agitati o aggressivi, non sono nemici. Il motivo per cui nel 90 per cento delle volte sono agitati è la paura e l’angoscia. É una situazione di smarrimento rispetto all’ambiente circostante che si esprime attraverso uno smarrimento nel rapporto interumano che porta per motivi difensivi ad essere aggressivi e a vivere l’altro come un pericolo. L’arte medica, l’arte psichiatrica in quel caso, è saper leggere l’aggressività con la diagnostica, cogliendo la malattia che va, quindi, curata. Sebbene nella malattia mentale ci sia violenza e distruttività, e questo appunto per la patologia è un problema medico diagnostico con cui dobbiamo approcciare con la relazione per comprendere le cause della violenza, non è la violenza che fa la diagnosi, né tantomeno il reato, io non sono d’accordo che tutta la violenza sia psichiatria, c’è la cattiveria e la delinquenza che tante volte stanno più in certa cultura che confonde e mistifica, più che nella patologia, noi ci occupiamo di quella particolare violenza che sta nella perdita del rapporto con la realtà umana propria e degli altri. Bisogna inquadrare la perdita della situazione fisiologica, del rapporto con la realtà. Il primo atto terapeutico, l’arte medica, è provare a comprendere. Bisogna provare a capire nella dinamica con l’altro. Lì l’arte medica diventa capacità di installare una relazione che cerca di cogliere gli elementi che risiedono nel paziente, ma emergono solo nella relazione. È sempre faticosissimo. È sempre complicato, considerando le risorse con cui noi lavoriamo. Con questa predisposizione, cosa che fanno tutti gli psichiatri dell’emergenza e urgenza, una breccia si apre sempre. I problemi nascono quando altri operatori che, a volte, non sono psichiatri, vengono un po’ presi forse da un atteggiamento fastidioso, provocatorio. In quei casi si percepisce come fisiologico un comportamento che è invece un atteggiamento del tutto patologico. Si fa così un corto circuito: il paziente non si sente capito e non troviamo la possibilità di aprire un percorso relazionale che ci permette di trovare una via terapeutica. Certo, la relazione è la base di tutto, anche nell’emergenza urgenza.
I farmaci aiutano?
Esclusivamente per motivi sintomatici. Sono fondamentali perché migliora la possibilità di relazionarsi con il paziente, banalmente anche solo calmando.
Drogate i pazienti?
Il grosso problema è che il nostro ruolo dal 1978, forse proprio dalla legge 180, è stato criminalizzato. Più o meno involontariamente, non per la legge, ovviamente. Però noi professionisti, e particolarmente noi psichiatri, per anni siamo stati descritti come quelli che danno i farmaci, come quelli che contengono le persone, come quelli che vogliono soltanto mettere in sicurezza il paziente, come quelli che vogliono rinchiudere soprattutto nell’emergenza urgenza.
Per pochi soldi fate una vitaccia e avete pure una pessima immagine.
Non direi, si comincia a capire, qualche segnale c’è anche nelle comunicazioni che stanno passando, nei film che si vedono, si comincia a capire che lo psichiatra non è quello che vuole immobilizzare i pazienti sia fisicamente che farmacologicamente bensì un medico come un altro che si adopera, nella stragrande maggioranza dei casi, con atti esclusivamente terapeutici.

Mentre aumentano i morti sul lavoro arrivano buste con polvere bianca all’ispettorato del lavoro. Che succede? Ci può aiutare a capire chi fa cosa.
Prima di entrare nel merito dei compiti distinti tra l’ispettorato del lavoro e la medicina del lavoro ci terrei a dire che questo fa parte di una cultura, ormai instaurata, di smantellamento dei diritti contrattuali.
In questi giorni, il governo ha deciso di definanziare il rinnovo dei contratti mediamente di undici punti rispetto all’inflazione. Neanche il privato ha toccato questi limiti. Di fronte a questo ci sono i sindacati che fanno sindacato per davvero, come noi e altri che non firmano l’accordo, mentre altri che accettano passivamente.
Ecco perché poi non ci dobbiamo stupire se i diritti, anche degli aspetti normativi del contratto, vengono completamente disattesi sui luoghi di lavoro, se ci troviamo in un clima in cui il lavoro e l’attività del sindacato e quindi anche di chi controlla la salute e sicurezza dei luoghi di lavoro. È inevitabile che poi troviamo di fronte ad una situazione in cui la sicurezza del lavoro culturalmente non può più essere garantita.
Qui abbiamo bisogno di un breve passaggio sulla storia.
La promozione della salute sui luoghi di lavoro è qualcosa che riguarda le Asl, la legge 81, la garanzia degli ambienti salubri in termini di luoghi di lavoro, clima, infrastrutture, relazioni, organizzazione. Sono tutte competenze che riguardano i sanitari, i tecnici della prevenzione e i medici del lavoro. Sono quelli che si devono occupare non solo della salute del singolo lavoratore in termini di condizioni fisiche per poter avere l’idoneità a quella specifica attività lavorativa, ma si può occupare anche dell’ambiente in cui le persone lavorano. Questa è stata una grande conquista che ha visto, lo dico orgogliosamente, protagonista il nostro sindacato Cgil. Fu la Cgil, anzi, furono lavoratrici e lavoratori della Cgil che nei consigli di fabbrica chiesero non la sanità integrativa o le assicurazioni bensì un servizio sanitario nazionale che garantisse la salute a partire dai luoghi di lavoro. È per questo che la garanzia di salute sui luoghi di lavoro è diventata competenza dei sanitari. Questa cosa via via è stata smantellata e oggi ci troviamo in situazione paradossale in cui la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro diventano competenza esclusivamente di “controllo”. Come l’aggressione ai sanitari si affronta militarizzando gli ospedali, così sui luoghi di lavoro si garantisce salute e sicurezza esclusivamente mettendo ispettori che controllano cosa avviene sul luogo di lavoro, quando è tragicamente troppo tardi.
Qual è il nodo irrisolto?
Gli ispettori che in realtà avrebbero compiti soltanto di controllo dell’applicazione dei diritti contrattuali, e non degli ambienti di salute, oggi sono sovraccaricati di impegni, hanno delle responsabilità per loro troppo grandi rispetto alle competenze che hanno sviluppato.
La differenza con i medici della prevenzione?
Loro sono ufficiali di polizia giudiziaria, sono degli UPG, hanno un ruolo riconosciuto come ufficiali di polizia giudiziaria perché hanno a che fare con situazioni di privato che magari non si comportano bene e quindi possono essere soggetti a minacce, come è accaduto agli ispettori del lavoro. Di fronte a posizioni così delicate non non solo serve coesione, ma servono ruoli specifici professionalmente riconosciuti. Dobbiamo recuperare evidentemente il valore di quella legge che noi per primi abbiamo voluto, una legge che sviluppa competenze prima di tutto sanitarie e di prevenzione, di promozione della salute sui luoghi di lavoro per coniugarle al ruolo fondamentale di chi poi deve controllare l’applicazione ad esempio dell’orario di lavoro, ciò che fanno gli ispettori del lavoro.
Un gran casino, ma adesso si comprende meglio la mattanza che si consuma quotidianamente nei cantieri. E perché si fa fatica a spiegarne le ragioni. Non va meglio quando si parla di femminicidi e dintorni. Disarmante la conclusione di ogni servizio di cronaca nera che recita stanco: “Non si conoscono i motivi dell’efferato delitto”. Probabilmente non è un caso se i giornalisti brancolano nel buio se anche l’intelligenza artificiale ci spiega che siamo tornati al medioevo. La sua prima immagine creata dal nuovo sapiens è quella di Papa Francesco con il piumino bianco. Ma non finisce qui. E’ certificato: non si contano più le piattaforme web dedicate ai protagonisti del Vaticano. I giovani sono attratti dalla spiritualità. La geopolitica si gioca tutta a San Pietro. La Cgil piange per Papa Francesco. Adesso anche in Italia anziché andare dal medico andremo in parrocchia a farci curare?
Sì, c’è una deriva culturale, ma in qualche modo guidata. Un giornalista non può comprendere i delitti efferati nella misura in cui i delitti efferati non sono fatti delinquenziali. Perché sono sempre causati da una patologia mentale. Questo non vuol dire che il malato mentale è sempre violento. Questo non vuol dire che laddove c’è un crimine c’è sempre la psichiatria, ma il delitto inspiegabile, efferato del ragazzino che si sveglia e uccide tutta la famiglia o del ragazzo che perseguita un’infermiera e la uccide alla fermata dell’autobus o di quello che accoltella la fidanzata soltanto perché l’ha lasciato, devono essere oggetto di ricerca su quella dimensione di disumanizzazione caratteristica della malattia mentale sul sintomo patognomonico della schizofrenia, che è l’anaffettività, che è la perdita della dimensione umana, particolarmente nei ragazzini nei confronti delle donne. Sbaglieremmo se dicessimo che è tutta psichiatria. Sbaglieremmo se dicessimo che dobbiamo sempre parlare di malattia mentale per qualsiasi delitto, ma laddove ci sono delitti efferati, gli psichiatri hanno il dovere di fare ricerca sulla patologia mentale, in particolar modo alla ricerca di quelle dimensioni latenti che nel comportamento, fino al delitto efferato, non si manifestano.

Ci assolve dalle nostre colpe, dunque. Sta difendendo la nostra categoria?
I registi, i giornalisti, tante volte anche le forze dell’ordine, forse capiscono di più di certa psichiatria. Per esempio la serie televisiva straordinaria “Adolescence” è un trattato di psichiatria, come la puntata con il colloquio tra la psicologa e il ragazzo. Mostra come la patologia si nasconda dietro una un’apparente normalità, ma dice anche che non tutta la normalità è patologica e che la patologia che si manifesta dietro la normalità sta in una dimensione di disumanità e di anaffettività che per fortuna riguarda solo un due, tre per cento della popolazione.
Tutto il resto però segue il vangelo.
La dimensione meno razionale dell’essere umano, che dovrebbe essere oggetto della scienza e quindi in questo caso della psichiatria, culturalmente, diventa oggetto ed egemonia della religione.
In che senso?
Gli aspetti più meno razionali dell’essere umano che dovrebbero essere oggetto di ricerca. Anche la solidarietà e la fratellanza vengono lasciati soltanto alla dimensione religiosa. E la dimensione invece scientifica, umana e culturale che è stata proprio di di una certa sinistra sta lasciando il campo libero alla religione. Si lascia campo libero alla religione di occupare uno spazio che riguarda le relazioni umane, l’emozione, gli affetti, i sentimenti. Ciò significa rinunciare a vivere l’uomo in senso unitario, in senso complesso, fuso. In realtà è proprio la religione che divide l’uomo fra corpo e un’anima. Dobbiamo contrastare questa cultura. Non è un problema di credenze e non è neanche un problema di consociativismo, di campo largo o di dimensioni strategiche. Un medico che fa sindacato come me deve rivendicare con la propria identità se non proprio l’ateismo, almeno la laicità. Noi non ci possiamo permettere di lasciare il campo libero nella ricerca scientifica a dimensioni così contraddittorie e così divisive come quella della Chiesa. Anche quando la Chiesa si fa rappresentare da una persona buona.
La Chiesa è solidale, la Chiesa è misericordiosa.
La Chiesa che perdona il peccatore non è solidale. La Chiesa ha una dimensione esclusivamente di misericordia per controllare l’altro.
E la Chiesa cosiddetta buona?
Di fronte a Papa Bergoglio che dice che i medici che fanno l’interruzione volontà di gravidanza sono dei sicari a me viene l’allergia soltanto ad avvicinarmi alla Chiesa. Io sono un medico e rifiuto qualsiasi dimensione di credenza nella mia attività professionale e rifiuto una sinistra che lascia il suo dna composto da filamenti di uguaglianza, equità e solidarietà come patrimonio alla religione anziché appropriarsene come rivendicazione di una ricerca culturale politica, concreta e incentrata sull’uomo.
Il nostro giornale collabora con Emergency, Medici senza Frontiere e altre organizzazioni che operano negli ambulatori popolari come quello romano del Quarticciolo. Che ne pensa di quelle realtà?
La straordinarietà di queste esperienze che rappresentano l’espressione di ciò che doveva essere un tempo. Sono processi di garanzia della salute che nascono nell’ambito della società civile che poi coinvolgono vari professionisti. Ma la salute come prima caratteristica, non può che diventare l’espressione di una dimensione collettiva di reciprocità, direi di quelle che devono essere le comunità della salute. È un modello anche per noi, per passare da quella che oggi è la deriva del servizio sanitario nazionale, incentrato tutto sulla prestazione a una dimensione invece in cui si costruisce la salute attraverso alleanze con la società civile, anche con quelli che propongono modelli comunità di salute, come ad esempio Emergency, ambulatori popolari o MSF, che hanno nel loro nucleo quello di andare sui territori dove bisogna costruire la salute. Anche la salute mentale avrebbe dovuto essere questo. Costruire salute di prossimità significa costruire al di là delle più o meno conflittualità ideologiche o delle dimensioni teoriche che la presupponevano, operando nei luoghi dove la gente studia, vive e lavora. Chi, come me, svolge un ruolo di garanzia della salute, in realtà svolge un ruolo di garanzia della democrazia del Paese. Il primo attacco alla democrazia del paese è attaccare la salute delle persone. E infatti lo stanno facendo.
Vien voglia di titolare quest’intervista la Medicina è di Sinistra. Il medico in effetti quanda opera sui pazienti senza tener conto del grado sociale, del sesso o del colore della pelle del paziente mette in atto il principio cardine della sinistra: l’uguaglianza. È così?
Assolutamente, chi opera a garanzia della salute delle persone non può che essere di sinistra. Nella misura in cui io sono garante della democrazia di un Paese, della salute delle persone, mi occupo di far stare bene l’altro, non posso che ispirarmi a principi di sinistra e anche di laicità. Non posso avere credenze, devono avere una dimensione scientifica coniugata alla dimensione politica. La scissione fra la dimensione politica e la dimensione scientifica genera l’aberrazione che è il tecnicismo della nostra professione che si rischia ad essere di destra, a fare opportunismo professionale, ad essere schiavo dell’economicismo professionale, quello a cui oggi stanno portando i medici che stanno diventando fondamentalmente imprenditori di se stessi. A Reggio Emilia, qualche anno fa, stando a un servizio di Sigfrido Ranucci su Rai3, i medici messi nelle condizioni di offrire qualità nelle cure per la cittadinanza, non avrebbero rinunciato al loro lavoro neanche per il doppio dello stipendio offerto nel pubblico. Proprio perché quello che al medico interessa è essere messo nelle condizioni davvero di lavorare in modo coeso intorno al cittadino per garantire la salute della cittadinanza. Per noi la salute è un valore anche economico. Per questo dobbiamo tutelare il valore umano ed economico della salute dei cittadini contro il valore commerciale della malattia, che crea insostenibilità del servizio sanitario nazionale ed è per questo che ci tengono tanto a generare malattia, anche attraverso operazioni culturali che dividono, spaccano e creano disuguaglianze per generare quella malattia che genera profitto.
Che ci fa un sindacalista nella Fondazione Massimo Fagioli?
Mi sono iscritto perché la promozione della salute e la prevenzione è una dimensione che quella fondazione ha nel suo cardine teorico. Stiamo parlando di una proposta teorico scientifica che propone che gli esseri umani sono tutti uguali. C’è la diffusione di una dimensione teorica che contraddice tutte quelle religiose o illuministe che hanno sempre concepito il male anziché la malattia nell’uomo. La teoria di Massimo Fagioli, ed ora della Fondazione a lui dedicata, propone invece che tutti gli uomini nascono sani e non sono uguali per politica o per scelte governative bensì per nascita.


