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MAFIE 4.0 | Dai Balcani all’Ucraina, la nuova corsa alle armi. L’allarme di Maurizio De Lucia

CRIMINALITÀ ORGANIZZATA | Il procuratore di Palermo avverte la Commissione parlamentare Antimafia: «Abbiamo segnali di acquisto di droni lanciamine». Dalle guerre nell’ex Jugoslavia ai nuovi scenari aperti dal conflitto in Ucraina, le organizzazioni criminali seguono l’evoluzione degli arsenali. Tra fatti accertati, allarmi investigativi e interrogativi ancora aperti.


Ci sono guerre che finiscono con una firma.

E ce ne sono altre che continuano a vivere per decenni.

Non nei palazzi della diplomazia, ma nei depositi clandestini, nei porti, lungo le rotte del contrabbando, negli arsenali della criminalità organizzata.

È una storia che l’Europa conosce bene.

Dopo la dissoluzione della Jugoslavia migliaia di fucili d’assalto, bombe a mano, esplosivi e lanciarazzi uscirono dai depositi militari per alimentare il mercato clandestino delle armi. Una parte di quell’arsenale attraversò i Balcani e raggiunse anche l’Italia, finendo nelle disponibilità della criminalità organizzata, del terrorismo e della criminalità comune.

Oggi il timore degli investigatori è che, con modalità diverse e tecnologie molto più sofisticate, una dinamica analoga possa riproporsi attorno al conflitto tra Russia e Ucraina.

L’allarme arriva dal procuratore della Repubblica di Palermo, Maurizio De Lucia, ascoltato dalla Commissione parlamentare Antimafia.

«Abbiamo segnali di acquisto di droni lanciamine», ha dichiarato il magistrato, spiegando che Cosa nostra starebbe cercando di ricostituire un «arsenale di qualità», osservando con attenzione anche il mercato nero sviluppatosi intorno alla guerra.

De Lucia non ha parlato di certezze.

Ha parlato di segnali investigativi.

Ed è proprio questa prudenza a rendere ancora più significativo il suo intervento.

Dall’arsenale dei Balcani ai droni del XXI secolo

Per molti anni il simbolo dell’arsenale mafioso è stato il kalashnikov.

Le guerre balcaniche resero relativamente facile reperire fucili d’assalto, esplosivi militari e munizioni che finirono nelle mani delle organizzazioni criminali europee.

Oggi, però, il salto è soprattutto tecnologico.

L’invasione russa dell’Ucraina ha trasformato il ruolo dei droni sul campo di battaglia.

Velivoli commerciali dal costo contenuto possono essere modificati per effettuare ricognizioni, trasportare piccoli ordigni, raccogliere informazioni, seguire bersagli o sorvegliare un territorio.

Tecnologie nate per uso civile vengono adattate a impieghi militari con una rapidità mai vista nei conflitti precedenti.

Ed è proprio questa evoluzione che preoccupa gli investigatori.

Un drone può controllare gli spostamenti delle forze dell’ordine.

Può sorvegliare un obiettivo.

Può introdurre telefoni cellulari, droga o altri materiali all’interno di un carcere.

Può raccogliere informazioni senza esporre direttamente gli affiliati.

Non è soltanto una nuova arma.

È un nuovo modo di esercitare il controllo del territorio.



Cosa sappiamo

Le autorità ucraine hanno smantellato negli ultimi anni numerose organizzazioni dedite al traffico clandestino di armi.

Sono stati sequestrati fucili d’assalto, pistole, granate, lanciagranate, esplosivi e decine di migliaia di munizioni destinati al mercato illegale.

Europol, Interpol e gli organismi europei che si occupano di criminalità organizzata considerano concreto il rischio che un conflitto di tali dimensioni possa alimentare nuove rotte del traffico internazionale di armamenti.

È uno scenario che le autorità stanno monitorando attraverso sistemi di tracciamento, cooperazione investigativa e controlli rafforzati.

I sospetti e gli interrogativi

Accanto ai fatti documentati esiste un terreno più delicato.

Negli ultimi anni sono emerse segnalazioni investigative, rapporti di intelligence e ricostruzioni giornalistiche secondo cui parte delle armi presenti nel teatro di guerra potrebbe alimentare, direttamente o indirettamente, mercati clandestini internazionali.

Alcune informazioni sono rimaste allo stadio di sospetto.

Altre non hanno trovato conferme pubbliche.

Ad oggi non esistono prove pubbliche che dimostrino un traffico sistematico delle armi occidentali inviate all’Ucraina verso le mafie europee.

Ma proprio l’esistenza di questi interrogativi spiega perché procure, intelligence e organismi internazionali continuino a mantenere alta l’attenzione.

La storia insegna che gli arsenali delle guerre raramente rimangono confinati ai fronti di combattimento.

Mafie sempre più globali

Da anni il procuratore Nicola Gratteri descrive le organizzazioni mafiose come strutture economiche globali, capaci di investire nelle tecnologie più avanzate, utilizzare piattaforme criptate, muovere capitali attraverso sistemi finanziari internazionali e adattarsi con grande rapidità alle innovazioni.

Le mafie non inseguono il cambiamento.

Lo anticipano.

Per questo l’interesse verso droni, elettronica, software e nuove tecnologie non rappresenta una curiosità investigativa, ma l’evoluzione naturale di organizzazioni che da tempo operano come vere multinazionali del crimine.

L’allarme lanciato da Maurizio De Lucia sembra inserirsi proprio dentro questa trasformazione.

Le guerre finiscono. I mercati no.

Ogni conflitto lascia dietro di sé città distrutte, famiglie spezzate e vite perdute.

Ma lascia anche qualcosa che raramente compare nelle immagini della pace ritrovata.

Armi.

Esplosivi.

Tecnologie.

Competenze militari.

Reti clandestine.

È questo patrimonio invisibile che le organizzazioni criminali cercano di intercettare.

Le mafie osservano il mondo con la pazienza dei predatori.

Ogni crisi è un’occasione.

Ogni guerra è un mercato.

Ogni innovazione può diventare un affare.

Per questo l’allarme lanciato da Maurizio De Lucia non riguarda soltanto Cosa nostra.

Riguarda il giorno in cui scopriremo che le guerre non finiscono quando tacciono le armi, ma quando smettono di produrre profitti.

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