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Martedì 5 novembre gli Stati Uniti sono chiamati a eleggere Trump 47º presidente della loro storia. Harris non convince quel 18 per cento di indecisi

Se dovessi scommettere sulle ormai imminenti elezioni americane, punterei su Donald Trump. E questo per due motivi fondamentali. Il primo è che il peso delle due aree progressiste degli USA, il nord est e la west coast si è da tempo esaurito.

Finiti i tempi degli Obama e dei Clinton. Quest’area, che non è solo geografica ma rappresenta la parte più vitale della nazione con le sue università e i centri studi dai quali sono uscite le personalità più importanti e influenti, non riesce più ad esprimere idee e leader che sono stati, negli anni, la forza propulsiva della parte progressista della società americana.

Sulla spinta della campagna di Trump l’America profonda, la “bible belt”, da alcuni mesi ha ripreso vigore, facendo sentire forte e chiara la voce più reazionaria della società e, conseguentemente, dell’elettorato.  Dall’altra parte, la figura a dir poco sbiadita della candidata democratica Kamala Harris.

Nonostante le condizioni psicofisiche del presidente Biden fossero chiaramente inadeguate a sostenere una campagna elettorale feroce come quella alla quale stiamo assistendo e, men che meno, ad essere il 47° presidente, i maggiorenti democratici, Obama in testa, hanno atteso fino all’ultimo minuto per appoggiare la candidatura della Harris come ultima spiaggia dopo aver vagliato ogni altra possibilità.

Kamala Harris è stata scelta come candidata alla vice presidenza nelle scorse elezioni non tanto per le sue qualità ma per il fatto di essere nera-asiatica e donna: due qualità che sarebbero state importanti da spendere sul piano della credibilità verso quelle categorie che dalle precedenti presidenze democratiche avevano ricevuto meno di quanto promesso.

La posizione di vicepresidente degli Stati Uniti è tradizionalmente meno visibile e ha margini di manovra limitati; ciò nonostante Kamala Harris ha ricevuto incarichi importanti, come la gestione della crisi al confine con il Messico e le relazioni diplomatiche con i paesi dell’America centrale per affrontare le cause della migrazione, senza però arrivare a risultati tangibili. Inoltre, la comunicazione sul suo lavoro è stata spesso poco chiara, è sembrata essere invisibile, di poco impatto sulla politica degli ultimi quattro anni. La situazione al confine tra Stati Uniti e Messico è peggiorata durante la sua vicepresidenza, e molti la accusano di non essere riuscita a risolvere il problema, nonostante le numerose visite diplomatiche e le sue frequenti dichiarazioni.

A livello di opinione pubblica, Kamala Harris è stata percepita come poco incisiva e carente di autorevolezza nel confrontarsi con temi politici complessi. Anche la sua performance nei dibattiti e nelle apparizioni pubbliche è stata poco credibile risultando troppo “difensiva” e priva di energia dimostrando poco carisma e capacità di leadership in momenti chiave. Per questi motivi la Harris ha dovuto affrontare pesanti critiche anche all’interno del suo stesso partito. Dall’ala più progressista del fronte democratico viene percepita come troppo centrista e non sufficientemente coraggiosa nelle questioni legate a giustizia sociale, clima o sanità.

Queste critiche si sono aggiunte alle perplessità sulle sue qualità gestionali dello staff. In questi quattro anni di vicepresidenza si sono verificate numerose tensioni e un significativo turn over tra i membri del suo staff, con accuse di una gestione interna difficile e inefficace. Questo ha contribuito a un’immagine di disorganizzazione, che ha avuto un notevole eco nei media.

In quanto prima donna, e prima persona di origini afro americane e asiatiche, a ricoprire il ruolo di vicepresidente, su di lei si sono concentrate aspettative molto alte, anche simboliche. Alcuni critici ritengono che non sia riuscita a mantenere lo slancio iniziale e a realizzare una visione forte, capace di affrontare le complesse dinamiche politiche degli Stati Uniti. A questi motivi va aggiunto un macigno che pesa fortemente sulla sua candidatura, la pessima gestione della crisi in medio oriente da parte dell’attuale presidenza. La flebile opposizione alla scellerata gestione della crisi da parte di Netanyahu alla quale non ha fatto riscontro la sospensione delle forniture di armi che hanno, invece, continuato ad arrivare in Israele ha minato la credibilità di Biden e di conseguenza la candidatura della sua vice presidente. L’appoggio fondamentale della comunità araba verrà sicuramente meno.

Affinché queste debolezze nel campo democratico possano portare alla vittoria di Donald Trump serve però che quest’ultimo non sbagli clamorosamente qualche mossa, cosa sempre possibile visto il personaggio. Staremo a vedere, manca poco, poi sapremo quale sarà il destino prossimo venturo degli Usa e di una buona parte del resto del mondo.

 

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