La Svizzera attira competenze anche perché ne riconosce il valore quando arrivano dall’estero. L’Italia celebra il merito, perde giovani qualificati e rischia di aggiungere al lavoro povero il sospetto verso chi studia e dissente.
Il merito non è una parola da aggiungere alla targa di un ministero. È uno stipendio adeguato, un contratto dignitoso, una competenza riconosciuta, la possibilità di costruire qualcosa senza dover ricominciare ogni sei mesi. Avvitarlo accanto all’Istruzione costa meno. Ma non trattiene nessuno.
Un articolo di Swissinfo offre un criterio concreto: quanto pesa essere stranieri sulla retribuzione. In Svizzera, una volta considerate formazione, esperienza e caratteristiche dell’impiego, lo svantaggio salariale per i lavoratori provenienti da Ue e Aels è dell’1,1 per cento, entro il margine d’incertezza statistica. Per quelli provenienti da Paesi terzi raggiunge il 4,5 per cento. Anche il successo elvetico ha confini e disuguaglianze.
La spiegazione riguarda soprattutto la composizione dell’immigrazione e la possibilità di impiegare qualifiche riconosciute. E gli stipendi elevati vanno confrontati con un costo della vita altrettanto alto. Il punto politico resta: riconoscere una competenza significa pagarla e consentire di esercitarla. È su questo terreno che si misura la serietà dei discorsi sul merito.
In Italia la verifica comincia dalle buste paga. Secondo le Prospettive dell’occupazione Ocse 2025, all’inizio di quell’anno i salari reali erano ancora inferiori del 7,5 per cento rispetto all’inizio del 2021. Il recupero non aveva compensato la perdita di potere d’acquisto. Nello stesso periodo, un dipendente privato su tre era coperto da un contratto collettivo scaduto. Sono dati riferiti all’inizio del 2025: indicano la profondità della perdita da recuperare, senza descrivere automaticamente la situazione di oggi.
Poi ci sono le partenze. L’Istat calcola che tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno abbia perso, nel saldo dei trasferimenti, 150mila laureati italiani tra i 25 e i 34 anni: 122mila verso il Centro-Nord e 28mila verso l’estero. Una sottrazione di persone, capacità e possibilità a territori che avrebbero bisogno di trattenerle.
Studiare, partire, conoscere altri Paesi è una libertà. Dover partire perché restare significa accettare condizioni insufficienti è un fallimento politico. Le famiglie e la collettività sostengono la formazione; altrove si trova un lavoro capace di valorizzarla. Al governo italiano rimangono le celebrazioni delle eccellenze e gli appelli a tornare.
Il talento non è un debito di riconoscenza verso la patria. Non obbliga ad accettare qualsiasi stipendio, qualsiasi precarietà, qualsiasi rapporto di subordinazione. Se il merito serve soltanto a chiedere più sacrifici a chi lavora, è una parola comoda per chi quei sacrifici li decide.
Su questo quadro si innesta una preoccupazione ulteriore: che il caso di Youssef Siher alimenti un clima ancora più ostile verso studenti, studiosi e italiani con origini straniere. Siher è un cittadino italiano, ricercatore e giornalista freelance, coinvolto nell’inchiesta sul Movimento 17 ottobre. Le accuse devono essere accertate: il curriculum non assolve e l’indagine non condanna.
La reazione politica, però, merita attenzione. Guido Crosetto ha richiamato le opportunità professionali avute da Siher e le sue frequentazioni nell’ambiente intellettuale, chiudendo con «si sono visti i risultati». È un commento che sposta il bersaglio anche verso chi gli aveva offerto occasioni di lavoro e collaborazione.
È qui che il ragionamento diventa pericoloso. Offrire uno stage, pubblicare un articolo, riconoscere una preparazione non significa garantire ogni comportamento futuro di una persona. Trasformare quelle opportunità in una colpa di chi le ha concesse può suggerire una lezione avvelenata: la prossima volta, meglio tenere la porta chiusa.
Il rischio è che una vicenda individuale diventi un esame supplementare per tanti altri. Che al titolo di studio e alle capacità si aggiungano la provenienza familiare, le frequentazioni, le opinioni sulla Palestina. Che qualcuno debba dimostrare continuamente una fedeltà che ad altri non viene richiesta.
Un Paese capace di valorizzare il merito deve poter riconoscere una competenza anche in una persona che contesta il suo governo. Altrimenti sta selezionando l’obbedienza. L’Italia ha bisogno di rendere credibile la possibilità di restare e di arrivare: salari, ricerca, contratti, libertà intellettuale. Il ministro può tenersi la targa. A chi lavora serve il resto.
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