Cultura

NAPOLI | “L’Uomo Nuovo” martedì al Campania Teatro Festival. Gli aspetti più inquietanti e meno plateali del fascismo nell’opera in scena martedì

Per il Campania Teatro Festival 2026 l’associazione Primopiano presenta martedì 30 giugno al Teatro Nuovo di Napoli, in via Montecalvario 16 alle ore 21 lo spettacolo ‘L’uomo nuovo’ di Antonio Maiorino Marrazzo con adattamento drammaturgico di Luisa Guarro e Antonio Maiorino Marrazzo, concept e regia di Luisa Guarro con Andrea de Goyzueta e Gennaro Maresca, ideazione scenografia e costumi di Luisa Guarro, disegno Luci di Paco Summonte.

Con il sostegno di L’Asilo.
“Lo spettacolo – viene sottolineato – interroga l’idea fascista di “Uomo Nuovo” non nella sua dimensione propagandistica ed eroica, ma nella sua conseguenza più silenziosa e inquietante: la produzione di uomini tutt’altro che forti; uomini disciplinati, fedeli, al servizio del sistema fino al punto di abdicare progressivamente alla responsabilità personale delle proprie azioni.

Nell’opera originaria di Antonio Maiorino Marrazzo il fascismo viene osservato dall’interno dei suoi apparati, attraverso le figure di Carmine Senise e Leopoldo Zurlo: capo della polizia dal 1940 al 1943 il primo, censore teatrale il secondo, conviventi per tutta la vita fin da giovani, presumibilmente amanti.

Sebbene la loro vicenda privata e pubblica resti centrale nello spettacolo, la peculiarità dei due funzionari, che diventa il focus dell’interpretazione registica, è il loro essere stati al servizio dello Stato liberale monarchico prima di servire il regime fascista, e il fatto che non smettano di essere liberali per servirlo; anzi, la loro formazione istituzionale, il loro senso dello Stato e la loro fiducia nelle procedure li rendono perfettamente funzionali ad esso”.

“In questa ottica – si evidenzia – il fascismo appare non come una frattura improvvisa, ma come una possibile degenerazione di apparati, strutture e logiche esistenti nello Stato liberale, monarchico prima, democratico dopo”.

Il concept di Luisa Guarro non rileva soltanto una possibile continuità tra liberalismo e fascismo, ma denuncia una tensione che attraversa l’intera modernità politica: da un lato, la pretesa di organizzare la vita collettiva attraverso apparati istituzionali, con il rischio concreto di trasformare progressivamente gli individui in oggetti di amministrazione, sorveglianza e controllo; dall’altro la convinzione che proprio tali apparati costituiscano una garanzia delle libertà civili e politiche.

Lo spettacolo si interroga sulla contraddizione tra libertà e controllo negli Stati moderni e mostra, attraverso una vicenda umana, come un sistema autoritario si regga non soltanto sulla brutalità dei fanatici, ma anche e soprattutto sulla moderazione di uomini colti, funzionari ragionevoli e sensibili, capaci di rendere il controllo più accettabile.

L’invenzione registica che veicola tale lettura è una narrazione di cornice non presente nell’opera originale, né nei documenti storici: nel dopoguerra, Leopoldo Zurlo (Andrea de Goyzueta) si reca in un archivio di profilazioni segrete dei cittadini, cerca e trova il fascicolo che riguarda lui e Carmine Senise (Gennaro Maresca).

La lettura di documenti e atti amministrativi genera ricordi privati, flashback e riflessioni critiche, nonché una presa di coscienza non sempre pacificata; è così che Leopoldo ricostruisce e fa i conti con il proprio passato, diventando emblema di una elaborazione collettiva della storia fascista, lasciata incompiuta deliberatamente…

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