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NIGERIA | Dal braccio della morte a TikTok. Come la corruzione ha trasformato il carcere in un mercato digitale

Un uomo rinchiuso nel braccio della morte trasmette in diretta sui social, riceve denaro dagli utenti e racconta un sistema fatto di telefoni introdotti illegalmente, agenti corrotti e traffici clandestini. L’inchiesta del Saturday Tribune, realizzata con Premium Times, apre interrogativi che riguardano non solo la Nigeria ma il rapporto sempre più fragile tra istituzioni, tecnologia e sicurezza pubblica.

Le mura del carcere di Ibara, ad Abeokuta, nello Stato di Ogun, dovrebbero rappresentare uno dei luoghi più impenetrabili della Nigeria. Cemento, filo spinato, torrette di sorveglianza e controlli continui delimitano il perimetro di un istituto che ospita anche detenuti condannati alla pena di morte.

Eppure, mentre il mondo immagina il braccio della morte come il simbolo dell’isolamento assoluto, dall’altra parte dello schermo migliaia di utenti scorrono TikTok e si imbattono nelle dirette di un uomo che parla dalla propria cella, dialoga con gli spettatori, riceve regali virtuali convertibili in denaro e racconta la propria vita dietro le sbarre.

Quell’uomo si chiama Elijah Oyebode.

Nel 2019 è stato condannato a morte per l’omicidio della studentessa universitaria Rofiat Adebisi, uccisa, secondo la sentenza dell’Alta Corte dello Stato di Osun, dopo essere stata attirata in automobile con un pretesto. Nel corso delle indagini e del processo l’uomo ha fornito versioni tra loro contraddittorie, prima di negare ogni responsabilità. Il tribunale, sulla base delle prove raccolte e degli esami medico-legali, lo ha comunque riconosciuto colpevole di omicidio e condannato all’impiccagione.

La storia, però, non finisce con la sentenza.

Anzi, comincia proprio lì.

Secondo una lunga e documentata inchiesta pubblicata dal Saturday Tribune in collaborazione con Premium Times, Oyebode sarebbe riuscito a costruire una vera presenza digitale dall’interno del carcere. Non un episodio occasionale, ma un’attività continuativa: almeno due account TikTok, dirette streaming seguite da migliaia di persone, raccolta di donazioni online e rapporti costanti con utenti all’esterno del penitenziario.

Il dato che colpisce non è soltanto la violazione delle regole carcerarie.

È la normalità con cui tutto questo sarebbe avvenuto.

Per mesi il detenuto avrebbe utilizzato smartphone introdotti illegalmente nella struttura, partecipando alle dirette come un qualunque creatore di contenuti. Attraverso TikTok avrebbe raccolto denaro, raccontato la propria versione dei fatti e persino cercato di influenzare persone disposte ad aiutarlo nella battaglia giudiziaria.

A rendere ancora più inquietante la vicenda è un dettaglio ricostruito dai giornalisti: una nota attivista nigeriana, inizialmente convinta della sua innocenza, avrebbe deciso di mobilitarsi per sostenerlo. Soltanto dopo aver ottenuto gli atti processuali e averli confrontati con le dichiarazioni dell’uomo avrebbe interrotto ogni collaborazione, denunciando inoltre la creazione di un falso profilo TikTok costruito utilizzando il suo nome e la sua immagine.

Fin qui potrebbe sembrare la storia, già sorprendente, di un detenuto particolarmente abile nell’aggirare i controlli.

L’inchiesta racconta invece qualcosa di molto diverso.

Racconta un sistema.

Il carcere parallelo

Secondo la ricostruzione del Saturday Tribune, il telefono cellulare non rappresenta un’eccezione, ma il cuore di un’economia clandestina che avrebbe trasformato il carcere di Ibara in un luogo molto diverso da quello immaginato dalla legge. Dalle dirette streaming alle videochiamate, dalle scommesse online alle raccolte di denaro, fino ai contatti con l’esterno: tutto ruoterebbe attorno a dispositivi che, almeno sulla carta, non dovrebbero mai oltrepassare i cancelli dell’istituto.

È lo stesso Oyebode, durante una delle sue dirette su TikTok, a descrivere un sistema che appare consolidato. Secondo il detenuto, molti reclusi avrebbero accesso a uno o più smartphone e riuscirebbero a utilizzare internet con una sorprendente continuità. «Facebook e TikTok sono pieni di prigionieri», racconta nella registrazione analizzata dai giornalisti, spiegando che molti eviterebbero di mostrare elementi riconducibili al carcere per non destare sospetti.

Le sue dichiarazioni, naturalmente, non costituiscono una prova definitiva. Tuttavia acquistano peso perché vengono inserite all’interno di un’inchiesta che documenta la sua effettiva presenza online per mesi, la monetizzazione delle dirette e la disponibilità di almeno due account riconducibili al detenuto.

Il quadro si fa ancora più inquietante quando il racconto si sposta sul modo in cui quei telefoni arriverebbero all’interno della struttura.

Secondo Oyebode sarebbero agenti penitenziari corrotti a favorirne l’ingresso clandestino. Lo stesso personale che, sempre secondo il detenuto, potrebbe successivamente sequestrare gli apparecchi chiedendo denaro per restituirli ai proprietari. Un doppio guadagno costruito sulla violazione delle regole e sull’estorsione ai danni degli stessi detenuti.

L’inchiesta riferisce anche accuse ancora più gravi.

Nel carcere circolerebbero sostanze stupefacenti introdotte attraverso gli stessi canali utilizzati per i telefoni. I detenuti, racconta Oyebode, le acquisterebbero per rivenderle all’interno della struttura con margini enormi, alimentando un vero mercato parallelo. Si tratta di affermazioni riportate dal Saturday Tribune e attribuite al detenuto, che le autorità non confermano ma che contribuiscono a delineare il quadro investigativo ricostruito dai giornalisti.

Ancora più delicata è un’altra accusa contenuta nella diretta streaming.

Oyebode sostiene che alcuni detenuti particolarmente facoltosi riuscirebbero perfino a uscire temporaneamente dal carcere, accompagnati da agenti compiacenti, per seguire attività economiche o incontrare persone all’esterno, prima di rientrare in cella. Anche questa è un’affermazione del detenuto riportata nell’inchiesta e non accertata dalle autorità. Ma se anche solo una parte di questo sistema fosse confermata, ci si troverebbe davanti a una falla enorme nel sistema penitenziario nigeriano.

A quel punto il telefono cellulare smette di essere il protagonista della vicenda.

Diventa semplicemente il sintomo più visibile di qualcosa di molto più profondo.

Perché uno smartphone può entrare in carcere una volta, per caso.

Quando invece diventa uno strumento di lavoro, di comunicazione e perfino di guadagno, significa che dietro c’è un’organizzazione capace di aggirare controlli, procedure e responsabilità.

È qui che l’inchiesta cambia prospettiva.

Non racconta più soltanto la storia di un detenuto.

Comincia a raccontare quella di un’istituzione che rischia di perdere il controllo di se stessa.

Le responsabilità dello Stato e quelle delle piattaforme

Di fronte agli elementi raccolti dai giornalisti, il Servizio penitenziario nigeriano non ha liquidato il caso come una semplice invenzione.

La portavoce nazionale, Jane Osuji, ha riconosciuto che il contrabbando di telefoni cellulari e altri dispositivi rappresenta un problema reale, parlando della possibile presenza di “mele marce” tra il personale e invitando la stampa a collaborare per individuare agenti corrotti e detenuti coinvolti. Una presa di posizione che, pur senza confermare tutte le accuse contenute nell’inchiesta, ammette l’esistenza di una vulnerabilità del sistema.

La legge nigeriana sul Servizio penitenziario del 2019 è, almeno sulla carta, molto severa.

Prevede sanzioni penali per gli agenti che introducono telefoni cellulari o altri strumenti di comunicazione nelle carceri, così come per chi facilita l’ingresso di sostanze stupefacenti o favorisce contatti illeciti con l’esterno. Lo stesso impianto normativo attribuisce responsabilità anche ai dirigenti che, per negligenza o omissione, permettono il consolidarsi di pratiche illegali all’interno degli istituti di detenzione.

È il motivo per cui il caso Oyebode non può essere ridotto alla vicenda di un singolo detenuto.

Se le accuse dovessero trovare conferma, significherebbe che il problema non riguarda soltanto chi ha introdotto clandestinamente uno smartphone, ma l’intera catena dei controlli chiamata a impedirlo.

Le autorità hanno ricordato di aver già avviato procedimenti disciplinari nei confronti di oltre 1.400 dipendenti coinvolti, a vario titolo, in episodi di cattiva condotta, annunciando inoltre l’installazione di sistemi di videosorveglianza e l’intensificazione delle ispezioni a sorpresa negli istituti penitenziari. Misure importanti, ma che non spiegano come un detenuto condannato a morte sia riuscito, per mesi, a costruire una presenza così visibile sui social network.

Accanto alle responsabilità dello Stato emerge però un’altra domanda, altrettanto scomoda.

Che cosa ha visto — o non ha visto — TikTok?

Secondo l’inchiesta, l’account riconducibile a Oyebode avrebbe raggiunto un livello di attività sufficiente a ricevere regolarmente regali virtuali, partecipare a dirette streaming e costruire una comunità di utenti. Non si trattava, quindi, di un profilo invisibile o marginale, ma di un creatore di contenuti che interagiva pubblicamente con migliaia di persone.

Quando i giornalisti hanno sottoposto il caso alla società, TikTok ha chiesto tempo per effettuare verifiche interne.

Solo dopo la presentazione delle prove raccolte durante l’inchiesta la piattaforma ha avviato una revisione degli account segnalati. Nel frattempo aveva diffuso dati che rivendicavano la rimozione di milioni di contenuti e la chiusura di decine di migliaia di dirette in Nigeria per violazione delle regole della community. Eppure, osservano gli autori dell’inchiesta, il profilo attribuito al detenuto era rimasto operativo per mesi.

Naturalmente nessuna piattaforma è in grado di controllare in tempo reale ogni singolo contenuto pubblicato da milioni di utenti.

Ma proprio casi come questo alimentano un interrogativo destinato a diventare sempre più centrale.

Gli algoritmi sono straordinariamente efficaci nel suggerire contenuti, individuare potenziali spettatori e trasformare l’attenzione in profitto.

Lo sono altrettanto nel riconoscere situazioni che potrebbero rappresentare un rischio per la sicurezza pubblica?

L’inchiesta non offre una risposta definitiva.

Offre, però, una domanda che riguarda tutti.

Perché quando una diretta streaming parte da una cella del braccio della morte e riesce a trasformarsi in una fonte di guadagno, il problema non riguarda soltanto chi impugna lo smartphone.

Riguarda anche chi costruisce gli strumenti attraverso i quali quello smartphone riesce a raggiungere milioni di persone.



TIKTOK IN NIGERIA, IL PARADOSSO DEI CONTROLLI

Mentre l’inchiesta del Saturday Tribune e di Premium Times documentava l’attività online di un detenuto condannato a morte, TikTok rivendicava un’intensa attività di moderazione sulla propria piattaforma in Nigeria.

Secondo i dati diffusi dall’azienda, sono stati rimossi oltre quattro milioni di video ritenuti in violazione delle regole della community e sono state interrotte più di ottantaseimila dirette LIVE. La piattaforma sostiene inoltre di utilizzare sistemi automatici di rilevamento dei contenuti illeciti e di intervenire rapidamente contro gli account che violano le norme sulla monetizzazione.

Eppure, proprio mentre questi numeri venivano resi pubblici, l’account attribuito a Elijah Oyebode sarebbe rimasto attivo per mesi, raccogliendo donazioni, partecipando a dirette streaming e cambiando più volte identità digitale per sfuggire ai controlli, secondo quanto ricostruito dai giornalisti.

Il caso non dimostra che gli algoritmi siano inefficaci. Mostra però quanto sia difficile individuare comportamenti anomali quando dietro uno schermo si nasconde una realtà che nessun software, da solo, è in grado di comprendere.


Una falla che riguarda tutti

L’inchiesta non si limita a ricostruire una vicenda giudiziaria o a denunciare possibili episodi di corruzione. Solleva una questione più ampia, destinata a riguardare tutti i sistemi penitenziari chiamati a confrontarsi con una tecnologia sempre più difficile da controllare.

Secondo l’esperto di sicurezza informatica Tunde Olabiyisi, una parte del problema potrebbe essere affrontata installando sistemi di disturbo del segnale all’interno degli istituti di pena, in grado di rendere inutilizzabili i telefoni cellulari introdotti illegalmente senza interferire con le reti esterne. Dal punto di vista tecnologico, sostiene, la soluzione esiste già.

Molto più severa è l’analisi del giurista Banzak Azeez, secondo il quale la riforma del Servizio penitenziario nigeriano del 2019 non avrebbe prodotto i cambiamenti sperati. Il rischio, afferma, è che alcune strutture abbiano smesso di essere luoghi di riabilitazione per trasformarsi in ambienti nei quali la criminalità continua semplicemente ad adattarsi alle nuove tecnologie.

È una riflessione che supera i confini della Nigeria.

Negli ultimi anni le organizzazioni criminali hanno dimostrato una straordinaria capacità di appropriarsi degli strumenti digitali. Dalle truffe online alla gestione dei pagamenti elettronici, dalle piattaforme di messaggistica criptata ai social network utilizzati per propaganda, reclutamento o raccolta di denaro, la tecnologia è diventata un terreno di confronto permanente tra legalità e criminalità.

Le carceri non fanno eccezione.

Quando telefoni cellulari, connessioni internet e piattaforme digitali riescono a entrare in un istituto di massima sicurezza, il problema non è più soltanto disciplinare. Diventa una questione di sicurezza pubblica, di credibilità delle istituzioni e di fiducia nello Stato di diritto.

Per questo la vicenda raccontata dal Saturday Tribune non dovrebbe essere archiviata come una curiosità destinata ai social network.

È il racconto di ciò che può accadere quando la corruzione apre una breccia e la tecnologia la percorre fino in fondo.

Uno smartphone non entra da solo in un carcere di massima sicurezza.

Qualcuno lo compra.

Qualcuno lo vende.

Qualcuno lo lascia passare.

La tecnologia viene dopo.

Prima c’è un sistema che ha smesso di funzionare.

E quando un algoritmo riesce a trasformare perfino il braccio della morte in un’attività capace di raccogliere denaro, la domanda non riguarda soltanto la Nigeria.

Riguarda tutte le società che affidano sempre più funzioni alla tecnologia senza pretendere, con la stessa determinazione, trasparenza, responsabilità e controllo dalle istituzioni che dovrebbero governarla.





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