Cinque pazienti, per cominciare. Troppo pochi per annunciare una rivoluzione, abbastanza per aprire una strada. A Lecce ricercatori del Cnr-Nanotec, Tecnomed Puglia, Università del Salento e Asl hanno preso cellule tumorali ottenute da persone operate per cancro del pancreas, le hanno organizzate in minuscole strutture tridimensionali e vi hanno inserito sensori ottici capaci di osservare come reagivano ai farmaci. Le cellule sono state esposte a Folfirinox, gemcitabina e paclitaxel. In quattro casi su cinque ciò che è accaduto in laboratorio è risultato coerente con quello che successivamente è successo ai pazienti.
Non è ancora un test disponibile negli ospedali e cinque casi non consentono di stabilirne l’efficacia clinica. Il prossimo passaggio è provarlo su una popolazione molto più ampia. Ma l’obiettivo è importante: costruire una sorta di copia biologica del tumore sulla quale verificare quale trattamento abbia maggiori probabilità di funzionare per quella persona, evitando per quanto possibile settimane di terapia inefficace e i relativi effetti collaterali.
Non è un esperimento isolato. In diversi laboratori si stanno sviluppando organoidi e modelli derivati direttamente dai tumori dei pazienti. Uno studio pubblicato nel 2025 ha mostrato la possibilità di produrli e testarli farmacologicamente in circa 36 giorni. La medicina di precisione sta provando, insomma, a trasformare la chemioterapia da trattamento scelto prevalentemente sulla base delle caratteristiche generali della malattia in una terapia sempre più adattata alla biologia del singolo tumore.
Il tumore più ostinato
In Italia nel 2024 sono state stimate 13.585 nuove diagnosi di tumore del pancreas; nel 2022 i decessi stimati erano 14.900. La sopravvivenza netta a cinque anni è dell’undici per cento negli uomini e del dodici nelle donne e circa 23.600 persone vivono oggi nel nostro Paese dopo una diagnosi.
Qualcosa, lentamente, è migliorato. Una decina d’anni fa Aiom indicava una sopravvivenza a cinque anni intorno all’otto per cento. Il confronto fra rilevazioni diverse non consente di trasformare quei numeri in una precisa curva delle guarigioni, ma la direzione è incoraggiante. Rimane però uno dei tumori più difficili da curare e il Ministero della Salute prevede nei prossimi trent’anni un aumento del 34 per cento dell’incidenza dell’adenocarcinoma pancreatico e del 37 per cento della mortalità.
Una parte dell’aumento dipenderà dall’invecchiamento della popolazione. Sui fattori di rischio alcune conoscenze sono consolidate: innanzitutto il fumo, poi sovrappeso e obesità, pancreatite cronica, diabete e, in una minoranza dei casi, predisposizioni familiari e genetiche. Sull’alimentazione bisogna essere più prudenti: esistono indicazioni su alcuni modelli alimentari e sul consumo elevato di alcol, mentre non tutto ciò che viene abitualmente presentato come causa dispone dello stesso livello di evidenza.
Anche il possibile ruolo dell’inquinamento è oggetto di ricerca. Alcuni studi hanno individuato associazioni con esposizioni professionali a idrocarburi, pesticidi e altre sostanze, altri non le hanno confermate. Nel 2026 alla conferenza per il sessantesimo anniversario della Iarc è stato presentato anche un lavoro sull’esposizione ai pesticidi triazolici e il rischio di tumore pancreatico nella grande coorte agricola francese Agrican. Una pista scientifica da seguire, dunque, non una causa già dimostrata. Lobby permettendo.
La battaglia della diagnosi
Una delle ragioni della prognosi così severa è la difficoltà di scoprire il tumore quando è ancora operabile. Il pancreas è situato in profondità nell’addome, i primi sintomi possono essere poco specifici e non esiste uno screening di popolazione paragonabile a quelli disponibili per altri tumori. Ma anche qui qualcosa sta cambiando: la risposta non passa soltanto da una nuova macchina diagnostica o da un nuovo farmaco, passa dall’organizzazione.
Uno studio prospettico italiano su 282 pazienti ha osservato che un percorso complessivo superiore a 104 giorni fra diagnosi e trattamento era associato a una peggiore sopravvivenza anche dopo gli aggiustamenti statistici. Nei centri specialistici il tempo mediano per arrivare al trattamento era di 49 giorni, contro 56 negli ospedali non specialistici.
Sono numeri che spiegano perché stanno nascendo percorsi dedicati. La Campania, per esempio, nel nuovo PDTA regionale per il tumore del pancreas indica come riferimento la prima valutazione del gruppo oncologico multidisciplinare entro sette giorni lavorativi e il completamento della stadiazione nei quindici giorni successivi. Non significa che ogni malato campano riesca già a rispettare questi tempi: significa però stabilire uno standard misurabile al quale il servizio sanitario deve rispondere. Un PDTA ben costruito può evitare al paziente di diventare il coordinatore della propria malattia, costretto a cercare da solo visita, Tac, biopsia, chirurgo e oncologo in strutture differenti.
Dove si viene curati conta
La chirurgia resta uno dei campi nei quali la specializzazione del centro può cambiare concretamente l’esito. I dati utilizzati dal Ministero mostrano una mortalità operatoria del 12,4 per cento negli ospedali che effettuano meno di cinque interventi pancreatici l’anno, che scende al 2,6 per cento nei centri che ne eseguono fra novanta e cento.
È uno dei motivi per cui concentrare gli interventi più complessi non significa necessariamente impoverire gli ospedali territoriali. Significa costruire una rete nella quale si sappia chi deve fare che cosa.
Per anni molti pazienti questa rete se la sono costruita da soli prendendo un treno. Un’analisi nazionale su oltre dodicimila interventi eseguiti tra il 2014 e il 2016 mostrava che il 40,3 per cento dei malati residenti al Sud affrontava una mobilità a lunga distanza; in Calabria si arrivava al 76,7 per cento. Veneto e Lombardia erano fra le principali regioni di attrazione. Dati più recenti indicano che la mobilità interregionale resta significativa. Il problema non è impedire a un malato di scegliere dove curarsi. È fare in modo che partire non rappresenti l’unica possibilità per ricevere cure altamente specializzate.
Le Pancreas Unit
Qui c’è probabilmente la novità organizzativa più importante. Il Ministero della Salute ha definito un modello nazionale di Pancreas Unit, centri multidisciplinari collegati attraverso una rete Hub e Spoke.
Per diventare centro di riferimento sono richieste almeno trenta resezioni pancreatiche l’anno, con l’obiettivo di arrivare a cinquanta entro tre anni; una mortalità a novanta giorni inferiore al dieci per cento, da portare sotto il cinque, e una sopravvivenza a tre anni almeno del 35 per cento. Accanto al chirurgo devono esserci oncologia, diagnostica avanzata, endoscopia, radiologia interventistica, anatomia patologica, nutrizione e cure palliative.
Non si parte da zero. La Lombardia dispone già di una rete regionale e nell’agosto 2026 ha aggiornato l’elenco di Hub e Spoke. Il Veneto ha un PDTA regionale dedicato. La Campania ha aggiornato il proprio percorso nel 2025, fissando anche i tempi della presa in carico. L’Emilia-Romagna ha programmato quattro-sei centri secondo gli standard ministeriali. Sono esperienze da raccontare perché indicano una strada possibile. La questione aperta è trasformarle in un livello di assistenza realmente accessibile ovunque, riducendo le differenze territoriali invece di limitarsi a registrarle.
Laboratori italiani
Anche nella ricerca l’Italia ha carte importanti. Nel 2025 Fondazione Airc ha destinato oltre 142 milioni di euro complessivi alla ricerca oncologica e circa otto milioni specificamente al tumore del pancreas.
Sul finanziamento pubblico, invece, non esiste nei dati facilmente consultabili una cifra unica che permetta di stabilire quanto lo Stato investa specificamente su questa neoplasia attraverso università, Irccs, ricerca sanitaria e programmi Pnrr. Sommare bandi differenti produrrebbe un numero apparentemente preciso ma poco serio.
La questione è comunque decisiva perché il salto fra ricerca sperimentale e pratica clinica costa. Servono studi multicentrici, biobanche, personale, laboratori e soprattutto verifiche su centinaia o migliaia di persone.
Ed è qui che ritroviamo le cinque tumorsfere di Lecce. Dentro quelle piccole strutture ci sono cellule appartenute a cinque persone. Di fronte allo stesso nome della malattia hanno reagito diversamente agli stessi farmaci. Quattro previsioni corrette su cinque non fanno ancora una terapia, ma spiegano bene la direzione nella quale una parte della ricerca sta andando: conoscere sempre meglio non soltanto il tumore del pancreas, ma quel tumore del pancreas.
Nel frattempo anche il Servizio sanitario sta provando a cambiare: percorsi diagnostici con tempi definiti, centri ad alto volume, Pancreas Unit, reti regionali e nazionali. Non abbastanza e soprattutto non ancora nello stesso modo in tutto il Paese.
La sfida adesso è tenere insieme ricerca e assistenza: trasformare più rapidamente i risultati dei laboratori in cure disponibili negli ospedali e garantire che un paziente abbia le stesse possibilità di diagnosi e trattamento qualificato in qualunque regione viva. Perché una nuova terapia è davvero un progresso soltanto quando può raggiungere tutti quelli che ne hanno bisogno.
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