Salute

PAPPATACI | Non è arrivato il Toscana virus, è cambiato il clima nel quale vive

Il caso di Tommaso Paradiso riporta l’attenzione su un virus conosciuto da mezzo secolo. La maggior parte delle infezioni è lieve o asintomatica, ma i casi neuro-invasivi esistono. Intanto caldo estremo e Mediterraneo surriscaldato modificano l’ambiente dei vettori: una relazione da osservare senza allarmismi e senza semplificazioni.


È bastato che a essere punto fosse Tommaso Paradiso perché il Toscana virus uscisse dalle pagine della sorveglianza epidemiologica e diventasse improvvisamente una notizia nazionale. Il cantautore romano ha raccontato sui social di essere stato punto da un pappatacio e di essere in via di guarigione, rinunciando nel frattempo ad alcuni appuntamenti. Il virus, però, non è nuovo, non viene da qualche remoto angolo tropicale e, nonostante il nome, non vive soltanto in Toscana. Fu isolato per la prima volta all’inizio degli anni Settanta proprio dai ricercatori dell’Istituto superiore di sanità ed è diffuso in Italia e in diversi Paesi dell’Europa meridionale. A trasmetterlo sono i flebotomi, piccoli insetti ematofagi meglio conosciuti come pappataci. La notizia, dunque, non è tanto che il virus sia arrivato. Semmai è capire che cosa sta succedendo all’ambiente nel quale virus, insetti, animali e uomini convivono.

La maggior parte delle infezioni da Toscana virus non dà sintomi oppure provoca disturbi lievi: febbre, mal di testa, nausea e vomito che generalmente scompaiono nel giro di una settimana. In una minoranza di casi, tuttavia, il virus può raggiungere il sistema nervoso e provocare meningite, encefalite o meningoencefalite, oltre a più rare neuropatie periferiche e dei nervi cranici. Non esiste oggi una terapia antivirale specifica: si interviene sui sintomi e, nelle forme neurologiche importanti, può essere necessario il ricovero.

Non siamo davanti a una nuova emergenza sanitaria. I decessi sono rari, ma questo non rende inutile la sorveglianza. Tra il 2016 e il 2023 il sistema italiano ha registrato seicentosette infezioni neuro-invasive da Toscana virus e due decessi; quasi la metà dei casi, duecentosettantasei, si è concentrata nel biennio 2022-2023. Per il 2025 l’Iss registra centosedici casi complessivi, centoquindici autoctoni e uno associato a un viaggio all’estero, con un decesso. Il virus ha inoltre una stagionalità evidente: i casi si osservano soprattutto da maggio a novembre, con un picco generalmente in agosto.

Poi c’è un particolare che merita più attenzione del nome della malattia. L’Iss osserva che le stagioni con il maggior numero di casi nel periodo studiato — 2018, 2022 e 2023 — sono state caratterizzate da forti anomalie delle temperature; il 2022 risultò l’anno più caldo in Italia dal 1961. È un’associazione che merita attenzione, non una scorciatoia causale. Il Toscana virus circolava molto prima dell’attuale accelerazione del riscaldamento globale e la diffusione delle malattie trasmesse da vettori dipende da una rete complessa di fattori biologici, ambientali e sociali. Ma proprio questa complessità obbliga a guardare anche al clima, perché temperatura, durata delle stagioni, precipitazioni, umidità e uso del territorio contribuiscono a determinare dove e per quanto tempo un vettore riesce a vivere e riprodursi.

L’Ipcc considera il Mediterraneo uno degli hotspot mondiali del cambiamento climatico. Le valutazioni scientifiche indicano per questa regione un riscaldamento superiore alla media globale e un aumento dell’intensità, della frequenza e della durata delle ondate di calore. Sul versante sanitario, l’Ipcc segnala che i rischi legati alle malattie trasmesse da vettori possono crescere con l’aumento delle temperature e con i cambiamenti delle condizioni ecologiche, soprattutto in assenza di adeguate misure di adattamento. Non tutti i patogeni reagiscono allo stesso modo e non basta un’estate calda a spiegare un’infezione. Il punto è che cambia il terreno sul quale vettori e agenti infettivi possono incontrarsi.

E il 2026 offre un contesto difficile da ignorare. Copernicus ha registrato nella seconda metà di maggio un’ondata di calore insolitamente precoce e intensa nell’Europa occidentale. Giugno è stato il secondo più caldo mai registrato in Europa nella serie Era5 e il più caldo per l’Europa occidentale, con anomalie mensili tra tre e cinque gradi sopra la media in vaste aree di Francia, Germania, Spagna, Italia e Benelux. A luglio il caldo eccezionale è proseguito soprattutto a ovest: Francia, Germania, nord-est della Spagna, Svizzera, Inghilterra e Italia occidentale hanno registrato temperature generalmente tra tre e cinque gradi sopra la media. Considerati insieme, giugno e luglio 2026 sono stati i più caldi mai registrati nell’Europa occidentale almeno dal 1979.

Anche il mare ha accumulato calore. Il primo settembre il Consiglio nazionale delle ricerche, attraverso le analisi del Consorzio LaMMA-Cnr, ha descritto un Mediterraneo eccezionalmente caldo non soltanto in superficie. Luglio 2026 è risultato nell’area mediterranea il più caldo dal 1993 per temperatura marina superficiale media, circa ventisette gradi, e il settantanove per cento del Mediterraneo ha sperimentato per almeno un giorno un’ondata di calore marina classificata come forte o superiore. Al largo della Toscana, in un punto campione analizzato dal LaMMA, la media di luglio ha raggiunto 27,7 gradi, 3,9 sopra la media 1991-2020: il valore più alto dei quarantacinque luglio della serie 1982-2026.

È dentro questo scenario che il piccolo pappatacio comincia a raccontare una storia molto più grande. Non è una zanzara. Le sue larve, diversamente da quelle di molte specie di zanzara, non si sviluppano nell’acqua stagnante ma nel terreno e in ambienti ricchi di materiale organico. Foglie secche, residui vegetali, deiezioni animali e piccoli microambienti favorevoli intorno alle abitazioni possono sostenerne lo sviluppo. Le femmine pungono soprattutto nelle ore serali e notturne e la stagione di maggiore attività in Italia va indicativamente da maggio a ottobre. Phlebotomus perniciosus, uno dei principali vettori del Toscana virus, è particolarmente presente nelle aree rurali e periurbane delle regioni tirreniche e meridionali; Phlebotomus perfiliewi raggiunge elevate densità anche sul versante adriatico degli Appennini.

L’Iss consiglia quindi repellenti, pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe nelle ore di maggiore attività degli insetti, zanzariere preferibilmente a maglia fitta e una buona gestione degli spazi intorno alle abitazioni. Indicazioni semplici, lontanissime dal panico. Anche perché parlare di arbovirosi non significa mettere tutto nello stesso sacco: West Nile, Dengue, Usutu e Toscana virus sono malattie differenti e possono avere vettori, cicli biologici e dinamiche epidemiologiche differenti. Accostarle ha senso soltanto per osservare un fenomeno più ampio: quando cambiano temperatura, piogge, umidità, vegetazione, uso del territorio e durata delle stagioni, cambiano anche alcune delle relazioni tra esseri umani, animali, insetti e microrganismi.

Per questo sarebbe sbagliato spaventarsi per il Toscana virus ed estremamente miope non ascoltare quello che ci racconta. Il pappatacio misura pochi millimetri. Non conosce l’Ipcc, non legge Copernicus e probabilmente del dibattito sul cambiamento climatico se ne infischia. Fa semplicemente ciò che gli permette di fare l’ambiente nel quale vive. È quell’ambiente che stiamo cambiando.


FONTI

  • Istituto superiore di sanità, “Virus Toscana, cosa sapere”, aggiornato 2 settembre 2026.
  • Iss/EpiCentro, sorveglianza nazionale delle arbovirosi, dati 2025.
  • Ipcc, Sixth Assessment Report (AR6), capitoli su Mediterraneo, Europa e salute.
  • Copernicus Climate Change Service, bollettini maggio, giugno e luglio 2026.
  • Consiglio nazionale delle ricerche – Consorzio LaMMA, “Estate 2026: mare caldissimo, che autunno prevedere”, 1 settembre 2026.
  • ANSA e RaiNews, 1-2 settembre 2026, sul caso di Tommaso Paradiso.

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