In Fondo

SANTINI | Basaglia, Zelensky e Pasolini mentre l’Italia chiude la fabbrica e prende il treno

È passato neanche un giorno. Su Fotosintesi.info ci lamentavamo dell’esaltazione di Franco Basaglia da parte di una Sinistra che troppo spesso continua a difendere il santino invece di guardare ciò che è accaduto dopo: servizi insufficienti, psichiatria territoriale a pezzi, famiglie lasciate sole a governare in casa anche la malattia mentale grave. Poi è arrivata una notizia da Centocelle, periferia est di Roma. Un ragazzo di sedici anni ha picchiato violentemente la madre cinquantenne e ha chiamato lui stesso il 112. La donna è morta in ospedale. Il ragazzo è ricoverato in Psichiatria all’Umberto I; le cronache riferiscono di precedenti problemi psichiatrici e che la sera precedente era stato portato in ospedale. Non serve trasformare una tragedia nella prova di una teoria. Serve continuare a fare la domanda che facevamo ieri: chi prende in carico una famiglia prima che una porta di casa si chiuda sulla sofferenza?

Poi, poche ore dopo, un’altra porta. Via dell’Antracite, Pietralata. I Vigili del Fuoco entrano in un appartamento dopo la segnalazione di un familiare che non riesce più a mettersi in contatto con chi vive lì. Trovano padre, madre e figlia di cinque anni morti nella camera da letto, tutti raggiunti da colpi d’arma da fuoco. È morto anche il cane. Al momento in cui scriviamo si indaga e l’ipotesi è quella dell’omicidio-suicidio; resta da ricostruire chi abbia sparato. Non sappiamo abbastanza per aggiungere altro.

Di morti, manicomi e Basaglia abbiamo parlato fin troppo. Se una parte della Sinistra vuole continuare a celebrarne il santo, la messa è finita: andate almeno in pace. Ma neanche quello siamo capaci di fare. Perché mentre celebriamo i nostri santi la guerra continua, Gaza resta quello che è diventata, un campo di concentramento nella Palestina occupata, e senza neppure scomodare Libano, Sudan, Somalia, Haiti o Bangladesh basta tornare in Italia e guardare che cosa combina chi governa.

Guido Crosetto, per esempio, si è appena portato accanto Mykhailo Fedorov, ex ministro della Difesa ucraino, come advisor per l’innovazione della Difesa italiana. Droni, sistemi senza pilota, difesa aerea, tecnologie militari. Crosetto parla della necessità di trasformare rapidamente la sperimentazione in capacità industriale e Fedorov metterà a disposizione l’esperienza maturata in Ucraina. Francesco Dall’Aglio ha avanzato su Facebook un’ipotesi che merita almeno di essere seguita: Crosetto, prendendo Fedorov, potrebbe ottenere diverse cose contemporaneamente, da un filo diretto con quell’universo di technobros americani frequentato dall’ex ministro — gente magari non esattamente raccomandabile per una cena romantica ma piena di soldi e soprattutto con accesso ad altri soldi — a possibili opportunità per l’industria italiana della Difesa, Leonardo compresa, fino a una certa distanza da Zelensky senza smettere di sostenere l’Ucraina. Se la guerra dovesse chiudersi diplomaticamente, se a Kiev cambiasse la guardia e se l’Ucraina del dopoguerra diventasse una gigantesca fabbrica di tecnologie militari per l’Europa, qualcuno potrebbe essersi già portato avanti. È un’ipotesi, naturalmente. Ma le ipotesi servono proprio a questo: a cercare prima che gli avvenimenti abbiano già spiegato tutto. Ovviamente noi, essendo noi, probabilmente non ci guadagneremo niente. Però l’idea non è stupida.

E allora oggi, a proposito di Sinistra, vorrei esagerare. Vorrei parlare anche di politically correct, woke e dintorni. Ma soprattutto di una cosa che viene prima delle parole inglesi: la progressiva incapacità di una parte della Sinistra di guardare una persona intera senza trasformarla in una categoria. Forse posso permettermi di dirlo perché non vengo esattamente da un collegio svizzero.

Da cucciolotto i miei, forse in difficoltà, mi lasciavano pascolare tra le baracche dell’Idroscalo di Ostia. Custodi: uno zio casertano netturbino, dirigente del Pci e sempre alle prese con organizzazioni tipo Soccorso Rosso; una zia roccaseccana che avrà bucato il culo a mezza Ostia senza chiedere a nessuno il certificato penale; un numero indefinito di cugini e zingarelle che mi usavano come bambolotto da affogare dentro una bacinella arancione un po’ scolorita dal sole. Un giorno sentii zia chiamare dal balcone: «A zì, vie’ su dai, vie’ su che hanno stranculato Pasolini. Vie’ su, sbrigate». Era il 2 novembre 1975. Pasolini l’ho incontrato così. Non dentro una citazione, non a un festival e neppure durante una passeggiata paesologica. Era un morto all’Idroscalo e una donna del popolo chiamava un bambino dal balcone per dirglielo.

Molti anni dopo Pasolini è diventato quasi obbligatorio. Lo mettiamo nello zainetto, possibilmente insieme a una borraccia ecosostenibile, e partiamo alla scoperta dell’Italia autentica. Ed è qui che arriva un amico, Gaetano Capuano. Vive a Colfelice, provincia di Frosinone, e possiede una sensibilità politica e sociale che riesce spesso a trasformare in scrittura, qualche volta persino in poesia, senza perdere il gusto per una battuta cattiva. E soprattutto il paese di cui parla non lo osserva durante una passeggiata domenicale. Ci vive.

Capuano parte da Christian Raimo e da un’osservazione che vale la pena non liquidare. Raimo, dice sostanzialmente, su una cosa ha ragione: nei paesi il razzismo esiste. Esistono il maschilismo, l’omofobia, l’alcolismo. Qualche vecchio al bar fa davvero battute di merda alla ragazza dietro il bancone. Non c’è nessuna civiltà contadina innocente da restaurare e nessun piccolo mondo antico da assolvere in blocco. Il problema comincia dopo, quando arriva quello che Capuano chiama «l’antropologo della domenica». Guarda Mario e Gino bere la Vecchia Romagna alle otto del mattino, ascolta la battuta alla barista, sente la cazzata sugli immigrati, vede una chiesa chiusa e una fontana asciutta. Gli bastano pochi minuti: ha capito l’Italia.

Mario è il vecchio alcolizzato. Gino il maschio bianco. C’è la barista, c’è il migrante, c’è il contadino. Tutti classificati. L’unico essere umano al quale viene riconosciuta una biografia completa, delle contraddizioni e persino il diritto alla complessità è l’osservatore. Gli altri sono fauna locale. Ma Mario magari ha lavorato quarant’anni in una fabbrica che non esiste più. Suo padre era contadino. Suo figlio vive a Milano. Sua moglie deve fare cinquanta chilometri per una visita. E magari Mario continua davvero a dire stronzate sugli immigrati. Le due cose possono essere vere contemporaneamente. Non dobbiamo assolverlo dal razzismo perché è povero. Ma non possiamo cancellarne la povertà perché è razzista. Dovrebbe essere precisamente questo il mestiere della Sinistra.

Colfelice, poi, non è un luogo astratto. È Basso Lazio. A poca distanza c’è Cassino. E a Cassino c’è quella che per generazioni è stata semplicemente “la Fiat”. Molti anni fa finii da quelle parti per una mia inchiesta sulla droga nel Basso Lazio. A Villa Santa Lucia, piccolo paese praticamente davanti ai cancelli della Fiat di Cassino, raccogliemmo un dato che non ho mai dimenticato: in rapporto alla popolazione, i tossicodipendenti risultavano più numerosi che ad Amsterdam. Ho cercato più volte quella vecchia inchiesta e quei numeri e non sono riuscito a recuperarli. Non trasformerò dunque oggi la memoria in una statistica certificata. Ma ricordo benissimo la domanda che mi lasciarono: com’era possibile che accadesse lì, con la grande fabbrica a pochi metri?

È una memoria utile soprattutto perché ci impedisce di raccontare balle sul passato. Non stavamo meglio per definizione. La fabbrica non produceva automaticamente felicità. Il paese poteva essere feroce. La famiglia poteva essere una protezione oppure una prigione. C’erano l’eroina, il patriarcato, la violenza, il conformismo, l’emigrazione. E non basta una tessera del Pci in tasca per trasformare gli anni Settanta nel paradiso terrestre. Non stiamo rimpiangendo l’Italia di ieri. Stiamo chiedendo che cosa abbiamo costruito al suo posto.

Perché la Fiat di Cassino intanto è diventata Stellantis. Nel primo trimestre del 2026 lo stabilimento ha prodotto 2.916 vetture, il 37,4 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2025; la Fim-Cisl stimava per l’intero anno circa tredicimila unità e descriveva un’attività ridotta a cinque-sei giorni lavorativi al mese. A metà giugno il sindacato continuava a chiedere risposte concrete sul futuro del sito. La fabbrica dunque non era il paradiso. Ma adesso la fabbrica si spegne.

E insieme alla fabbrica si sono allontanate molte altre cose. La scuola: prima una classe, poi una sezione, poi la segreteria, poi magari l’intero plesso. L’ospedale perde reparti. Il medico diventa difficile da trovare. Chiude lo sportello bancario. Le Poste aprono a giorni alterni. Gli uffici vengono accorpati. I ragazzi studiano e partono. E noi abbiamo trovato una parola meravigliosa per raccontare tutto questo: borgo. Il paese rompe i coglioni. Ha odori, rumori, conflitti, trattori, decespugliatori all’alba. Ci abita gente vera che non ha alcun obbligo di risultare pittoresca. Il borgo invece è silenzioso: pietra a vista, fontana restaurata, enoteca, sagra, processione, due anziani opportunamente collocati davanti a una porta e magari un bed and breakfast con “experience” nel nome.

Nel frattempo l’Istat ci informa proprio oggi che la popolazione italiana, oggi intorno ai 59 milioni, è prevista in diminuzione fino a circa 55 milioni nel 2050. Le proiezioni territoriali indicano per le aree interne una contrazione particolarmente pesante, soprattutto nel Mezzogiorno. Capuano scrive che «l’unica riforma territoriale che ha funzionato davvero è stata lo spopolamento». È una battuta. Sotto la battuta ci sono i numeri.

E allora sì: continuiamo pure a parlare di razzismo, perché esiste. Di maschilismo, perché esiste. Di omofobia, perché esiste. Difendiamo la ragazza al bancone dalla battuta del vecchio stronzo e il migrante dall’insulto di Gino. Ma magari, già che siamo entrati nel bar, chiediamo anche a Gino come cazzo sta. Perché la politica dovrebbe essere capace di fare entrambe le cose. E invece arriva Vannacci. Gli racconta una storia facile, sbagliata e spesso feroce. Gli dice che il problema è il migrante, la donna, il gay, Bruxelles, il politically correct, qualcuno che gli starebbe portando via qualcosa. È una bugia. Ma contiene un dettaglio che Capuano coglie benissimo: «Parla con lui invece di parlare di lui».

Forse è qui che una Sinistra a un anno dalle elezioni dovrebbe smettere per qualche minuto di discutere soltanto di alleanze, campi larghi, candidati e percentuali e rispondere a una domanda molto più elementare: qual è la linea? Sulla salute mentale: Basaglia è morto nel 1980. Riconoscere la portata civile della chiusura dei manicomi non ci dice come curare nel 2026 una persona con una grave malattia mentale né come aiutare la famiglia che vive con lei. Sulla sanità pubblica: quanto personale assumiamo, quanto paghiamo medici e infermieri, come riduciamo le liste d’attesa, come riportiamo i servizi nei territori? Sull’industria: che cosa facciamo quando una fabbrica che ha tenuto in piedi un territorio per mezzo secolo produce ormai una frazione di quello che produceva? Sui paesi: vogliamo comunità nelle quali si possa vivere oppure magnifici borghi nei quali trascorrere un fine settimana? Sui ragazzi che partono: dobbiamo davvero considerarli una generazione Erasmus di successo anche quando prendono un aereo perché nel posto dove sono nati non trovano un salario, una casa o una prospettiva?

E sulla guerra, qual è la linea? Quanto vogliamo spendere in armi? Qual è l’obiettivo politico in Ucraina? Quale Europa vogliamo dopo la guerra? Che cosa diciamo davanti alla Palestina occupata? Zelensky può essere stato il presidente di un paese invaso senza per questo diventare una risposta buona per tutte le domande. E sulla comunicazione, infine, qual è la linea? Vogliamo continuare a parlare soprattutto a quelli che conoscono già le nostre parole oppure proviamo a tornare a parlare anche con Mario e Gino?

Basaglia. Zelensky. Pasolini. Tre uomini diversissimi, tre storie che non possono essere messe sullo stesso piano. Ma un rischio comune: il santino. Quando una persona diventa un simbolo identitario smettiamo di interrogarla. Critichi ciò che è accaduto dopo Basaglia? Vuoi riaprire i manicomi. Discuti la strategia della guerra ucraina? Stai con Putin. Non rimpiangi la civiltà contadina raccontata da Pasolini? Non hai capito Pasolini. E così la politica diventa una processione. Ci sono i santi, ci sono i demoni, ci sono le formule da pronunciare e quelle che non si possono pronunciare. Poi, finita la processione, Gino torna a casa. La fabbrica è chiusa. Per la visita deve aspettare. Il figlio è partito. L’autobus non passa. Ma almeno qualcuno gli ha spiegato che è privilegiato.

Non so se si stesse meglio prima. Non lo sapevo neppure quando andavo a Villa Santa Lucia a contare i tossicodipendenti mentre a pochi metri entravano e uscivano gli operai della Fiat. So però una cosa di quel giornalismo che forse sarebbe utile recuperare anche in politica: andare a vedere. Non sapere già che cosa troveremo. Non decidere prima chi è buono e chi è cattivo. Non trasformare Basaglia, Zelensky o Pasolini nelle risposte a domande che ancora non abbiamo fatto. Andare a Colfelice. Entrare nel bar. Sedersi accanto a Mario e Gino. La Vecchia Romagna alle otto del mattino possiamo pure evitarla. E chiedere: «Come cazzo state?». Poi avere almeno la decenza di ascoltare la risposta.


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