In Fondo

A CHI DIAMO L’ATTESTATO DI RIVOLUZIONARIO? Rossana Rossanda, gli anni Settanta e la domanda che la sinistra ha smesso di farsi

Una bandiera che brucia.

Una vetrina infranta.

Qualche sampietrino.

Le sirene.

Le cariche della polizia.

Le immagini scorrono nei telegiornali e sui social. Cambiano i luoghi, cambiano gli anni, cambiano perfino le guerre. Ma il copione sembra sempre lo stesso.

Il giorno dopo nessuno discute più delle ragioni della protesta.

Si discute soltanto dello scontro.

È accaduto per la Palestina. È accaduto in Val di Susa. Accade ancora oggi, ogni volta che una protesta finisce per essere raccontata attraverso la violenza di pochi invece che attraverso le ragioni di molti.

Quasi vent’anni fa Rossana Rossanda scrisse parole che meritano di essere rilette.

«Non ho mai chiamato provocatori i giovani e meno giovani che si inseriscono in cortei che considerano troppo blandi, con interventi non concordati insieme ai promotori e che ritengono più rivoluzionari. Non saranno provocatori, ma sono certamente stupidi. Siamo nel 2006, nessuno è più un ragazzino, ragionare non è un optional, ma una condizione per far politica.»

Non era una lezione di buone maniere.

Non invitava i manifestanti a essere più educati.

Stava dicendo qualcosa di molto più radicale.

Senza pensiero non esiste politica. Esiste soltanto agitazione.

Ed è qui che nasce una domanda che, forse, abbiamo smesso di porci.

A chi diamo davvero l’attestato di rivoluzionario?

È rivoluzionario chi rompe una vetrina?

Chi incendia una bandiera?

Chi cerca lo scontro con la polizia?

Chi conquista per qualche ora le prime pagine dei giornali?

Oppure è rivoluzionario chi cambia davvero la vita delle persone?

Chi scopre una cura.

Chi salva milioni di esseri umani dalla fame.

Chi dedica la propria vita alla ricerca.

Chi prova a comprendere ciò che rende possibile la violenza.

Per troppo tempo abbiamo identificato la radicalità con il rumore.

Abbiamo finito per pensare che più alto fosse il livello dello scontro, più profonda fosse la rivoluzione.

La storia, però, racconta anche altro.

Conosciamo Napoleone.

Quasi nessuno conosce Antoine-Augustin Parmentier, l’agronomo e farmacista francese che contribuì a salvare milioni di persone dalla fame diffondendo la coltivazione della patata e promuovendo nuove conoscenze sull’alimentazione e sull’igiene.

Uno conquistava territori.

L’altro allargava le possibilità della vita.

Eppure continuiamo a ricordare soprattutto il primo.

Forse è il nostro modo di raccontare la storia che dovrebbe cambiare.

Anche gli anni Settanta italiani meritano di essere riletti.

Per decenni abbiamo raccontato, giustamente, la storia della lotta armata, delle organizzazioni clandestine, del terrorismo e degli scontri di piazza.

Ma quella non era tutta la storia.

Negli stessi anni migliaia di giovani arrivavano ogni settimana a Roma per partecipare all’Analisi collettiva, il movimento nato intorno al lavoro di ricerca dello psichiatra e psicoterapeuta Massimo Fagioli.

Non cercavano un modo più efficace per conquistare il potere.

Provavano a comprendere una domanda che, ancora oggi, dovrebbe interrogare la politica.

Perché un essere umano, se il suo sviluppo affettivo si ammala, può arrivare a costruire un nemico, a odiare, a torturare, a uccidere?

Quella ricerca può essere condivisa interamente oppure in parte discussa.

È il destino di ogni ricerca scientifica.

Ma è difficile negare che avesse riportato la politica davanti alla domanda più radicale di tutte.

Che cos’è un essere umano?

Perché senza una risposta a questa domanda continueremo a discutere soprattutto delle conseguenze.

Più carceri.

Più polizia.

Più telecamere.

Più eserciti.

Più armi.

Interventi che possono essere necessari.

Ma nessuno di essi ci dirà perché un bambino possa diventare un torturatore, un terrorista, un mafioso, uno stupratore o un dittatore.

Forse è proprio qui che una parte della sinistra ha smesso di essere rivoluzionaria.

Ha continuato a studiare il capitale, l’economia, le istituzioni, i rapporti di forza.

Tutto indispensabile.

Ma ha quasi smesso di interrogarsi sull’essere umano.

E senza quella domanda anche la politica rischia di limitarsi a gestire i conflitti, senza riuscire mai a prevenirli.

Rossanda scriveva che «ragionare non è un optional».

Forse oggi possiamo aggiungere che nemmeno la ricerca sull’essere umano è un optional.

Perché una società cambia davvero quando cambia il modo in cui gli esseri umani immaginano sé stessi, gli altri e il mondo.

Ed è per questo che vale la pena tornare alla domanda iniziale.

A chi diamo davvero l’attestato di rivoluzionario?

A chi produce più rumore?

O a chi, con la ricerca, la cultura, la scienza, la medicina, l’educazione, il giornalismo o la psicoterapia, rende l’umanità un po’ più capace di vivere senza costruire nuovi nemici?

Forse la rivoluzione più difficile non è conquistare il potere.

È comprendere l’essere umano per renderlo più libero dalla paura, dall’odio e dal bisogno di costruire nemici.


P.S.

Forse abbiamo raccontato troppo a lungo la storia di chi ha conquistato il potere e troppo poco quella di chi ha fatto crescere l’umanità.

Abbiamo riempito biblioteche di generali e condottieri, lasciando ai margini ricercatori, medici, psicoterapeuti, insegnanti, scienziati, educatori, agronomi, giornalisti e donne e uomini che, senza sparare un colpo, hanno cambiato la vita di milioni di persone.

Non abbiamo bisogno di altri Napoleoni.

Abbiamo bisogno di molti più medici come Gino Strada e Massimo Fagioli.

E forse dovremmo ricominciare a chiamare “rivoluzionario” chi dedica la propria vita non a costruire nuovi nemici, ma a comprendere e trasformare la realtà umana.

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