Maria Sole Tommasini, studentessa 19enne della scuola del libro di Urbino, è una delle studentesse che hanno deciso di non sostenere la prova orale dell’esame di maturità, presentando invece un discorso critico contro il sistema scolastico. Pur avendo una buona media, ha comunque rinunciato a un minimo di dieci punti, che potevano arrivare anche a 23, 24 con i punti bonus per contestare un metodo di esame che, a suo dire, premia solo le prove finali e non valorizza il percorso scolastico complessivo.
Il gesto sembra sia nato anche da un sette in condotta ritenuto ingiusto e che sospettava fosse legato alla sua attività come rappresentante d’istituto. Nella dichiarazione, messa a verbale, ha difeso il diritto degli studenti a esprimere opinioni critiche senza subire ritorsioni. Ha definito un’arma l’uso del voto come strumento punitivo e ha criticato le parole del ministro Valditara, definendo ributtante l’idea di bocciare chi protesta.
Il ministro ha parlato di boicottaggio e di mancanza di rispetto per le regole e ha affermato che la democrazia si fonda sul rispetto delle regole. E’ un’affermazione che in un contesto come questo rischia di semplificare una realtà complessa e di tacciare come illecito o scorretto qualcosa che di fatto non lo è.
Questi ragazzi non hanno trovato una scappatoia, ma hanno usato un regolarmente che gli consente di rifiutare l’esame orale dopo aver conseguito sufficienti punti per essere promossi. E’ un dissenso verso un modello di scuola che privilegia le performance e la competizione a scapito della crescita individuale e dell’empatia.
La scuola non dovrebbe limitarsi a dispensare nozioni, dovrebbe essere un luogo dove si apprendono e si verificano le competenze, ma anche a pensare con la propria testa, a esercitare il giudizio critico, a esprimere il proprio pensiero anche quando questo si traduce in una forma di dissenso. Invece che messaggio manda ai propri studenti la scuola attraverso le parole del ministro che reagisce a una protesta pacifica e legittima con la minaccia di una bocciatura e con la promessa di un inasprimento delle regole?
Diciamo subito che la risposta che noi adulti abbiamo dato a questa e ad altre proteste di questo tipo, come al solito, è a dir poco avvilente. Degli studenti ci mostrano quello che secondo loro è un problema e i mezzi di comunicazione, come al solito, riportano la notizia colpevolizzando gli autori del gesto senza soffermarsi ad analizzare le problematiche ed il malessere che questa azione vuole mettere in evidenza.
Dopodiché, se entriamo nel merito della protesta, ci rendiamo conto che chi ha protestato ha pienamente ragione. L’esame di maturità, così com’è non è più valido come metodo di valutazione. La scuola negli anni è cambiata, l’università è cambiata, la società lo è altrettanto, ma l’esame di maturità rimane sempre uguale a se stesso. E la prova sta proprio nel il fatto che pur essendosi rifiutati di sostenere l’orale questi studenti hanno passato l’esame ugualmente, la qual cosa comprova come il sistema dei punteggi funziona malissimo.
Tutto ciò descrive un modello educativo basato su una scuola di stampo novecentesco dove si va avanti solo per trasmissioni diretta e verifica individuale, come se l’apprendimento fosse un processo meccanico. Un modello educativo che è messo in discussione ormai da anni. Altri metodi propongono l’osservazione e l’intervento solo dove serve, lasciando che i ragazzi si esercitino tra di loro. E’ proprio questo approccio di ipercontrollo, di continua guida e valutazione che blocca la fluidità del pensiero dei ragazzi.
Ci sono innumerevoli studi che affrontano questo aspetto della didattica. Nell Mercer, professore emerito all’Università di Cambridge, nel libro “Exploring Talk in School”, afferma testualmente che gli insegnanti dovrebbero modellare un dialogo di qualità e fare un passo indietro per dare la possibilità agli studenti di esercitarsi e di confrontarsi tra di loro. Un’eccessiva correzione inibisce la fluidità dell’apprendimento.
Competenze come saper dialogare sono competenze trasversali, multidisciplinari, se uno studente impara ad argomentare e a dialogare in una materia, lo saprà fare anche in altre discipline e nella vita. Quello che viene messo in discussione da molti analisti e pedagogisti è il metodo di insegnamento frontale sottolineando come la didattica debba andare sempre più incontro agli studenti coinvolgendoli nell’apprendimento con lezioni più corali e laboratoriali.
Con l’attuale organizzazione della didattica non c’è tempo e non c’è spazio per attuare metodologie alternative, gli studenti a quel punto devono completare l’apprendimento per proprio conto a casa. Così facendo si rischia di escludere proprio chi ne ha più bisogno, chi non ha sostegno familiare, chi parte da situazioni svantaggiate.
Il problema della didattica non può ricadere tutto o in gran parte sul tempo extrascolastico, la didattica va ripensata alla radice. In Italia purtroppo non si vuole analizzare qual è la funzione che ha la scuola in una società moderna, che cosa rappresenti realmente l’istituzione scolastica per la crescita del paese. Non si ha chiaro cosa si debba fare a scuola e di che cosa i ragazzi hanno bisogno. Si dovrebbe, quindi, partire proprio dal comprendere qual è la funzione della scuola, a meno che non si voglia avallare la teoria, ben radicata nella nostra Presidente del consiglio e nel suo Ministro dell’educazione, che la scuola abbia come unico scopo quello di preparare i giovani al lavoro. Se così è sarà inutile perdere tempo a ragionare su questioni metodologiche della didattica, basterà aumentare le ore di alternanza scuola lavoro o come diavolo la chiamano adesso.






