Il Committee to Protect Journalists ha cercato decine di giornalisti iraniani per capire come si possa ancora fare informazione dentro il Paese. Soltanto cinque hanno accettato di parlare. Altri hanno rifiutato, interrotto i contatti o spiegato che persino una conversazione anonima con un’organizzazione internazionale avrebbe potuto metterli nei guai. Forse non serve una statistica migliore per raccontare lo stato della libertà di stampa in Iran.
Attualmente il Cpj conosce nove giornalisti incarcerati per il proprio lavoro. Tra loro c’è Reza Valizadeh, giornalista iraniano-americano arrestato nel 2024 e condannato a dieci anni. Dall’inizio della guerra con Israele e Stati Uniti, il 28 febbraio, arresti, convocazioni, interrogatori e procedimenti giudiziari hanno ulteriormente ristretto uno spazio informativo già soffocante. Ma il carcere è soltanto la parte più visibile della repressione. Il risultato più efficace arriva prima: quando il giornalista decide che è meglio non telefonare a quella fonte, non fare quella domanda, non pubblicare quella fotografia. Quando una fonte vede comparire il numero di un cronista e preferisce non rispondere. È la censura diventata comportamento.
Una giornalista intervistata dal Cpj racconta che, in passato, per verificare una notizia economica potevano bastare due o tre telefonate. Oggi può essere necessario contattare sette o otto persone prima che qualcuno accetti di parlare. E anche allora bisogna domandarsi che cosa quella persona possa davvero dire senza mettere a rischio se stessa, la famiglia o il lavoro.
La guerra ha accelerato tutto. Quando il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno iniziato gli attacchi contro l’Iran, le autorità iraniane hanno quasi spento Internet. La connettività è precipitata fino a circa l’uno per cento dei livelli normali e il blackout, con intensità diverse, è diventato il più lungo mai registrato nel Paese. Per un giornalista significa non poter verificare un video, controllare una fotografia, raggiungere un archivio, consultare un documento, parlare attraverso un’applicazione sicura, confrontare versioni differenti dello stesso evento. Significa non sapere con certezza che cosa stia accadendo magari a pochi chilometri di distanza.
Maryam Shokrani, giornalista economica di Shargh, ha spiegato al Cpj che una notizia ricevuta telefonicamente non poteva essere verificata attraverso immagini, documenti o altre fonti digitali. Altri cronisti sono tornati alle telefonate, agli Sms e agli incontri faccia a faccia. Sembra quasi romantico: il vecchio giornalismo. Non lo è quando incontrare una fonte può mettere in pericolo entrambi. Un blackout non impedisce soltanto all’informazione di uscire: impedisce alla società di guardare se stessa.
A luglio il ministero dell’Intelligence iraniano ha pubblicato una lista di media considerati «ostili», tra cui BBC Persian e Voice of America, avvertendo che collaborare, fornire informazioni o rilasciare interviste può portare ad accuse gravissime, compreso lo spionaggio. Ad agosto il Parlamento ha approvato l’impianto di una nuova normativa contro la cosiddetta «influenza straniera», aumentando ulteriormente il rischio per chi mantiene rapporti con media internazionali.
Poi c’è Yalda Moaiery. È una delle più conosciute fotogiornaliste iraniane, ha raccontato guerre, proteste e crisi sociali per decenni ed è già stata arrestata diverse volte. Questo mese è stata condannata in contumacia a quindici anni di carcere. Tra le accuse figurano interviste con media considerati ostili e la fornitura di fotografie a organizzazioni collegate agli Stati Uniti. Moaiery respinge le accuse e ha presentato ricorso. Quindici anni. Per fotografie e parole.
Ma sarebbe troppo semplice raccontare questa storia come uno scontro tra un regime autoritario e il giornalista coraggioso che continua eroicamente a scrivere. La repressione moderna è più sofisticata: non deve necessariamente mettere tutti in galera. Deve fare in modo che tutti sappiano che potrebbe farlo. Un giornalista di Teheran contattato dal Cpj lo ha spiegato quasi perfettamente: se raccontasse che cosa sta succedendo ai giornalisti iraniani, rischierebbe di diventare egli stesso uno dei casi dei quali stiamo parlando. È il punto in cui la censura raggiunge il proprio risultato migliore: il censore non deve più entrare nella redazione perché è già entrato nella testa del giornalista.
E poi ci sono i soldi. Perché la libertà di stampa non viene cancellata soltanto dalla polizia: può essere strangolata economicamente. Redazioni in difficoltà, stipendi insufficienti, giornalisti costretti ad avere un secondo lavoro, licenziamenti, testate sempre più dipendenti dal potere politico o dagli interessi economici che possono mantenerle in vita. Il Cpj racconta di oltre cento giornalisti e dipendenti licenziati in aprile da uno dei maggiori gruppi privati del Paese e di circa cinquanta tagli al quotidiano economico Donya-e Eqtesad. Un giornalista povero non è necessariamente meno coraggioso. È semplicemente più ricattabile.
Ed è qui che l’Iran smette di essere soltanto una storia iraniana. Le forme cambiano enormemente da una democrazia a una dittatura e sarebbe insensato confonderle. Ma il principio merita di essere osservato ovunque: una stampa senza risorse, con redazioni ridotte, precari sottopagati, editori dipendenti da governi o grandi interessi economici diventa più vulnerabile. Non serve necessariamente un ministero della censura. A volte basta rendere troppo costoso cercare una notizia e troppo conveniente non cercarla. In Iran, però, alla precarietà si aggiungono tribunali, servizi di sicurezza, carcere e paura.
E la guerra ha fornito un’altra giustificazione. Questo non significa dimenticare chi quella guerra l’ha cominciata il 28 febbraio. Gli attacchi di Stati Uniti e Israele non hanno portato la libertà di stampa in Iran. Il Cpj ha documentato durante il conflitto giornalisti uccisi, feriti, arrestati o interrogati, redazioni danneggiate dagli attacchi e ostacoli all’informazione in diversi Paesi della regione. Le bombe non liberano i giornalisti. Ma il fatto che un Paese venga attaccato non concede al suo governo il diritto di spegnere Internet, incarcerare cronisti, minacciare le fonti e decidere quali domande possano essere fatte.
Spiegare entrambe le cose contemporaneamente dovrebbe essere il minimo sindacale dell’informazione. Il regime iraniano può essere vittima di un’aggressione esterna e carnefice dei propri giornalisti. Israele e Stati Uniti possono denunciare la repressione iraniana ed essere contemporaneamente responsabili di azioni che mettono in pericolo giornalisti e diritto all’informazione. Non occorre scegliere una squadra. Occorre scegliere i fatti.
E i fatti raccontati dal Cpj descrivono oggi un Paese nel quale fare il giornalista significa continuamente calcolare il confine tra ciò che sai, ciò che puoi verificare, ciò che puoi pubblicare e ciò che potrebbe costarti la libertà. La forma più completa della censura non è impedire a qualcuno di parlare. È convincerlo che tacere sia la scelta più ragionevole. A quel punto non serve più sequestrare il giornale. Il silenzio va in stampa da solo.
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