Abdiqani Hussein Abokor è stato arrestato dopo aver dato voce a un poeta critico verso il presidente. Il Somaliland, riconosciuto da Israele nel dicembre 2025, è intanto diventato un tassello strategico nella partita per il controllo del Mar Rosso.
Prima hanno arrestato il poeta. Il giorno dopo hanno convocato il giornalista che lo aveva intervistato. Da allora Abdiqani Hussein Abokor, conosciuto anche come Baylood, è detenuto senza che contro di lui sia stata formalizzata in tribunale alcuna accusa.
La vicenda comincia il 27 agosto, quando Abdiqani pubblica un’intervista video a Ismail Yusuf Abdi, conosciuto come Jiheeye, noto poeta locale. Durante l’intervista Ismail recita una poesia nella quale avverte il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdillahi, che rischia di essere maledetto se non interverrà contro quello che il poeta denuncia come il sequestro illegale, da parte delle autorità, di due appezzamenti di terreno di sua proprietà.
Il 28 agosto le forze di sicurezza arrestano Ismail. Il giorno successivo tocca ad Abdiqani. Il giornalista si presenta spontaneamente al quartier generale del Dipartimento investigativo criminale di Hargeisa dopo aver ricevuto una convocazione e viene fermato.
Secondo il Committee to Protect Journalists, il giornalista compare brevemente quello stesso giorno davanti al tribunale regionale di Marodi-Jeh, che dispone sette giorni di custodia cautelare per consentire le indagini. Avrebbe dovuto tornare davanti ai giudici sabato, ma l’udienza non si è tenuta.
Il suo avvocato, Tawakal Ibrahim Mohamed, riferisce di essere stato informato informalmente da un funzionario della polizia che le autorità starebbero valutando due contestazioni: offesa all’onore o al prestigio del presidente, punibile con una pena massima di tre anni, e diffusione di propaganda contro lo Stato, che può arrivare a cinque anni di reclusione.
Per ora, però, sono soltanto ipotesi. Dieci giorni dopo l’arresto, sottolinea il Cpj, nessuna accusa risulta formalmente presentata in tribunale.
«Abdiqani Hussein Abokor si aggiunge a una lunga lista di giornalisti del Somaliland arrestati e detenuti in circostanze dubbie negli ultimi mesi», ha denunciato Muthoki Mumo, coordinatore del programma Africa del Cpj, chiedendone l’immediata liberazione.
Non è infatti un caso isolato. Nel marzo scorso il Cpj aveva denunciato la detenzione senza accuse formali del giornalista Ahmed-Zaki Ibrahim Mohamud, fondatore di Warrame Media, arrestato dopo alcune interviste a esponenti critici verso l’amministrazione. Il Somali Journalists Syndicate ha documentato nel Somaliland trentasei giornalisti detenuti nel corso del 2025, in particolare nelle regioni attraversate da tensioni politiche e interclaniche.
Uno Stato che quasi nessuno riconosce
Il luogo nel quale accade questa storia rende l’arresto ancora più interessante. Il Somaliland proclamò unilateralmente la propria indipendenza dalla Somalia nel 1991 e da allora dispone di proprie istituzioni e forze di sicurezza e si governa autonomamente. Per oltre trent’anni, tuttavia, nessuno Stato membro delle Nazioni Unite ne aveva riconosciuto formalmente l’indipendenza.
Il 26 dicembre 2025 Israele ha rotto quell’isolamento diventando il primo paese membro dell’Onu a riconoscere de jure il Somaliland come Stato indipendente e sovrano.
Non è soltanto una questione diplomatica. Come ricostruisce Federico Donelli in un’analisi pubblicata dall’Ispi, il Somaliland occupa una posizione strategica lungo una delle rotte marittime più importanti del pianeta: il sistema che collega l’Oceano Indiano al Golfo di Aden, al Mar Rosso, al canale di Suez e quindi al Mediterraneo.
Al centro c’è anche il porto di Berbera. Gli Emirati Arabi Uniti hanno cominciato a investire pesantemente nel Somaliland già dal 2017, affidando alla società emiratina DP World lo sviluppo del porto. Negli anni successivi sono cresciuti l’interesse statunitense, quello israeliano e quello dell’Etiopia, paese privo di accesso diretto al mare e interessato al corridoio di Berbera.
Nel gennaio 2024 Addis Abeba e Hargeisa hanno firmato un memorandum che contemplava anche la possibilità di un futuro riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland. Due anni dopo è stato Netanyahu a compiere per primo quel passo.
Israele guarda allo Yemen
La geografia spiega buona parte dell’interesse israeliano. Dall’altra parte del Golfo di Aden c’è lo Yemen e nel Mar Rosso operano gli Houthi. Più lontano, ma al centro della strategia israeliana, c’è l’Iran.
Secondo l’analisi dell’Ispi, una cooperazione strutturata con Hargeisa consentirebbe a Israele di rafforzare le capacità di monitoraggio marittimo, intelligence e deterrenza verso gli attori considerati ostili nella regione.
Il Somaliland si inserisce così in una convergenza sempre più evidente tra Israele ed Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi dispone già di una presenza importante a Berbera e lungo la costa meridionale dello Yemen, oltre ad aver sviluppato propri avamposti nell’area del Golfo di Aden. Intorno a questa relazione gravitano gli interessi dell’Etiopia e, in prospettiva, quelli di altri paesi.
Dall’altra parte c’è la Somalia, che considera il Somaliland parte integrante del proprio territorio. E c’è la Turchia, che negli ultimi anni ha costruito un rapporto politico e militare molto stretto con Mogadiscio e vi gestisce la sua più grande base militare all’estero.
Un piccolo territorio del Corno d’Africa diventa così una casella di una partita assai più grande: rotte commerciali, porti, basi militari, Iran, Houthi, Israele, Emirati, Turchia, Etiopia e controllo del Mar Rosso.
Ed è dentro questo Somaliland, considerato dagli interlocutori internazionali un partner relativamente stabile rispetto alla Somalia, che Abdiqani Hussein Abokor è finito in carcere. Non perché abbia organizzato una rivolta. Non perché sia accusato di terrorismo. E neppure, almeno formalmente fino a oggi, perché abbia commesso un reato. Ha intervistato un poeta.
Il Committee to Protect Journalists ha chiesto spiegazioni alla presidenza del Somaliland, al ministero dell’Informazione e alla polizia. Nessuno ha risposto.
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