SERIE B | Per gli afgani brutti, sporchi e cattivi nessuno scende in campo dopo averli bombardati mentre la terra trema e non si coltiva speranza per l’essere umano diverso
Nella notte tra il 31 agosto e il 1 settembre, l’Afghanistan è stato nuovamente colpito da un terremoto nelle province di Kunar e Nangarhar. La scossa più forte è stata di magnitudo 6,3 e ha raggiunto anche il Pakistan.
Per ora, il bilancio delle vittime ha superato i millequattrocento. Quasi ogni famiglia della zona danneggiata dal sisma sta vivendo un nuovo lutto.
I soccorritori, perlopiù volontari o persone comuni non necessariamente specializzate nel settore catastrofi, si stanno spostando nelle aree montane più rurali, nella speranza di poter salvare più vite possibili.
Giuliano Battiston, giornalista esperto di Afghanistan intervistato da Internazionale, ha ricordato che il paese sta vivendo crisi multiple: politica, climatica, militare, economica, sociale. In questa collisione di catastrofi, la dipendenza dagli aiuti occidentali, ridotti dall’estate del 2021, si è trasformata in un baratro di povertà e instabilità per più della metà della popolazione.
La seconda amministrazione Trump ha ridotto notevolmente gli aiuti degli USA all’Afghanistan: secondo Reuters, gli aiuti umanitari al paese sono scesi da 3.8 miliardi di dollari nel 2022 a 767 milioni nel 2025. Ciò significa meno fondi per le ambulanze, i medici, gli infermieri, ma anche per la mitigazione del rischio delle calamità naturali.
Intanto, mentre i rapporti formali con gli stati occidentali sono gradualmente peggiorati, qualche governo interloquisce ancora con il governo talebano. Come la Germania, che cerca colloqui con i talebani per rimpatriare i migranti afgani con precedenti penali o la cui richiesta di asilo è stata respinta. Oltre al frangente deportazione, le comunicazioni finiscono qui e la Russia rimane l’unico Paese a riconoscere formalmente il governo talebano.
L’Unione Europea ha approvato un milione di euro di finanziamenti umanitari di emergenza per rispondere ai bisogni più urgenti della popolazione, e il denaro sarà destinato ai partner umanitari che sono già sul campo. L’Unione ha inoltre annunciato la donazione di centotrenta tonnellate di aiuti e beni di prima necessità, tra cui tende, indumenti e forniture mediche. Anche la Gran Bretagna ha assicurato un milione di sterline in aiuti d’emergenza e il Segretario generale dell’ONU, Guterres ha dichiarato lo stanziamento di cinque milioni di dollari dal fondo globale per le emergenze. Il ministro degli Esteri indiano Jaishankar ha dichiarato che l’India ha provveduto a consegnare ventuno tonnellate di aiuti umanitari a Kabul.
I soccorritori della protezione civile, la popolazione locale e i soldati dell’esercito rimuovono le macerie alla ricerca di sopravvissuti al terremoto a Mazar Dara, nella provincia di Kunar, in Afghanistan, il 2 settembre 2025. | Hedayat Shah/AP
Il terremoto ha lasciato più di tremila persone ferite e un numero indefinito di sfollati, e tra le vittime ci sono molte famiglie recentemente rientrate in Afghanistan dopo essere state espulse dal Pakistan o dall’Iran, che negli ultimi mesi hanno espulso di massa chi fuggiva dal Paese.
Per Medici Senza Frontiere, molte persone sono ancora sotto le macerie e la distruzione delle infrastrutture sta rendendo difficile l’accesso all’acqua potabile, aumentando il rischio di diffusione di diverse malattie in un sistema sanitario già fragile. La precarietà delle infrastrutture afgane, aggravata da un contesto di estrema povertà, non permetterà certo una rapida ripresa. Si tratta di un problema che va affrontato con urgenza, specialmente per i bambini che hanno bisogno di assistenza medica e psicologica immediata.
Al Jazeera riporta che circa centoventisei programmi gestiti da Save the Children a livello globale sono stati chiusi a causa dei tagli agli aiuti a maggio, colpendo oltre dieci milioni di persone. Questi programmi supportano milioni di bambini in zone di conflitto, campi profughi e aree a rischio di catastrofi.
Alcuni superstiti raccontano che in questi giorni non ci sono mezzi neppure per coprire i cadaveri, che spesso rimangono all’aria aperta sotto la pioggia e il maltempo, o coperti da plastica e altri tessuti trovati tra le macerie.
Se diamo uno sguardo alla copertura mediatica riguardo il cataclisma, non è semplice trovare la presenza di donne. Molte dottoresse volontarie intenzionate a prestare soccorso subito dopo l’evento, sono state fermate dai talebani e dagli uomini dei villaggi. Questo complica anche l’assistenza sanitaria alle donne rimaste ferite. Anche la Mezzaluna Rossa afgana, che ha inviato aiuti e squadre mediche nelle province colpite, non dispone concretamente di dottoresse per fornire aiuti in questa emergenza. Nel paese, la persecuzione di genere, aggravata dal ritorno dei talebani, prosegue senza sosta: il divieto di istruzione per le donne, presentato come misura “provvisoria”, è in vigore da quattro anni.
La Casa Bianca ha giustificato i tagli agli aiuti perché “verrebbero regolarmente confiscati dai talebani e non raggiungerebbero il popolo afgano”. Tirando le somme, però, chi opera in Afghanistan sa che questi tagli hanno colpito soprattutto la popolazione civile, costretta a lottare con un urgente bisogno di assistenza alimentare, sanitaria e ambientale. Lasciti decennali di occupazioni frammentate e malgestite.
Non è la prima volta che un terremoto colpisce l’Afghanistan. E non è la prima volta che una tragedia simile, lontana da noi, rischia di sfuggire rapidamente alla nostra attenzione.
Il giorno dopo il terremoto de L’Aquila del 2009, Obama chiamò Berlusconi, per assicurargli che gli Stati Uniti sarebbero stati pronti ad aiutare gli amici italiani in tutto ciò di cui avrebbero avuto bisogno. Attualmente, gli USA non hanno ancora dichiarato l’intenzione di mandare aiuti all’Afghanistan, ma su X, l’account dell’Ufficio per gli Affari dell’Asia Meridionale e Centrale della Casa Bianca ha mandato le condoglianze al popolo afgano.
Dopo quattro anni dalla fuga fulminea, forse l’Afghanistan intimidisce ancora. O forse il popolo afgano non è una grande amicizia, ma solo una vecchia conoscenza. E chissà se chiudere un occhio di fronte all’ennesima strage può scacciare via qualche lontano senso di colpa.
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