La nuova Strategia di Difesa Nazionale statunitense ha prodotto uno shock geopolitico di proporzioni storiche per l’Europa. Il documento, che invita a “ripristinare la supremazia americana” concentrandosi sull’emisfero occidentale, contiene un giudizio severo. Secondo Washington, l’Europa rischia la “cancellazione della civiltà” entro vent’anni a causa di fallimenti politici, immigrazione e censura. Non si tratta solo di retorica. L’amministrazione Trump ha annunciato un “riassetto” della presenza militare americana nel mondo, spingendo affinché l’Europa assuma il controllo della maggior parte delle capacità di difesa convenzionali della NATO entro il 2027.
Il messaggio è inequivocabile, la garanzia di sicurezza americana non è più scontata nel momento in cui la guerra dovesse premere ai confini europei. Questa posizione ha trovato un’eco nella politica europea. La Presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, ha recentemente dichiarato in merito al piano di pace per l’Ucraina: “Il tema non è lavorare su una totale controproposta, ci sono molti punti condivisibili, ha senso lavorare sulla proposta che c’è”, riferendosi esplicitamente al piano dell’amministrazione Trump e mostrando una sintonia di visione con la polita trumpiana.
Per comprendere la portata di questo momento, dobbiamo guardare alle origini del progetto europeo. La dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950, data che oggi celebriamo come Giornata dell’Europa, nasceva da una consapevolezza tragica: dopo due guerre mondiali, la pace in Europa richiedeva “sforzi creativi, proporzionali ai pericoli”. L’intuizione geniale fu quella di condividere la sovranità sui settori strategici che avevano alimentato i conflitti. Con il Trattato di Parigi del 1951, sei paesi fondarono la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), ponendo le produzioni belliche sotto una gestione comune. In questo modo, “nessun paese da solo potrà fabbricare armi da guerra da utilizzare contro gli altri, come in passato”.
Questa architettura visionaria fu rafforzata nel 1957 dai Trattati di Roma, che istituirono la Comunità Economica Europea (CEE) con l’obiettivo di promuovere “uno sviluppo armonioso delle attività economiche” e “relazioni più strette tra gli Stati membri” attraverso un mercato comune. La CEE (oggi UE) nasce quindi con una visione di lungo termine che ha la pace e la coesione come principi fondativi. Oggi l’Unione Europea si trova ad affrontare una triplice sfida esistenziale. Un riallineamento strategico americano, una guerra ai propri confini e un dibattito identitario sulla propria futura coesione sociale e demografica. Ironia della storia, mentre Washington dichiara il proprio disimpegno, l’UE spende già in armamenti circa il 30 per cento in più della Russia. Tuttavia, questa spesa è frammentata, inefficiente, e in gran parte dipendente da tecnologie e forniture americane.
Tra febbraio 2022 e giugno 2023, il 78 per cento degli acquisti europei per la difesa è stato effettuato al di fuori dell’UE, principalmente dagli Stati Uniti. La risposta attuale, un piano di spesa militare senza precedenti che prevede almeno mille miliardi di euro entro il 2034, rischia di essere un dispendioso “riarmo senza strategia”. Fondi civili vengono dirottati verso scopi militari, con opacità democratica e a scapito delle politiche sociali e ambientali.
Il momento presente non è, però, solo una minaccia, può essere anche un’opportunità storica per ritrovare lo spirito dei padri fondatori. L’Europa non ha bisogno di spendere di più, ma di spendere meglio e insieme. Questo significa che si devono armonizzare i sistemi d’arma tra gli Stati membri per eliminare costosi “doppioni”, standardizzare gli equipaggiamenti per garantire interoperabilità, integrare la ricerca e lo sviluppo tecnologico nel settore della difesa e costruire una base industriale europea autonoma, riducendo la dipendenza da fornitori extra-UE.
La forza dell’Europa, come detto, risiede nei suoi valori fondativi, democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali. In un’epoca di interferenze straniere e manipolazione delle informazioni, questi valori vanno attivamente difesi. La Commissione Europea ha riscontrato che l’81 per cento dei cittadini UE considera l’ingerenza straniera nei sistemi democratici un problema grave. Una politica estera comune deve partire da questa consapevolezza, promuovendo la resilienza democratica sia internamente che nelle relazioni con i partner globali. Il declino demografico e i flussi migratori richiedono una risposta europea coordinata che superi le miopie nazionali con politiche familiari condivise che sostengano la natalità, sistemi di integrazione armonizzati per i nuovi arrivati e partenariati strategici con i paesi di origine, basati su sviluppo reciproco e gestione ordinata dei flussi.
Come nel 1950, l’Europa deve ridefinire la propria ragion d’essere attorno a un progetto concreto di pace e prosperità condivisa. E’ necessario rilanciare il mercato unico come motore di convergenza economica e sociale, investire nella transizione ecologica e digitale come opportunità generazionale e riformare le istituzioni europee per renderle più democratiche, trasparenti ed efficaci. E’ tempo che le istituzioni democratiche effettuino una revisione delle procedure e degli apparati comunitari a partire dall’abolizione dell’unanimità nelle decisioni strategiche.
Il disimpegno americano non è una condanna, ma può diventare per l’Europa un fattore di emancipazione. I padri fondatori, Schuman, Monnet, Adenauer, De Gasperi, non costruirono l’Europa come appendice di qualcun altro, ma come soggetto autonomo della storia. Oggi, di fronte a quello che l’ex ambasciatore francese Gérard Araud ha definito un “pamphlet di estrema destra” nella strategia americana, l’Europa è di fronte ad una scelta: accettare passivamente un ruolo marginale o reclamare il proprio posto nel mondo.
La risposta sta nel ritorno alle origini, non a una nostalgia sterile, ma alla visione creativa e coraggiosa che trasformò nemici secolari in partner di un progetto comune. L’Europa che ha abolito la pena di morte in tutto il suo territorio, che ha creato il più grande spazio di libertà, sicurezza e giustizia del mondo, che ha dato vita a una moneta unica utilizzata da oltre 340 milioni di persone, possiede le risorse morali e materiali per affrontare questa nuova prova. Il 9 maggio 2026, nella Giornata dell’Europa, potremmo celebrare non solo la Dichiarazione di Schuman di 76 anni fa, ma una nuova dichiarazione di sovranità europea, una sovranità condivisa, democratica, orientata alla pace, ma determinata a difendere il proprio modello di civiltà. Un’Europa che, come auspicava Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene, sia veramente “libera e unita”. L’Europa del Diritto romano e della Filosofia greca non prende lezioni di civiltà da nessun presidente yankee tantomeno dall’attuale. Il momento della scelta è arrivato, sveglia Europa.






