La politica estera americana ha subito negli ultimi mesi un cambiamento di rotta epocale che sembra portarci dritti verso un conflitto di scala globale. La nuova amministrazione Trump, infatti, nella sua modalità di comunicazione, ha adottato un vero e proprio linguaggio di guerra. Ha cambiato il nome del Ministero della Difesa in Ministero della Guerra e questo non è un dettaglio simbolico, è proprio una dichiarazione politica che sancisce l’intenzione di ridefinire la posizione globale degli Stati Uniti; non si tratta più di deterrenza, ma di una vera e propria proiezione verso una variazione di scala nei rapporti internazionali.
In un recente meeting dei massimi capi delle forze armate USA, il Segretario alla guerra Pete Hegseth non ha fatto alcun richiamo alla prudenza ma ha esortato all’azione che sarà tra breve inevitabile. Queste affermazioni arrivano da chi guida l’apparato militare USA ed esprimono la volontà di modificare le modalità di gestione dell’apparato militare americano, riducendo i controlli del sistema politico e spingendo verso uno stato permanente di capacità operativa. Una prima prova di questo cambio di paradigma nella politica estera americana si è vista con la decisione di autorizzare un test nucleare dopo trent’anni, decisione che cancella un tabù che aveva mantenuto un minimo di stabilità nel sistema internazionale.
Le minacce alla Groenlandia e l’accerchiamento navale del Venezuela sono lì a dimostrare che non sono solo affermazioni di facciata, ma hanno un concreto effetto sul terreno. E non è un caso che lo stesso linguaggio sia stato usato anche dagli alleati e dai Paesi satelliti. Ultima in ordine di tempo l’uscita dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza la estone Kaja Kallas che ha invitato i cittadini europei a prepararsi ad un conflitto con la Russia.
Questa nuova impostazione ha effetti anche sul piano della politica interna degli Stati Uniti, con la burocrazia del pentagono che viene percepita come un nemico e conseguente necessità di ridurre i controlli, accelerare i contratti militari, spostare i poteri verso attori privati, elemento, questo, molto importante che non rafforza lo Stato, ma il complesso militare industriale che richiede risorse sempre crescenti, nuove operazioni per giustificare il proprio peso, più fondi per armi, meno fondi per i settori civili ed è questo che sta succedendo non solo negli USA, ma anche nei paesi alleati e satelliti e tra i Paesi europei ed è una scelta politica che ci dice tanto sul modello di società immaginato non solo da questa nuova amministrazione. Tutto ciò non può non provocare una reazione tra le figure della politica americana più attente e responsabili. Anche esponenti che non appartengono all’area progressista sottolineano i rischi di questo approccio solitario, privo di coordinamento con gli alleati storici. I senatori Mitch McConnell, Rand Paul e Susan Collins (tutti repubblicani) tra gli altri hanno pesantemente criticato Trump sia per la posizione dell’amministrazione sui vari scenari internazionali che sulla politica dei dazi.
Insomma, che piaccia o no, gli Stati Uniti hanno intrapreso una strada ben precisa: focus militare, riduzione dei controlli interni, identificazione esplicita di nemici, normalizzazione dell’uso della forza e il ritorno al ricatto nucleare. In questo quadro la guerra non è più un’opzione o un incidente, diventa probabile proprio per la struttura costruita sulla base di una strategia offensiva. Con buona pace dell’immagine di pacificatore degno del Nobel che Trump vorrebbe costruirsi.
E qui entra in scena l’armata propagandistica. Da tempo ormai si sta costruendo una narrazione bellicista per assuefare l’opinione pubblica all’inevitabilità di un prossimo conflitto su vasta scala. Una narrazione che spinga i giovani ad arruolarsi e rendere la guerra attraente. E’ già successo in passato, prima di ogni conflitto su vasta scala quando a spingere per l’entrata in guerra ci pensarono politici, intellettuali e insegnanti. La gente non aveva la minima idea di ciò che stava per accadere spinti da una retorica becera ad accettare il peggio che può accadere ad una comunità. Ma come scrive Erich Maria Remarc in “Nulla di nuovo sul fronte occidentale”, romanzo che analizza approfonditamente i meccanismi con i quali le elite hanno costruito il consenso alla guerra, “E’ strano che l’infelicità del mondo derivi tanto spesso dalle persone piccole, di solito assai più energiche e intrattabili di quelle grandi”. Allora furono i giovani a pagarne il prezzo con una carneficina mai vista prima. Oggi sarebbe lo stesso, giovani vittime di politici e intellettuali convinti che la pace intorpidisca e che l’Europa debba ritrovare il suo spirito combattivo.
Oggi a Ginevra si terrà un vertice tra Stati Uniti, Ucraina e UE, cosa si diranno? Che la guerra è stata un’opzione scellerata? Che è necessario un cambio di passo paradigmatico? Che l’interesse dell’Europa non è correre dietro come un cagnolino allo zio Sam? Che questo accordo scellerato che concede a Mosca più di quanto prevedevano trattati come i due Minsk sancisce il fallimento della politica occidentale che mirava ad indebolire la Russia, alleata storica della Cina, in vista di un conflitto nell’Indopacifico? Sarebbe un notevole passo avanti se così fosse. Quello che c’è da temere, invece, è che da Ginevra uscirà il solito appello al riarmo, alla previsione che la vittoria in Ucraina spingerà la Russia verso nuove aggressioni a danno di Paesi europei con la necessità, per l’appunto, di prepararsi al peggio. La mobilitazione dell’opinione pubblica su entrambe le sponde dell’Atlantico è l’unico possibile argine a questa deriva bellicista. Per Gaza ci siamo mossi adesso è tempo di muoverci per la pace.




