Politica

ULTRAFASCISTA | Se la via al Socialismo non viene percorsa fino in fondo. In Cile vince un nostalgico della dittatura di Pinochet. Josè Antonio Kast è il nuovo presidente, vicino a Milei e Meloni

Con un margine di circa venti punti percentuali, José Antonio Kast è stato eletto nuovo presidente del Cile, portando il paese verso la sua più netta svolta a destra dalla fine del regime di Pinochet nel 1990. L’ultradestra conservatrice, con il 58.6 per cento dei voti, ha sconfitto al ballottaggio la candidata della coalizione di sinistra Unidad por Chile, Jeannette Jara, che si è fermata al 41.4 per cento. Jara ha riconosciuto la sconfitta, affermando: “La democrazia si è espressa in modo forte e chiaro”.

La vittoria di Kast, al suo terzo tentativo di raggiungere il palazzo de La Moneda, rappresenta il culmine di una lunga carriera politica ultraconservatrice. La sua figura è strettamente legata a due elementi familiari che hanno segnato il dibattito pubblico. Kast ha dichiarato apertamente che, se fosse stato vivo, Augusto Pinochet avrebbe votato per lui. Suo fratello maggiore, Miguel Kast, fu un importante economista dei cosiddetti “Chicago Boys” e servì il regime come ministro del Lavoro e Presidente della Banca Centrale. Suo padre, Michael Kast, emigrò in Cile dalla Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale. Documenti dell’Archivio Federale tedesco indicano che, all’età di 18 anni, si iscrisse al Partito Nazionalsocialista (NSDAP). Durante la campagna elettorale del 2021, Kast ha negato qualsiasi affiliazione ideologica del padre, descrivendolo come un coscritto obbligato nell’esercito tedesco.

La vittoria di Kast è il risultato di una campagna imperniata su due temi che hanno dominato il dibattito nazionale: la lotta alla criminalità e il controllo dell’immigrazione irregolare. Kast ha promesso un “governo di emergenza” per affrontare quelle che ha definito crisi in materia di sicurezza pubblica e immigrazione. Le sue proposte includono l’invio dei militari nelle zone ad alto tasso di criminalità e la costruzione di muri di confine.

Una delle sue promesse più discusse è stata quella di dare ai migranti irregolari cento giorni di tempo per lasciare il paese una volta insediato. Ha anche proposto la creazione di una forza di polizia ispirata all’ICE statunitense per arrestare ed espellere rapidamente i migranti senza documenti. Pur essendo arrivato secondo al primo turno, Kast ha beneficiato del sostegno unitario degli altri candidati di destra usciti dalla competizione, come Evelyn Matthei e Johannes Kaiser, riuscendo a capitalizzare la maggioranza elettorale conservatrice. La candidata progressista, per contro, che partiva da un 26,74 percento del primo turno non ha ricevuto il sostegno di nessuno dei candidati che avrebbero potuto eventualmente unirsi a lei, come Harold Mayne-Nicholls, che rappresenta il centro e ha ottenuto l’1,27 per cento, o i candidati di sinistra Eduardo Artés e Marco Enríquez-Ominami che hanno ottenuto insieme l’1,85 percento.

LA PRESIDENTE DEL COSIGLIO GIORGIA MELONI, IL PRIMO MINISTRO DELL”’UNGHERIA VIKTOR ORBAN

Nel suo primo discorso da presidente eletto, Kast ha cercato un tono inclusivo, promettendo di essere “il presidente di tutti i cileni” e chiedendo “sforzo, carattere e convinzione” per affrontare un anno “molto duro” dal punto di vista economico. Tuttavia, il suo percorso legislativo non sarà semplice. Il Congresso cileno risulta fortemente diviso: il Senato è equamente suddiviso tra sinistra e destra, mentre nella Camera bassa il voto decisivo è in mano al Partito Popolare. Questa frammentazione costringerà Kast a negoziare e cercare accordi per poter realizzare le parti più radicali del suo programma.

La vittoria di Kast non è un caso isolato, ma si inserisce in un quadro regionale che ha visto l’ascesa di figure populiste e conservatrici. Kast stesso ha espresso ammirazione per leader come l’argentino Javier Milei, il salvadoregno Nayib Bukele e, in Europa, per l’italiana Giorgia Meloni e l’ungherese Viktor Orbán . Questa elezione segna una svolta storica per il Cile. A soli sei anni dalle massive proteste sociali del 2019 che chiedevano maggiore uguaglianza e che portarono all’ascesa dell’attuale presidente di sinistra Gabriel Boric, il paese ha ora scelto una direzione diametralmente opposta.

Gli effetti di questa radicale transizione, sia sulla democrazia cilena che sulle dinamiche dell’intera regione, inizieranno a delinearsi a partire dall’11 marzo 2026, data dell’insediamento ufficiale di Kast. Secondo vari analisti latinoamericani, fra i quali Pedro Penso, professore all’Università internazionale della Comunicazione (Lauicom), il risultato indica la “cronaca di un fallimento annunciato”, quello del processo di transizione post-Estallido Sociale del 2019 (le massicce proteste popolari contro le condizioni economiche del Paese che portarono alla elezione di Gabriel Boric) che è il riflesso della domanda di trasformazione radicale, proveniente dai settori popolari, orfani di una sinistra vera. Una domanda che non trova risposta nel programma della candidata progressista, allineato alle politiche del governo uscente, il cui indice di popolarità quest’anno non è mai salito sopra il 30 per cento.

Sono lontani i tempi quando un emozionato Salvador Allende riceveva l’investitura di Presidente del Cile il 4 settembre 1970 e dal balcone della Federazione degli Studenti pronunciava le sue prime parole da presidente “Vi chiedo di comprendere che io sono soltanto un uomo con tutte le debolezze che un essere umano può avere. E se ho potuto sopportare la sconfitta di ieri per raggiungere l’obiettivo di oggi, senza superbia né spirito di vendetta, io accetto questo trionfo che non ha nulla di personale e che devo all’unità dei partiti popolari e alle forze sociali che sono state al nostro fianco. Lo devo all’uomo anonimo e lavoratore della nostra patria, lo devo all’umile donna della nostra terra. Devo questa vittoria al popolo cileno, il quale entrerà con me nel Palazzo de La Moneda”.

Il Cile è soltanto l’ultimo della serie di Paesi che hanno scelto di virare verso destra e, spesso, verso una destra estrema e decisamente neo fascista. La presidenza Trump negli USA fa da catalizzatore di questo processo appoggiando e finanziando movimenti di destra radicale in tutto il mondo. La sinistra esce da queste elezioni pesantemente sconfitta, le divisioni interne e l’effetto della delusione della presidenza Boric chiamato “il presidente timido” hanno determinato una sconfitta che peserà sul Cile e su tutto il continente americano in un momento in cui gli Stati Uniti hanno ripreso una massiccia ingerenza negli affari interni dei Paesi latino americani in un’ottica neo coloniale. Sarà l’ennesimo attraversamento del deserto per la sinistra alla ricerca delle sue radici e della sua stessa ragione di esistere e sarà un lungo viatico per il popolo cileno con prospettive tutt’altro che chiare. Speriamo perlomeno di non vedere più gli orrori della dittatura di Pinochet al quale peraltro il neo presidente si ispira.




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