Dalla crisi climatica al Ponte sullo Stretto, dalla propaganda sui coralli alla Palestina: quando la politica preferisce le formule alla realtà fisica, economica e geografica.
Non è il caldo. È quello che il caldo comincia a fare quando smette di essere una temperatura scritta sull’app del telefonino ed entra dentro una fabbrica, un campo coltivato, una centrale elettrica, un ristorante, una ferrovia, un ospedale. A quel punto il cambiamento climatico perde persino il nome che gli abbiamo dato e diventa economia: merci che non arrivano, raccolti che diminuiscono, macchinari che devono essere raffreddati, lavoratori che non possono continuare a produrre nelle stesse condizioni, imprese che perdono fatturato.
Poi arriva l’ultimo passaggio, quello che troppo spesso scompare dal dibattito ambientalista: l’azienda chiude e l’operaio perde il lavoro.
È anche per questo che la crisi climatica dovrebbe essere una gigantesca questione sociale e di classe. Perché un miliardario può mettere l’aria condizionata in ogni stanza, trasferirsi altrove, assicurare i propri beni e diversificare gli investimenti. Un muratore deve salire sull’impalcatura. Un bracciante deve entrare nel campo. Un operaio deve raggiungere la fabbrica. Un piccolo agricoltore non può trasferire il suo terreno dove piove.
La scienza non sta raccontando una profezia. Sta descrivendo quello che sta già accadendo.
L’Europa dell’estate 2026 ne offre un inventario impressionante: fiumi con problemi di navigabilità, produzione energetica condizionata dalla temperatura e dalla disponibilità dell’acqua, agricoltura sotto pressione, incendi, turismo e lavoro all’aperto sempre più esposti. E dietro ogni punto percentuale di Pil ci sono persone.
Reuters ha documentato imprese con fatturati in calo, costi di raffreddamento più alti, produttività ridotta e perdite in larga parte non assicurate. Le ondate di calore europee del 2025 avrebbero prodotto circa 43 miliardi di euro di perdita economica, mentre appena mezzo miliardo sarebbe stato coperto dalle assicurazioni. È questo il punto che la politica continua a non vedere: il clima non è soltanto ambiente. È produzione, occupazione, salari, prezzi e sicurezza economica.
Eppure una parte della politica italiana continua a trattare il cambiamento climatico come se fosse soprattutto una disputa culturale tra ambientalisti e gente di buon senso.
Fa caldo, è luglio
Matteo Salvini rappresenta probabilmente la forma più compiuta di questa politica. Nel 2023, davanti all’eco-ansia provocata nei giovani dalla crisi climatica, spiegava di essere stupito: a luglio, in fondo, fa caldo. Nel 2024, quando un attivista gli parlò di siccità, rispose invitandolo ad andare in Veneto a parlarne, perché in quei giorni pioveva.
È il vecchio trucco di guardare fuori dalla finestra per confutare il clima. La differenza fra meteorologia e climatologia si insegna ormai nelle scuole: una giornata fredda non smentisce il riscaldamento globale, così come un temporale non cancella una siccità pluriennale. Da un ministro della Repubblica, e per di più dal ministro responsabile delle infrastrutture di un Paese estremamente vulnerabile agli eventi climatici estremi, sarebbe ragionevole pretendere qualcosa di più di una battuta da bar.
Ma le battute sarebbero soltanto battute se non diventassero politica. Nel gennaio 2026 il ciclone Harry colpisce duramente Sicilia, Calabria e Sardegna. Si contano i danni e si cercano risorse. Salvini mette immediatamente un paletto: i soldi del Ponte sullo Stretto non si toccano. Due mesi dopo il governo conferma per quell’opera uno stanziamento di 13,5 miliardi di euro.
La questione non è essere religiosamente favorevoli o contrari al Ponte. Una grande infrastruttura può essere discussa, progettata, contestata e persino considerata necessaria. La questione è quali priorità assegna un Paese alle proprie risorse mentre il territorio sul quale quelle infrastrutture dovranno vivere sta cambiando.
Acqua, dissesto idrogeologico, ferrovie locali, manutenzione, adattamento delle città alle temperature estreme, coste, incendi, sicurezza dei territori non sono il capriccio di qualche ambientalista. Sono infrastrutture quanto un ponte. Anzi: vengono prima.
Il climatologo del Ponte che non vede l’emergenza climatica
C’è poi una coincidenza che sembra inventata da un autore satirico. Il coordinatore del Comitato scientifico del Ponte sullo Stretto scelto dal ministero guidato da Salvini è il geologo Alberto Prestininzi. Non un incompetente: ha alle spalle una lunga carriera accademica e numerose pubblicazioni scientifiche sui rischi geologici.
Ma Prestininzi è anche firmatario della dichiarazione internazionale secondo cui «non esiste un’emergenza climatica», documento che contesta le politiche di azzeramento delle emissioni nette e attribuisce grande importanza alla variabilità naturale del clima.
Questo non cancella i suoi titoli accademici e non autorizza nessuno a impedirgli di parlare. Autorizza però i cittadini a fare una domanda: possibile che, per coordinare il comitato scientifico della più grande e controversa infrastruttura italiana, il governo Salvini abbia ritenuto particolarmente adatto proprio uno scienziato che contesta l’esistenza dell’emergenza climatica riconosciuta dalle principali istituzioni scientifiche internazionali?
Non è censura. È politica. E le nomine sono politica.

Il problema non è soltanto Salvini
Sarebbe però troppo facile trasformare Matteo Salvini nel cattivo della storia e assolvere tutti gli altri. Il governo Meloni ha fatto della revisione delle politiche ambientali europee, dell’opposizione ad alcune scadenze della transizione automobilistica e della difesa dell’attuale sistema produttivo una parte importante della propria identità politica. Ma almeno parla (si fa per dire) a una paura reale: quella dell’impresa che teme di chiudere e dell’operaio che teme di perdere il lavoro.
Il problema drammatico della sinistra è che troppo spesso a quella paura non sa rispondere. Dire a un operaio che bisogna decarbonizzare la fabbrica è scientificamente corretto. Non dirgli quale lavoro farà domani, quanto guadagnerà, chi pagherà la riconversione, quale formazione riceverà e cosa succederà alla sua famiglia mentre l’azienda cambia produzione significa consegnarlo a chi gli promette che tutto potrà restare com’è.
Ma tutto non resterà com’è. Questa dovrebbe essere la battaglia della sinistra: transizione ecologica come redistribuzione della ricchezza, ricerca pubblica, politica industriale, lavoro, salari, formazione e protezione sociale.
Non lasciare l’operaio a Salvini e tenersi il climatologo. Perché così si perdono entrambi.
Il corallo che non voleva morire
Dall’altra parte del mondo abbiamo appena avuto una lezione perfetta su come funziona il nuovo negazionismo. La Grande barriera corallina australiana ha mostrato segnali di recupero in alcune aree. È vero.
Ed è proprio prendendo un fatto vero che si può costruire una conclusione falsa: se i coralli recuperano, allora gli scienziati avrebbero esagerato; se hanno esagerato sui coralli, forse esagerano sul clima; se esagerano sul clima, perché dovremmo spendere denaro per cambiare il nostro modello economico?
Il problema è ciò che viene eliminato dal racconto: la frequenza degli episodi di sbiancamento, le temperature oceaniche, l’acidificazione, il tempo necessario alle colonie per ricostituirsi. Non serve più negare i fatti. Basta sceglierne uno e nascondere tutti gli altri.
Due popoli, due Stati. Ma dove?
Lo stesso vizio della politica ritorna, in forma completamente diversa e infinitamente più tragica, davanti alla Palestina. Una parte importante della sinistra italiana continua a ripetere la formula: riconoscere lo Stato palestinese, due popoli e due Stati.
Il riconoscimento dello Stato di Palestina sarebbe una decisione politica importante che l’Italia avrebbe già dovuto assumere. Ma dopo averlo riconosciuto rimane una domanda: dov’è? Non nel diritto internazionale. Sulla carta geografica.
Dove sono i confini di questo Stato? Dove passa la sua continuità territoriale? Che cosa accade agli insediamenti israeliani? Come si collega Gerusalemme Est con il resto della Cisgiordania? Che cosa succede all’Area C? Come si ricompongono Gaza e Cisgiordania?
Le stesse Nazioni Unite continuano a sostenere la soluzione dei due Stati e contemporaneamente denunciano da anni una colonizzazione che frammenta progressivamente il territorio sul quale il secondo Stato dovrebbe nascere. A un certo punto la politica deve scegliere se difendere una formula oppure guardare una carta.
Fotosintesi sceglie la carta.
E da quella carta nasce una domanda che anche la sinistra dovrebbe finalmente avere il coraggio di affrontare: se due Stati sovrani e territorialmente praticabili non sono più concretamente costruibili, perché non cominciamo almeno a discutere dell’altra possibilità?
Un solo Stato democratico. Non Israele che incorpora milioni di palestinesi assegnando loro diritti differenti. Non uno Stato palestinese che espelle gli israeliani. Non la vittoria di un popolo sull’altro. Uno Stato nuovo.
Un processo costituente. Una Costituzione. Una cittadinanza che non dipenda dall’essere ebreo, musulmano, cristiano o ateo. Nessun cittadino di serie A e nessuno di serie B. Libertà religiosa e libertà dalla religione. Tutela costituzionale delle minoranze. Uguali diritti civili e politici. Una persona, un voto. Libere elezioni.
Non sappiamo se funzionerebbe. Ma sappiamo che continuare a pronunciare “due popoli, due Stati” senza spiegare dove dovrebbero stare quei due Stati non è più sufficiente.
E anche qui una parte della sinistra sembra preferire la sicurezza della formula alla fatica della realtà. Discute per mesi di Renzi, del campo largo, delle candidature, delle correnti, delle alleanze e delle identità; davanti a una trasformazione storica come quella palestinese continua invece a ripetere un paradigma nato in un’altra geografia.
I diritti civili sono diritti e vanno difesi. I diritti delle persone Lgbt+ non diventano meno importanti perché esiste Gaza. Contrapporre i diritti sarebbe esattamente il regalo che la destra aspetta. Ma una sinistra degna di questo nome dovrebbe riuscire a occuparsi contemporaneamente della persona discriminata per ciò che è, dell’operaio che teme di perdere il lavoro, del palestinese sotto le bombe e dell’agricoltore che non ha più acqua.
Altrimenti non è universalismo. È un’agenda.
Guardare la carta
Ecco allora cosa tengono insieme un corallo australiano, il Ponte sullo Stretto, una fabbrica europea e la Cisgiordania. La realtà.
Salvini può dire che a luglio fa caldo. Il termometro continuerà a misurare. Prestininzi può sostenere che non esiste un’emergenza climatica. Gli oceani continueranno ad accumulare calore. Un governo può destinare 13,5 miliardi a un ponte. La Sicilia continuerà comunque ad avere bisogno di acqua, manutenzione, ferrovie, difesa delle coste e adattamento climatico.
La sinistra può continuare a pronunciare “due popoli, due Stati”. Gli insediamenti continueranno a occupare spazio sulla carta. E possiamo continuare tutti a chiamare “transizione” un processo nel quale chi ha meno rischia di pagare più degli altri. Poi non dovremo stupirci se chi ha paura voterà per il primo che gli prometterà che il problema non esiste.
La crisi climatica non chiede a nessuno per chi abbia votato. La siccità non distingue un elettore della Lega da uno del Pd. Una fabbrica che chiude non licenzia soltanto ambientalisti o negazionisti. Una bomba non domanda a un bambino quale soluzione diplomatica preferisca.
La politica può manipolare le parole. La fisica no. La geografia neppure.
Sarebbe ora che tornassimo a governare il mondo che esiste, invece di quello che ci conviene raccontare.
FONTI PRINCIPALI
Reuters, 10 agosto 2026: Impatto del cambiamento climatico sull’economia europea: navigazione, energia, agricoltura, produttività.
Reuters, 16 agosto 2026: Ondate di calore, perdite economiche e gap assicurativo in Europa.
Ansa, 29 gennaio 2026: Dichiarazioni di Matteo Salvini sui fondi del Ponte durante l’emergenza maltempo.
Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, marzo 2026: Conferma dello stanziamento di 13,5 miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto.
The Guardian, 15 agosto 2026: Grande barriera corallina, recupero locale e uso politico dei dati scientifici.
Nazioni Unite, 2025-2026: Insediamenti israeliani, frammentazione della Cisgiordania e soluzione dei due Stati.
Ansa, 2 maggio 2026: Posizione di Elly Schlein su riconoscimento della Palestina e “due popoli, due Stati”.
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