Economia

SANITÀ | Cinquecento euro in più ai medici non bastano a curare il Servizio sanitario nazionale

La buona notizia sono quasi cinquecento euro lordi al mese in più. Quella cattiva è che servono anche per provare a convincere medici e sanitari a non scappare dal Servizio sanitario nazionale.


Fp Cgil ha sottoscritto la preintesa per il contratto 2025-2027 di circa 137 mila dirigenti medici, veterinari e sanitari. Per medici e veterinari l’aumento minimo indicato dal sindacato sarà di 480 euro lordi mensili tra stipendio tabellare, indennità di specificità e posizione fissa; circa 400 euro per i dirigenti sanitari. Gli arretrati saranno intorno ai seimila euro pro capite, al netto dell’indennità di vacanza contrattuale già percepita.

Ma forse le cifre più interessanti sono quelle che non riguardano direttamente lo stipendio.

Il nuovo contratto interviene sull’orario di lavoro, sulle ore che le aziende dovranno restituire ai professionisti, limita il servizio fuori sede, aumenta la remunerazione della pronta disponibilità, introduce due giorni di ferie aggiuntive nei primi tre anni di servizio, anticipa gli incarichi per i neoassunti e rafforza le garanzie economiche lungo la carriera.

In altre parole, mette nero su bianco alcune delle ragioni per cui lavorare nella sanità pubblica è diventato negli anni sempre meno attraente. Il problema non nasce oggi. E non si risolve con un contratto.

Il ministero della Salute certifica che nel 2024 il personale a tempo indeterminato del Servizio sanitario nazionale è tornato a crescere: 58.311 assunzioni contro 47.238 cessazioni, con un aumento complessivo dell’1,6 per cento rispetto all’anno precedente. È un’inversione di tendenza importante, dopo anni di impoverimento degli organici. Ma mentre gli organici tentano lentamente di recuperare terreno, dall’altra parte dello sportello ci sono milioni di cittadini che aspettano.

Il primo bollettino Agenas sulle liste d’attesa registra nel primo semestre 2026 quasi 14,9 milioni di prenotazioni per le prestazioni monitorate, contro 13,3 milioni nello stesso periodo del 2025. Oltre un milione e seicentomila prestazioni in più sono state garantite entro i tempi previsti. Segnale positivo, ma dentro un sistema che continua a mostrare profonde differenze territoriali e difficoltà di accesso.

L’Istat aveva già fotografato la conseguenza più grave. Nel 2024 la rinuncia a visite ed esami specialistici ha riguardato una quota consistente della popolazione, con liste d’attesa e difficoltà economiche tra le cause principali. Quasi un cittadino su quattro, il 23,9 per cento, aveva pagato interamente di tasca propria l’ultima prestazione specialistica, contro il 19,9 per cento appena un anno prima.

È qui che il contratto dei medici smette di essere una vertenza di categoria. Perché quando mancano professionisti, quando un turno viene coperto con lo straordinario, quando una reperibilità diventa ordinaria amministrazione, quando un giovane medico guarda al privato o all’estero perché nel pubblico trova carichi di lavoro insostenibili, alla fine il conto arriva al paziente. E spesso gli arriva sotto forma di una scelta molto semplice: aspettare oppure pagare.

Il governo rivendica di avere aumentato il finanziamento del Servizio sanitario nazionale di circa 14 miliardi tra il 2023 e il 2026 e la legge di bilancio 2026 ha aggiunto 2,38 miliardi per quest’anno, con ulteriori incrementi previsti negli anni successivi. I soldi quindi aumentano. Resta da capire se aumentino abbastanza, dove finiscano e soprattutto quanti diventino davvero medici, infermieri, tecnici, psicologi, operatori sanitari, consultori aperti, servizi territoriali, posti letto e ore sottratte alle liste d’attesa.

Fp Cgil, dopo aver firmato la preintesa, indica infatti il punto politico che viene dopo il contratto: un piano straordinario di assunzioni e nuovi finanziamenti per i servizi pubblici. Perché si può aumentare lo stipendio a chi resta. Si possono pagare meglio le notti, le reperibilità e gli straordinari. Si possono finalmente restituire ore di lavoro che non dovevano essere sottratte.

Ma se negli ospedali e nei territori continueranno a esserci meno persone di quante ne servono, cinquecento euro in più saranno un riconoscimento dovuto a chi cura. Non ancora la cura per la sanità pubblica. E poi c’è la ricerca, che della sanità è il futuro.

Giorgio Parisi parla da anni di un «drammatico sottofinanziamento» della ricerca italiana. Nel 2025 l’ha detta ancora più semplice: «le nozze non si fanno con i fichi secchi». Servono soldi, programmazione, assunzioni e la certezza per un giovane ricercatore di sapere se tra qualche anno potrà ancora lavorare in Italia oppure dovrà cercarsi un laboratorio all’estero. Parisi e Silvio Garattini hanno inoltre sostenuto l’appello per un finanziamento stabile della ricerca pubblica, bandi con tempi certi e una struttura indipendente di valutazione dei progetti.

Intanto i Nobel vanno a tedeschi e americani. Quello per la Medicina del 2026 ha premiato le ricerche sull’optogenetica, che hanno reso possibile utilizzare la luce per attivare o silenziare specifiche cellule nervose e studiare così i circuiti del cervello. E da noi torna inevitabilmente alla memoria ciò che Massimo Fagioli aveva scoperto già mezzo secolo fa: il rapporto profondo tra luce, retina e cervello nella nascita sia biologica che psicologica degli esseri umani. Oggi la ricerca sperimentale dimostra quanto fossero esatte quelle teorie.

Il paradosso è tutto qui. Abbiamo medici da trattenere negli ospedali, ricercatori da trattenere nei laboratori e giovani scienziati che spesso formiamo con denaro pubblico per poi regalarli ai sistemi sanitari e alle università degli altri Paesi. Possiamo aumentare gli stipendi, ed è giusto. Ma un Servizio sanitario nazionale non vive soltanto di contratti. Vive di persone, ospedali, territorio e ricerca.
E se continuiamo a risparmiare proprio su queste quattro cose, prima o poi non basteranno cinquecento euro in più per curarlo.

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